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materiali vari, massimo de carlo art basel boot 2018. 

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Esiste un forma di possesso che non escluda gli altri? La prima opera esposta é una scultura rossa, che per essere posseduta necessita solo di un primo sguardo. Come se l’unico luogo dove l’opera possa esistere sia il nostro privato. 

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“Privato” agli altri, o almeno a quelli che sono fuori dal cono tra i nostri occhi e lo schermo. 
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Una forma di nomadismo dove opera e spettatore sono sempre nello stesso luogo e allo stesso tempo. Pur essendo immobili. Un nomadismo velocissimo, ma con i suoi protagonisti immobili.
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Sono le opinioni, i contenuti, le immagini e i video che realizziamo e comunichiamo. Un’esperienza priva di esperienza, ma dove tutti crediamo di sapere tutto, e dove siamo tutti tuttologi. La differenza rispetto a ieri, é la possibilità di convidivere questa enorme quantità di informazioni. Fino al punto che é più importante condividere che vivere. Tanto che sto scrivendo questo testo senza aver visto l’opera ma immaginandola nello spazio che ho scelto. 
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L’opera esiste nel boot di Massimo De Carlo, ma ancora prima sempre dove siamo noi. Noi facciamo esperienza anche facendo la “non esperienza” dello schermo. Solo questa consapevolezza profonda può salvarci dalla menzogna. 
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Gilles Deleuze, non ridere, diceva che non abbiamo bisogno di esprimerci, lo facciamo fin troppo. Abbiamo invece bisogno di interstizi di solitudine e silenzio dove dire finalmente qualcosa di vero. 
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Ma cosa é vero? Come salvarci dalla menzogna? Creando una menzogna straordinaria, tanto da allenarci a riconoscere la verità. Allenare i nostri occhi, combattere il nostro inconscio. 
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Il nostro inconscio, che ci governa al 95%, ha una grande quantità di informazioni da manipolare, permettendoci, sempre di più, di rimanere al sicuro in una rassicurante comfort zone. 
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Scolpire la scultura con i polpastrelli delle dita, per giunta della mano non dominante, ci rende consapevoli della nostra caverna. É un atto profondamente politico, perché avviene nell’unico spazio politico realmente rilevante, il nostro privato. In questo spazio una scelta può valere 10-20 volte quella di un capo di stato. 
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In questo spazio il vero nemico e il nostro inconscio. Disobbedire a noi stessi. 
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Un buco nero che, dal privato dell’autore, sembra risucchiare tutto il processo che va all’accensione delle luci nello studio dell’artista, fino all’ultimo spettatore che esce dal museo. Un’ecologia dell’arte che, se paragonata all’inquinamento di opere e contenuti, risulta imbarazzante.
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Imbarazzante per un sistema dell’arte che costringe, e ci costringe, a rituali e posture nostalgici. 
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Si può vedere un’opera senza doversi muovere? Minimizzando tempo e risorse? Conservandole per fare altro? 
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Come collezionare quest’opera? Questa opera può essere conservata e collezionata solo nello sguardo di ognuno di noi. Imbarazzante e un poco folle. Una soluzione che potremo definire cretina e stupida. Come se le soluzioni più intelligenti trovassero subito gli anticorpi per disinnescarle. 
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materiali vari, massimo de carlo art basel boot, 2018.

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