L’artista oggi deve fare un passo indietro, che non vuol dire tornare indietro.

 

KA: In molti progetti riempi lo spazio con forme astratte di colore rosso. Hai definito queste opere come “buchi neri” che risucchiano tutto il processo che va dall’accensione delle luci nello studio dell’artista fino all’ultimo spettatore che esce dal museo. Puoi spiegare questi interventi anche per quelle persone che possono non ritenersi esperti d’arte o addetti ai lavori?

LR: In realtà queste opere presentano il grado più semplice e primitivo di opera d’arte, vengono realizzate con la punta dei polpastrelli esattamente come come avveniva per le prime pitture rupestri all’interno delle caverne. Esistono solo nella dimensione privata dello spettatore, semmai in un momento di silenzio. Possono metterci in imbarazzo proprio perché non siamo più abituati a questo approccio diretto e genuino, privo di appigli dati dall’utilità (il design) o dalla figurazione (gli immaginari). C’è una frase celebre di Gilles Deleuze che dice come il problema non sia rappresentato dalla necessità di esprimersi, la gente, infatti, oggi più di ieri, lo fa fin troppo. Si tratta invece di creare interstizi di silenzio e solitudine per dire finalmente qualcosa di vero.

Non pretendo certo che il visitatore davanti a questi interventi pensi o dica qualcosa di vero, ma mi interessa questa possibilità che l’opera avvenga in un’istante nel silenzio del nostro privato. Anche solo rispetto 10-15 anni fa siamo tutti fotografi armati di smartphone. Davanti a questa ammucchiata di immagini, post e video, l’artista comunemente inteso deve necessariamente sottrarsi e fare un passo indietro. Fare un “passo indietro” non significa tornare indietro o essere arrendevoli, quanto avere un prospettiva diversa sulle coe che ci può restituire molto rispetto alla nostra contemporaneità. Quindi non una scelta snob ma per salvarsi e salvarci da questa sovrapproduzione, dove il rischio è perdersi in tante immagini, privandoci di qualsiasi contenuto e di qualsiasi spessore umano. Cosa potrebbe succedere se ci fossero 1,5 miliardi di dirette Facebook contemporaneamente nel mondo? Miliardi di immagini, senza poter comprendere niente, un vuoto mascherato da pieno. Ed è esattamente quello che sta succedendo e quello che era stato intuito da Andy Warhol con le sue Marylin serigrafie centinaia di volte, fino a diventare una superficie sempre più sbiadita. Senza alcun contenuto, senza alcuno spessore umano.

KA: Ma anche tu partecipi a questa ammucchiata con la tua opera presso la Tate Modern o presso la Fondazione Prada. Come la mettiamo?

LR: L’unico contenuto rilevante e stimolante è oggi la consapevolezza. Questi interventi racchiudono questa consapevolezza, ti imprigionano in quella stanza anche se non vuoi; rappresentano un “ecologia dell’arte” e del contenuto, dove le risorse impiegate sono prossime allo zero. Come a dire, la risposta all’inquinamento non è smettere di andare in auto ma usare auto elettriche o mezzi non inquinanti. “Fare un passo indietro” per l’artista non deve essere un atto nichilista o arrendevole.

Non dimenticare che non esiste alcuna opera-oggetto da esporre, mentre stampare queste immagini significherebbe entrare in profonda contraddizione con il progetto stesso. Questi interventi realizzano quello che ho chiamato “nomadismo immobile” in quanto opera e spettatore sono velocissimi e immobili, in quanto si trovano sempre nello stesso luogo e nello stesso tempo.

 

 

KA: A partire da tuoi interventi presso il Mart di Rovereto (2009) e la Ben Youssef Madrasa (2010) fino ad arrivare al progetto del 2013 presso l’Abbazia di Sénanque in Francia, questo tuo “fare un passo indietro” è stato interpretato come un’azione-reazione dello spettatore stesso, potremo dire del turista, che decide di “curare” la sua visione. In Francia hai iniziato a fotografare ossessivamente una teca vuota all’interno di un’abbazia cistercense meta di migliaia di turisti. In questo caso hai voluto reagire al soffocamento di qualsiasi senso spirituale, realizzando una sorta di “attentato positivo” volto a ricostruire questo “senso” invece di distruggere cose e persone. I turisti rallentavano il passo davanti alla tua azione-reazione, alcuni si stropicciavano gli occhi altri fotografavano la teca. Dalle tue fotografie, visibili online, vediamo che la teca non poteva dirsi vuota, ossia emerge una paesaggio che sembra integrare la spiritualità orientale a quella occidentale. La teca assomiglia al cuore dei templi scintoisti, spazi rettangolari e vuoti dove richiamare l’attenzione degli spiriti; la teca sembra inoltre rappresentare un Giardino Zen che racchiude su un lato una piccola rappresentazione del Tau cristiano. Ma la teca riflette anche le persone che vi passano accanto come fossero esseri effimeri e in continua transizione. Quella teca rappresenta effettivamente un respiro di sollievo rispetto all’invadenza del turismo di massa. Rispetto a certe pratiche situazioniste anni ’70 qual è la tua novità?

LR: Solo da pochi anni la mia azione-reazione può avere i mezzi tecnologici per essere realizzata e comunicata a migliaia di persone tramite internet. Questa mi sembra una novità. Ma rispetto al discorso che abbiamo fatto prima, questo progetto in Francia può essere visto come l’ennesimo contenuto. Ancora un volta non è il “cosa” che conta ma il “come”, ossia una certa consapevolezza nel come fare le cose. Non si è mai trattato di ricercare la novità e l’innovazione, ma una consapevolezza verso il mondo che ci circonda. Come nei progetti alla Tate Modern e alla Fondazione Prada, la teca è vuota, non c’è alcun opera-oggetto da esporre.

Il turista diventa primo spettatore e quindi “curatore” della propria visione che può facilmente diventare anche quella di altri. Questo implica una nuova idea di museo, di opera d’arte e quindi di artista. Anche in questo caso mi sembra evidente il “passo indietro” rispetto la sovrapproduzione indiscriminata di opere, progetti e contenuti.

KA: La modalità di intervento che hai sperimentato in Francia è poi stata realizzata anche a Porretta Terme (Thermal Refuge 2016) e a Firenze (#Rinascidentro, 2017). Mi sembra evidente come la novità non stia in una pratica che tutti realizziamo in modo più o meno consapevole, ma nell’evidenziare la possibilità e l’opportunità fornita da questa pratica. Esattamente come quando dici che “tutti possono essere Luca Rossi”.

Una terza tipologia di intervento sembra porsi in mezzo alla due precedenti. Prima alla Biennale di Venezia nel 2013, poi successivamente in diversi luoghi, hai installato una sigla apparentemente incompressibile: IMG 3733. Si tratta del titolo che lo smartphone fornisce d’ufficio e in sequenza a tutti quei video postati su You Tube senza un titolo che li possa caratterizzare. Per questo motivo ogni giorno abbiamo migliaia di nuovi video, con il medesimo titolo IMG 3733, postati da ogni parte del mondo. Il titolo di questo intervento, posto fra fotomontaggio e scultura tridimensionale, è “se non capisci una cosa cercala su You Tube“. Nel titolo ritrovo quella precisione ingenua e pedante del titolo dove invitati a ordinare una pizza presso Massimo De Carlo o la Fondazione Prada, indicando “dove”, “come” e gli orari per far recapitare la pizza presso lo spazio espositivo deputato. Questa ingenuità un po’ folle e stupida, ma anche ossessiva e quotidiana, ritorna in molti interventi progettuali e critici che hai realizzato in questi anni. Nel caso della sigla IMG 3733 mi interessa come la dimensione scultorea, l’ennesima installazione permanente, spesso incomprensibile, possa portare ad una fluidità mutevole e profondamente “contemporanea”. Come si pone questo intervento rispetto il “passo indietro” di cui abbiamo parlato?

LR: Fin da subito mi sono reso conto che nella figura di Luca Rossi si fondevano e si confondevano tutti i ruoli del sistema dell’arte, determinando da un lato l’indipendenza di Luca Rossi dal sistema stesso e dall’altra parte al sua inevitabile solitudine ed emarginazione. Molti mi hanno accusato di fare “critica istituzionale”, io ho fatto di peggio: “Fai da te istituzionale”, una cosa che a curatori e musei può far storcere il naso, prima di far capire loro come questa pratica possa invece rivitalizzare il museo stesso e il ruolo di curatore d’arte. Ma si tratta anche di allenare un maggiore senso critico nello “spettatore qualsiasi”, ruolo realmente carente nel sistema dell’arte che spesso risulta chiuso e autoreferneziale. L’opera IMG 3733 può essere installata da chiunque e ovunque. Per citare un titolo di un progetto del 2012: “ovunque sei a cura vostra”. Anche in questo caso propongo sì un nuovo contenuto, ma un contenuto che rappresenta un modo e un “come” per gestire i contenuti stessi. In questo caso i milioni di video che vengono postati su You Tube. L’opera prevede non solo la selezione di video marginali e sottilmente poetici, perché spesso considerati dai loro autori “poco rilevanti”, ma anche video che altrimenti rimarrebbero nascosti e privi di visualizzazioni. L’opera apre a tanti micro universi in quotidiana crescita.

 

 

KA: Nell’estate 2014 sei stato invitato ad una mostra collettiva e hai avuto l’opportunità di realizzare quest’opera in ceramica. Ecco che anche tu sei caduto nell’oggetto, la teca è piena.

LR: La teca piena non ci deve far paura, il “cosa” non ci deve far paura, soprattutto se è un “cosa” che diventa un testimone fisico di valore, ossia di un “come” capace di restituirci il senso del nostro tempo. Questo “senso” è capace di arricchire la nostra presenza sulla terra. Non si risponde alla sovrapproduzione e all’inquinamento di contenuti, rendendo banalmente e nichilisticamente l’opera immateriale. Sarebbe troppo facile. L’opera in ceramica è testimone del senso del nostro tempo.

KA: In occasione dello Sculpture Project in Munster 2017 hai riproposto un progetto del 2016, ossia la prima opera d’arte sulla Luna. Sul suolo lunare ritroviamo la scritta IMG 3733. Su sito di Luca Rossi Lab possiamo vedere l’installazione dell’opera e acquistare direttamente su eBay l’opera stessa in ceramica. In questo progetto hai reso evidente come l’esperienza diretta dell’opera sia del tutto secondaria.

LR: Penso che percepiamo almeno il 70% del mondo in modalità indiretta, si tratta semplicemente di prenderne consapevolezza. Nel corso degli anni mi sono accorto come ogni mio progetto viva una fibrillazione tra esperienza diretta e esperienza mediata, tra oggetti e immaginazione. Tale fibrillazione restituisce una natura dell’opera d’arte profondamente contemporanea.

KA: Nel 2011 a Varsavia presenti una nuova tipologia di intervento, anche in questo caso ritorna il tema del pieno e del vuoto, e di un’opera d’arte “fluida” e in continua ed inesorabile trasformazione. In questo caso vediamo, dentro una galleria d’arte di Varsavia, dei quadri di luce formati presumibilmente dal sole che penetra da grandi finestre rettangolari. In questo caso la presenza e la visione dell’opera dipende dalle stagioni, mentre la dimensione macro entra in relazione con la nostra dimensione micro. Vediamo l’opera perché il Sig. Rossi, come spettatore qualsiasi, ha deciso di fermare un preciso istante con il proprio smartphone. Anche in questo caso l’opera nasce da una precisa “visione critica” del contesto, capace di contribuire ad una nuova definizione di museo e di opera d’arte.

LR: Mi rendo conto che anche in questo intervento è presenta una fibrillazione tra pieno e vuoto, tra oggetto e immaginazione. La mia prontezza nel fermare quel preciso istante ci permette di immaginare l’opera, mentre i “quadri di luce” oltre a spostarsi ogni giorno, spariscono oscurando le finestre o durante la notte.

 

 

KA: Ritorna quella tua ingenuità un po’ folle. In fondo ognuno di noi ha fatto esperienza di quadri di luce similari, ma forse mai nessuno aveva pensato di elevarli ad opera d’arte. Mi dicevi che saresti addirittura disposto a progettare l’opera su una parete vuota insieme ad un collezionista e che sarebbe il modo per tenere vuota la parete. Come si pone questo intervento rispetto al progetto #rinascidentro che hai presentato a Firenze, si potrebbe parlar di apropriazionismo?

LR: In entrambi i casi l’opera nasce da una visione laterale e critica sulla realtà. Non parlerei di apropriazionismo in quanto l’opera nasce da una fibrillazione tra esperienza diretta ed esperienza mediata, tra oggetti e immaginazione. Non si tratta di prendere un oggetto dalla realtà e portarlo in una galleria d’arte. Penso che il mio atteggiamento un po’ folle e ingenuo esprima un assenso di sfida ad un sistema dove le “soluzioni più intelligenti” trovano subito gli anticorpi per essere disinnescate. Serve sicuramente una sguardo diverso sulle cose. E non tanto altre “cose”.

KA: Il 95% del mercato dell’arte contemporanea dipende dalle case d’asta, come si pone il tuo lavoro rispetto al mercato e alle case d’asta? Cosa porterebbero fuori, con i guanti, gli addetti della casa d’asta?

LR: Direi un documento, ed eventualmente un’oggetto, ma marginale rispetto al documento.

KA: A partire dal 2016 molti tuoi progetti hanno come sottotitolo “dal monumento al documento”. In particolare Nicolas Bourriaud per descrivere quello che intende per “altermoderno” riporta nel libro Il Radicante, l’esempio del popolo ebreo la cui cultura passò dall’idea del monumento a quella del documento, quando, in una situazione di emergenza, fu costretto a scappare dalla propria terra. Potremo definire la tua progettualità altermoderna?

LR: Si tratta di una forma di resilienza, che potremo chiamare anche “antifragile” (vedi Nicolas Taleb), e di  cui Bourriaud fatica a portare esempi. Perché sarebbe come parlare di energie rinnovabili e poter parlare solo delle auto realizzate fino agli anni ’90.

KA: Mi sembra problematica questa tua scelta per cui chiunque può essere “Luca Rossi”. Quanti “Luca Rossi” ci sono?

LR: Che io sappia almeno 8, ma potenzialmente diversi miliardi. Mi interessa molto questa perdita di controllo identitaria, contro le identità monolitiche a cui c’ha abituati il ‘900. Fino ad ora questa cosa non ha creato problemi.

 

 

KA: Come a Firenze, in Thermal Refuge (2016), l’opera consiste in un documento che permette un’esperienza specifica in un rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale e che oggi è diventato Centro Termale, SPA e Centro Benessere. Perché ti interessa questo luogo?

LR: Non mi interessa semplicemente il luogo, ma il luogo unito alle tre suggestioni presenti nel documento. Come in altri progetti sembra che ogni cosa sia incastri perfettamente, ed ecco che quella che era solo un’intuizione diventa un progetto da valorizzare, promuovere e comunicare.

KA: Un rifugio antiaereo, da cosa dobbiamo difenderci?

LR: Viviamo tempi fluidi e precari. Inoltre Porretta Terme si pone in una zona geopolitica realmente strategia rispetto le tensioni internazionali.

KA: Un passaggio da Il Radicante di Bourriaud:

“Invece che subirla o resistervi per inerzia, il capitalismo globale sembra aver fatto propri i flussi, la velocità, il nomadismo? Allora dobbiamo essere ancora più mobili. Non farci costringere, obbligare, e forzare a salutare la stagnazione come un ideale. L’immaginario mondiale è dominato dalla flessibilità? Inventiamo per essa nuovi significati, inoculiamo la lunga durata e l’estrema lentezza al cuore della velocità piuttosto che opporle posture rigide e nostalgiche. La forza di questo stile di pensiero emergente risiede in protocolli di messa in cammino: si tratta di elaborare un pensiero nomade che si organizzi in termini di circuiti e sperimentazioni, e non di installazione permanente, perennizzazione, costruito. Alla precarizzazione dell’esperienza opponiamo un pensiero risolutamente precario che si inserisca e si inoculi nelle stesse reti che ci soffocano.” 

Nicolas Bourriaud
 .
.
KA: Vorrei concludere questa intervista parlando di “I’m not Roberta” (qui la recensione su Artribune) realizzato per la Biennale del Whitney del 2010, che forse rappresenta il tuo progetto più folle, forse stupido e visionario. Prima di tutto da dove deriva il titolo?
 .
LR: Massimiliano Gioni mi intimò di cambiare nome al suo profilo Facebook, misi “Roberta Tenconi” che era una sua collaboratrice, poi non riuscivo più a cambiare nome e dovetti scrivere “I’m not Roberta”.
 .
KA: Il progetto consisteva in una preghiera che hai imparato da piccolo e che hai recitato ogni giorno della Biennale del Whitney 2010, affinché succedesse qualcosa che fosse significativo per gli Stati Uniti e che allo stesso tempo rompesse la monotonia del cliché della mostra d’arte contemporanea. Poi ogni giorno cercavi su internet una traccia, qualcosa che la tua preghiera potesse aver innescato.
 .
LR: Ed effettivamente qualcosa è successo. Solitamente l’artista propone le opere e poi il sistema successivamente costruisce intorno ad esse una retorica e una super-spiegazione. Io ho voluto procedere a ritroso, e sono partito da una retorica semplice ed estrema come la preghiera. La religione ha un ruolo rilevante nel mondo di oggi, anche se in realtà sembra non crederci mai nessuno. Io mi sono voluto fidare, ed effettivamente ho individuato una traccia che ha travalicato gli spazi della Biennale del Whitney.
.