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Il Quadrato nero su fondo bianco si impone come il tentativo più estremo e «assoluto» di superamento dei limiti e della relatività della pittura, attraverso la presentazione di una forma primaria senza più referenze ad altro che a se stessa, basata sull’accordo dei due poli opposti del colore, il nero e il bianco, intesi anche come la fine e l’inizio.

L’arte acquista significato a partire dal momento in cui rivela la verità profonda del mondo senza oggetto. La sua poetica è dunque caratterizzata da una tensione mistica laica, collegata a una visione utopica di rinnovamento rivoluzionario della società.

 

Quadrato nero, 1915, olio su lino, 79.5 x 79.5 cm,

 

 

«Per suprematismo – ha scritto l’artista – intendo la supremazia della sensibilità pura nell’arte. Dal punto di vista dei suprematisti le apparenze esteriori della natura non offrono alcun interesse; solo la sensibilità è essenziale. L’oggetto in sé non significa nulla. L’arte perviene col suprematismo all’espressione pura senza rappresentazione».

L’opera d’arte nasce appunto da questa sensibilità “pura” e dalla posizione di semplice visitatore. La spia luminosa sembra mettere in discussione tanto il valore dell’oggetto, quanto la necessità della sua eliminazione o conservazione. In altre parole sembra mettere in discussione il nostro “senso critico” nell’eliminare o meno qualcosa, dalla nostra tasca quanto dalla nostra testa. 

All’interno del MAAT di Lisbona (Museo di Arte, Architettura e Tecnologia) il dipinto di Malevic diventa, nella tridimensionalità, un bidone minimalista per la spazzatura. Il bidone, sempre caricabile e scaricabile, contiene i rifiuti delle visitatori, ossia quegli oggetti che, forse, rappresentano, nella mente dei visitatori, il grado “zero” di “opera d’arte”.

Il suprematismo di Malevic vedeva nella totale messa in discussione dell’oggetto una vera e propria utopia politica e sociale. Dopo 100 anni la natura dell’oggetto, come dell’opera d’arte, vive una fibrillazione tra esperienza diretta e immaginazione, esperienza mediata e oggetti reali. L’oggetto è continuamente messo in discussione.  Se fossimo in grado di riconsiderare i nostri bisogni, potrebbe cambiare il concetto di “crisi”, sia essa economica, politica, sociale, personale o privata.

Buttare via qualcosa, in fondo, è il contrario di postare contenuti su Facebook. Ma il risultato è lo stesso, una sorta di vuoto. 

La definizione del “gesto creativo”, data da Gilles Deleuze e poi completata da Giogrio Agamben, vede l’opera d’arte come “risultato” di un’atto di resistenza che l’artista fa verso se stesso. Se chiunque può essere Luca Rossi, chiunque può trattenere Luca Rossi. Da questa resistenza nasce lo “stile” dell’artista, quanto di essere umano. Nell’opera d’arte, come nella vita,  ha valore tanto il “fatto” quanto “il non fatto”, quello che scartiamo e buttiamo, appunto, nella spazzatura.

Se gli stati moderni sono sono solo in grado di realizzare politiche di galleggiamento, senza arrivare mai a cambiamenti incidenti, l’unico spazio politico rimasto è rappresentato dalla nostra dimensione privata. In questo spazio privato è “installata” l’opera che vive una fibrillazione tra oggetto immaginazione, esperienza mediata (il video) ed esperienza diretta (la visita al museo).