TESTO INTRODUTTIVO PER UN’INTERVISTA A LUCA ROSSI DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE: 

 

LA CRITICA, LA LOTTA, IL FUTURO : LUCA ROSSI

 

In Italia, c’è una figura di notevole interesse nel panorama dell’arte contemporanea: Luca Rossi, artista/collettivo critico, curatore, blogger, personaggio controverso che lavora anche con l’anonimato, una sorta di Anonymous del Sistema dell’Arte (dove l’ego sembra non esistere più e dove chiunque può essere Luca Rossi), dove “processualità critica”, spazio virtuale (quello creato da internet) e quello reale sembrano non avere più confini e mischiarsi in un tutt’uno. 

 

Oggi giorno l’individuo esperisce una sorta di “non esperienza”, nel senso che la maggioranza del suo tempo viene speso nel navigare nella “rete”  e  molto di questo lo sta portando ad una “nuova memoria-senza memoria” ad “un’assimilazione passiva e a-critica” e questo Luca sembra saperlo davvero bene. Luca ci ricorda i riferimenti storici ed artistici, il nostro passato, cosa vuol dire essere critici e attivi, lottare per mantenere una propria autenticità e districarsi in un mondo che ha più l’aspetto di un grande Mc Donald.

 

Ci siamo stupiti di quanto Il lavoro di Luca sia seguito da molti curatori, artisti anche in Europa, molti dei quali scappati dall’Italia. Luca è considerato l’unica voce critica fuori dal coro per il panorama attuale italiano. 

 

La cosa preoccupante è che Rossi, nonostante il suo lavoro sia ampiamente e verbalmente riconosciuto, non venga ancora considerato da istituzioni e realtà italiane. La cosa è emblematica e la dice lunga su cosa vale in Italia rispetto all’essere dei “veri artisti”.

 

Un panorama italiano che si trascina da forse più di 10 anni, portando artisti “copia ed incolla”, ripetizioni infinite di progetti con sempre gli stessi nomi, decretando implicitamente una fine dell’arte contemporanea.  

 

MG: In realtà questa non è l’intervista dell’introduzione che avete appena letto. Ma leggendola ho voluto scrivere a Luca Rossi. Su Instagram hai pochi follower. Come lo spieghi per l’art-blogger più conosciuto d’Italia?

 LR: I “Mi piace” come i “follower” sono un modo per non pensare. Tanti significa bene, pochi significa male. Molti seguono senza cliccare “mi piace”.

MG: Perchè lo fanno?

LR: Mi sembra di rappresentare un rimosso della scea artistica italiana. Forse perchè ho sollevato alcune problematiche che si preferisce non affrontare. 

 MG: Facebook, come Instagram, tendono a creare delle bolle acritiche dove una determinata cerchia di persone la pensa sostanzialmente nello stesso modo. Queste bolle sono create dall’algoritmo che fotografa “quello che ci piace”. Questo fenomeno come ha cambiato il tuo lavoro critico?

 LR: Nel 2009 era molto più semplice creare dibattito, i social non erano ancora così sviluppati. Ma ho capito che molte persone non vogliono porsi troppe domande, anche se i problemi che avevo argomentato 9 anni fà oggi si sono sviluppati e la scena artistica italiana si è sicuramente inaridita. 

 MG: Cosa intendi per “inaridita”

LR: Il mecenatismo fine a se stesso non esiste più, mentre a cavallo di anni ’90 e 2000, anche per via della bolla speculativa, la situazione era migliore. Le promesse italiane degli anni 90 sono oggi sparite o resistono attraverso rendite e pubbliche relazioni di posizione. Ma in crisi è un certo ruolo di artista che fuori dal sistema dell’arte è già diventato qualcos’altro. E ha successo, riesce a sostenere la propria posizione, ed è felice. 

 MG: Molte volte hai detto di aver sviluppato questa forte operazione critica, soprattutto per tua formazione personale, come un romanzo di formazione. Cosa intendi dire?

 LR: “Luca Rossi” è stato l’anticorpo che mi ha salvato da alcune anomalie del sistema. Sono stato la prima vittima di Luca Rossi. Questa operazione mi ha permesso di procedere a occhi aperti anche a costo di risultare antipatico. Mi ha protetto da quelle persone e da quelle dinamiche che sarebbero state negative per me. L’artista oggi guadagna solo indirettamente, non certo vendendo gingilli costosi alle fiere. E io ho guadagnato tantissimo. 

 MG: Dalla tua azione critica, quasi da subito, è discesa una progettualità che esprime una “zeitgeist” (lo spirito culturale che informa una determinata epoca, come si riflette nella letteratura, nella filosofia) del tutto particolare. Potremo dire che ogni tuo progetto conserva anche la tua azione critica?

 LR: Assolutamente sì. Il progetto a SMACH 2017 (declianazione di altri interventi simili) può essere considerato una sorta di anticorpo critico rispetto l’algoritmo a-critico che ci vorrebbe nutrire e ingrassare solo con cose uguali a noi stessi. Ma anche le sculture rosse o gli interventi fuori dai percorsi deputati, nascono da un atteggiamento critico del tutto peculiare. 

 MG: Spesso questa azione critico-progettuale incontra la divulgazione, come per esempio negli assalti che hai fatto ad Arte Fiera nel 2017 e che farai a Miart nel 2018. Non pensi che questo aspetto possa condizionare negativamente il tuo lavoro critico-progettuale?

 LR: Nel corso di questi anni mi sono accorto che il pubblico dell’arte contemporanea coincide sostanzialmente con gli addetti ai lavori in Italia. Questo perchè nessuno sa fare divulgazione al di là del laboratorio didattico dove scaricare i bambini per fare aperitivo in centro (ride). Quindi, insieme ad altri collaboratori, siamo stati costretti a pensare anche alla divulgazione con tanti progetti che stiamo realizzando sul campo. 

 MG: Cosa intendi per “divulgazione” e in cosa si differenzia da quello che vedi in giro?

 LR: Creare uno spazio di opportunità affinchè il pubblico possa appassionarsi ed interessarsi. Per fare questo bisogna puntare verso il baratro rischiare il fallimento. Nessuno in Italia è disposto a fare questo, io sì. 

 MG: Domanda classica: “progetti futuri?”

 LR: Diverse cose bollono in pentola, ma non posso ancora dire nulla!