UTOPIA / DISTOPIA

Luca Rossi

MAAT MUSEUM, Lisbon 2017. 

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Il Quadrato nero su fondo bianco si impone come il tentativo più estremo e «assoluto» di superamento dei limiti e della relatività della pittura, attraverso la presentazione di una forma primaria senza più referenze ad altro che a se stessa, basata sull’accordo dei due poli opposti del colore, il nero e il bianco, intesi anche come la fine e l’inizio.

Quadrato nero, 1915, olio su lino, 79.5 x 79.5 cm,

 

L’arte acquista significato a partire dal momento in cui rivela la verità profonda del mondo senza oggetto. La sua poetica è dunque caratterizzata da una tensione mistica laica, collegata a una visione utopica di rinnovamento rivoluzionario della società.

«Per suprematismo – ha scritto l’artista – intendo la supremazia della sensibilità pura nell’arte. Dal punto di vista dei suprematisti le apparenze esteriori della natura non offrono alcun interesse; solo la sensibilità è essenziale. L’oggetto in sé non significa nulla. L’arte perviene col suprematismo all’espressione pura senza rappresentazione».

L’opera d’arte nasce appunto da questa sensibilità “pura” e dalla posizione di semplice visitatore. La spia luminosa sembra mettere in discussione tanto il valore dell’oggetto, quanto la necessità della sua eliminazione o conservazione. In altre parole sembra mettere in discussione il nostro senso critico nell’eliminare o meno qualcosa, dalla nostra tasca quanto dalla nostra testa. 

All’interno del MAAT di Lisbona (Museo di Arte, Architettura e Tecnologia) il dipinto di Malevic diventa, nella tridimensionalità, un elegante bidone minimalista. Il bidone, sempre caricabile e scaricabile, contiene i rifiuti delle persone, ossia quegli oggetti che forse rappresentano, nella mente dei visitatori, il grado “zero” di “opera d’arte”.

Il suprematismo di Malevic vedeva nella totale messa in discussione dell’oggetto una vera e propria utopia politica e sociale. Dopo 100 anni la natura dell’oggetto, come dell’opera d’arte, vive una fibrillazione tra esperienza diretta e immaginazione, esperienza mediata e oggetti reali.

Buttare via qualcosa, in fondo, è il contrario di postare contenuti su Facebook. Ma il risultato è lo stesso, una sorta di vuoto. 

Quella spia luminosa sembra voler mettere in discussione il valore dell’oggetto quanto la sua eliminazione/conservazione. Se fossimo in grado di riconsiderare i nostri bisogni, potrebbe cambiare il concetto di “crisi”, sia essa economica, politica, sociale, personale o privata.

Kazimir Malevic scirsse “L’inoperosità come verità effettiva dell’uomo”, in cui, contro la tradizione che vede nel lavoro la realizzazione dell’uomo, l’inoperosità si afferma come la “più alta forma di umanità”. L’opera di Luca Rossi al MAAT di Lisbona, all’interno della mostra Utopia/Distopia”, nasce proprio da uno stato di inoperosità, o meglio, da un diverso “senso critico” verso la realtà.  Contemplazione e inoperosità sono gli operatori metafisici dell’antropogenesi, che, liberando il vivente uomo da ogni destino biologico o sociale e da ogni compito predeterminato, lo rendono disponibile per quella particolare assenza di opera che siamo abiutuati a chiamare “politica” e “arte”.

La definizione del gesto creativo, data da Gilles Deleuze e poi completata da Giogrio Agamben, vede l’opera d’arte come “risultato” di un’atto di resistenza che l’artista fa verso se stesso. Se chiunque può essere Luca Rossi, chiunque può trattenere e resistere a Luca Rossi. Nell’opera d’arte, come nella vita,  ha valore tanto il “fatto” quanto “il non fatto”, quello che scartiamo e buttiamo, appunto, nella spazzatura. Ma questa scelta sarebbe facile se non ci fosse la spia dell’arte e della politica a ricordarci che forse stiamo sbagliando qualcosa.