Arte contemporanea oggi. Come sta l’arte contemporanea in Italia e al livello internazionale? Gli artisti più significativi raccontati di getto.

Damien Hirst 

Dopo il successo della mostra dei ciliegi in fiore alla Fondazione Cartier di Parigi, dove imita gli impressionisti conquistando tutti, lancia il suo progetto NFT: 10.000 piccole ed uniche opere su carta (i suoi puntini colorati) che è possibile acquistare per 2000 dollari per poi decidere se tenere il file NFT o l’opera materiale. Dimostra che il mercato funziona ad ogni livello come un sistema di speculazione che però non disdegna tanti puntini colorati da tenere sopra il caminetto e da abbinare a frasi pensate dall’artista. Più opaco a Villa Borghese dove replica malamente il progetto di Venezia del 2017 e dove mette l’uomo contemporaneo davanti al fascino del vintage e delle fake news. Bravo Hirst a fare Damien Hirst dimostrandoci ancora che la migliore contemporaneità è ferma a 30 anni fà. 

Vanessa Beecroft

Insieme al battitore d’aste Simon De Pury lancia una mostra virtuale di opere dal sapore antico e vintage (teste antiche di ragazze, sapore di reperto archeologico, pitture transavangaurdia). Se negli anni ’90 avesse iniziato così non sarebbe diventata Vanessa Beecroft, anche lei deve ammettere che il mercato cerca forme archeologiche e rassicuranti. Anche lei “Sindrome Indiana Jones” con opere che sembrano provenire da uno scavo archeologico.

Francesco Arena

Uno degli artisti più significativi della Sindrome del Giovane Indiana Jones: rielabora in modo didattico l’arte povera con un linguaggio che Gian Enzo Sperone ha definito appunto “derivativo”. Altri direbbero manierismo. Nel 2021 questa elaborazione serve soprattutto ad offrire ad un collezionismo bolso e stanco quello che ha già negli occhi (archeologia e rassicuranti percorsi formali e concettuali da arte povera). “Non posso trovare o permettimi Anselmo o Boetti?” Ecco soluzioni vintage ed economiche che ti puoi permettere e che ci ricordano l’arte povera. Recentemente fatto acquisire al Walker Center di Minneapolis da Vincenzo De Bellis (in poco tempo da gestore di spazio no profit a capo di Miart e poi curatore di importante museo americano…). Ma in fondo gli americani vogliono questo dall’Italia: “arthhe poooovehra”. 

Nico Vascellari

Gran bella energia spesso risolta dopo il 2001 in soluzioni ancora troppo debitrici degli anni ’90. Come non vedere nella sua ultima mostra romana, che vorrebbe celebrare i suoi esordi, Mike Kelley, Barney e Bock? Tutti artisti affermati oltre oceano negli anni ’90. Stiamo aspettando il suo film fatto durante i 21 concerti in altrettanti regione italiane durante il lockdown. Dovrebbe esagerare di più, come quando si è messo a cavallo di un guardrail in autostrada. 

Marinella Senatore

Regina Italiana del politicamente corretto: arte partecipativa, femminismo, energie dal basso. Peccato che le sue soluzioni formali siano una sorta di “pop art alla matriciana”: luminarie alla Lodola e atmosfere più misurate alla Baldessarri. Apprezzabile il suo tentativo di rivitalizzare musei e istituzioni invitando gruppi a interagire liberamente dentro al museo. Ma questa non è arte partecipativa ma semplicemente una bella festa. Se l’arte contemporanea vuole affrontare frontalmente il problema della partecipazione politica e sociale, nel 2021, arriverà sempre in ritardo rispetto un presente più efficace, veloce e spontaneo. Esempio il tam tam dei social per movimenti come Black Live Matters e Me too. Troppo disconesse le sue dichiarazioni e statement rispetto la resa formale e concreta dei suoi progetti. Molto apprezzata da direttori di museo che in questo modo possono facilmente rivitalizzare, per un pomeriggio, le stanze fredde ed algide del museo di arte contemporanea. 

Giulia Cenci

L’avevamo criticata dicendo che ripercorreva in modo troppo puntale l’informale italiano degli anni 50 e 60. Da quel momento nelle sue installazioni sono sempre ben presenti teste antropomorfe che cercano di ricordare il fastidioso egocentrismo dell’essere umano rispetto le altre forme di vita. Ancora ci ricorda Berlinde De Brukiere e alcune opere di Nauman con siluette antropomorfe appese e trascinate. Molto ben riuscita la sua installazione sospesa e in verticale al MAXXI di Roma. Interessante l’uso di macchinari nelle sue installazioni. Ormai prigioniera di un facile cliché, vedremo se saprà non rimanerne imprigionata.

Maurizio Cattelan

 Dopo la Banana appesa del 2019, che era la sua cosa migliore da Hitler in ginocchio del 2001, ritorna con una mostra a Milano che tiene il passo senza sorprendere più di tanto. Anche lui, come la Beecroft se avesse iniziato negli anni 90′ con questa mostra non sarebbe diventato il Cattelan che conosciamo oggi. Come anche per Hirst questi artisti emersi neg anni ’90 vivono un po’ di rendita e rappresentano comunque, ancora oggi su i 60 anni di età, le cose migliori che possiamo trovare sulla scena del contemporaneo. Questo dovrebbe preoccupare e far riflettere molti. Nella mostra di Milano ritroviamo infatti i piccioni, lavoro del 1997, poi un’opera intimista dove lui in marmo riposa vicino un cane anche lui di marmo (breath, opera non certo da Cattelan ma che funziona proprio perché non te l’aspetti) e poi ancora un’opera che richiama l’11 settembre 2001 data in cui sono rimasti incagliati molti artisti che, come Cattelan, lavoravano sulla provocazione. Cattelan con la mostra di Milano riporta speranza, dope le derive NFT e digitali, nel valore dell’opera tradizionale. Inoltre ci ricorda quanto sia difficile lavorare sul piedistallo dell’opera, dentro la rappresentazione, con un presente ormai iper fluido, complesso e sempre sorprendente. Per capire di cosa parlo provate a seguire il titolo di una qualsiasi opera della serie iMG su cui lavoriamo dal 2013.

Dan Vo

Insieme a Tino Sehgal forse l’unico tentativo di creare un campione internazionale dell’arte contemporanea dopo il 2001. Artista anche lui maestro nella Sindrome del Giovane Indiana Jones: elaborazione archeologica del suo passato orientale con accostamenti tra oggetti da museo e libere elaborazioni. Esattamente quello che chiede oggi il mercato del contemporaneo: essere rassicurato con l’archeologia che, oltre che colti, ci fa sentire anche sofisticati e con i piedi per terra. Questo vale anche per i giovani curatori e gli addetti ai lavori in genere, che, nel campo dell’arte contemporanea, hanno un disperato bisogno di sentirsi saggi, istruiti e farsi accettare da un “paese per vecchi”. Gli stessi nonni e genitori che pagano questi giovani per non creare troppi problemi, prendersi la loro rendita mensile e  perseguire i loro gusti “vintage” (la famigerata Nonni Genitori Foundation).

JR

Artista che usa sapientemente i social e che crea, giustamente, arte perfetta per i social. Totalmente fuori bersaglio con le varie “ferite” che incolla un po’ in tutta Europa, e meglio in altri progetti che rendono la pop art più umana e profonda. Lo avevamo messo tra i 10 artisti più importanti degli ultimi 30 anni, ma dopo aver visto il documentario su Cai Guo Quiang su Netflix mi sa che JR sia destinato a perdere il suo post nei top ten. 

Bansky  

 Artista inglese anonimo che emerge spontaneamente su i muri dopo il 2001. Efficace la sua retorica diretta. Ma dopo un po’ veramente stancamente e troppo elementare. Le sue opere sembrano goccioline di un medicinale che, per qualche centesimo di secondo, riescono a consolare le nostre coscienze. Senza fare alcuna riflessione più profonda, e veritiera, sulle problematiche contemporanee e il ruolo reale giocato dal mondo occidentale.

Giulio Alvigini

Artista italiano semplice e di accademia, diventato comico di un sistema che si prende in giro, da solo, ormai da 12 anni. Lo seguono 16mila persone che possono capire le sue battute solo perché addetti ai lavori. Come se Crozza lo potessero capire solo i politici italiani. Cattelan è seguito su Instagram in Italia da 15mila persone, Bonami tra Italia ed estero 21mila persone. Insomma possiamo dire che gli addetti ai lavori del mondo dell’arte contemporanea sono circa 15mila e coincidono con il pubblico stesso dell’arte contemporanea, e questo in un paese di 60 milioni di persone. Questo ci dice quanto il contemporaneo sia marginale in Italia. E c’è poco da ridere.

Ornaghi e Prestinari

Giovani artisti della Galleria Continua che lavorano consapevolmente tra arte, poesia e design. Una sorta di “Ikea evoluta” elegante ed economicamente accessibile. Questa tipologia di giovani artisti sono molto significativi perché sono presenti in molte gallerie importanti. Occupano le fasce di prezzo più basse per gallerie strutturare che, per sostenere i costi, sono costrette a lavorare soprattutto con artisti moderni (emersi tra Van Gogh e1973) o artisti consolidati negli anni ’90. Questi giovani artisti emersi dopo il 2001 ricordano l’acqua che viene schizzata dal fruttivendolo sull’insalata per farla sembrare più fresca. Inevitabile in un sistema in cui il sistema critico non ha saputo trovare ragioni e motivazioni per il contemporaneo ed è costretto a rifugiarsi sul moderno e anni ’90. 

Adrian Paci

Artista di cui si è parlato molto in questi giorni per la sua opera dove alcune persone attendono su una scala di imbarco in un aeroporto deserto. Come non pensare al dramma del popolo afghano che in queste ore occupa le pagine dei principali quotidiani? Artista che riesce a interpretare efficacemente certe tematiche, come per esempio l’ immigrazione, trasformandole in qualcosa di più universale che ci parla di una condizione di sospensione, del distacco e dell’assenza. 

Tino Sehgal  

 

Forse l’unico artista emerso dopo il 2001 che, tra 2006 e 2012, sembrava poter diventare un nuovo campione dell’arte contemporanea internazionale. La sua opera per Documenta nell 2012 era veramente top, per poi avere il leone d’oro alla Biennale di Venezia, quella curata da Massimiliano Gioni, nel 2013. Poi anche lui si ferma e sparisce forse anche perché non prevedere la documentazione delle opere nell’era dei social, è veramente complicato. Ultimamente è riapparso nel giardini Blenheim in Inghilterra. Ci aspettavamo di più da lui, ma fortunatamente c’è ancora tempo. 

 

 

In generale si nota una stagnazione del contemporaneo che per affrontare la crisi preferisce, da un lato, buttarsi sulla moda del vintage (Sindrome del Giovane Indiana Jones) e dall’altro su i valori consolidati dell’arte moderna e degli artisti anni ’90 (Hirst, Cattelan, Eliasson, ecc). La sensazione è che l’arte contemporanea non stia sfruttando tutto il suo potenziale (forse solo un 10%) e questo perché il sistema e il mercato per sopravvivere non necessitano di qualità e di un pubblico vero. Il valore, e quindi il prezzo, viene ancora trasferito dai luoghi e dalle pubbliche relazioni che insieme a “cataloghi e curriculum robusti” riescono a tenere in piedi il mercato. La banana appesa di Cattelan, la ragazza con il palloncino di Banksy, la ferita fotografata di JR, pur essendo interventi diversi (la Banana di grand lunga il migliore), dimostrano che per arrivare al grande pubblico bisogna proporre opere “semplificate” e che il prezzo di vendita (sempre manipolabile nel mondo dell’arte) diventa fondamentale, troppo fondamentale, per sostenere il valore artistico dell’opera. La Banana di Cattelan, pur essendo un’operazione di qualità e coerente con il percorso dell’artista, non poteva esistere se l’artista e il gallerista non avessero in realtà già venduto le opere prima della fiera. Presentare una banana attaccata al muro e non venderla sarebbe stato un fallimento troppo grande che Maurizio Cattelan non si sarebbe certo potuto permettere. Altro dato significativo la bassa presenza di donne, su 15 artisti di cui abbiamo parlato, perché significativi in un modo o nell’altro, ci sono solo 4 donne, meno dei 30%.