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COME PRIMA MEGLIO DI PRIMA 

Ordina una pizza da tutto il mondo (cerca le pizzerie di asporto a Milano su Google) da recapitare presso la Galleria Massimo De Carlo (Viale Lombardia 17, Milano) il 9 Settembre 2020 tra le ore 19 alle ore 22 

pizze ordinate, attesa dell’arrivo delle pizze presso la galleria, Luca Rossi, 2020.

Nel 2009 In occasione della mostra di George Condo presso la galleria Massimo De Carlo di Milano, abbiamo modificato il comunicato stampa e invitato i visitatori a ordinare una pizza da tutto il mondo da far recapitare presso la galleria Massimo De Carlo durante l’inaugurazione e per tutta la durata della mostra.

10 anni prima della banana di Maurizio Cattelan viene sottolineato come qualsiasi cosa presentata dentro la Galleria Massimo De Carlo “può andare bene”. In altre parole nel mondo dell’arte contemporanea qualsiasi cosa venga presentata nei luoghi giusti e sostenuta dalle pubbliche relazioni giuste può andare bene. Lo stesso Maurizio Cattelan ha dichiarato che se guardata a lungo qualsiasi cosa può diventare interessante. Anche una pizza, allora.

In questo caso però l’innesco dell’opera viene richiesto ai visitatori che hanno la possibilità di innescare una situazione di attesa e realizzare un “attentato positivo” volto a ricostruire senso e significato. Se non arriveranno pizze durante l’inaugurazione e durante tutta la durata della mostra non sarà importante, quello che è importante sarà avere una situazione di attesa.

Luca Rossi ritorna alla Galleria Massimo De Carlo, galleria feticcio che rappresenta l’opportunità di comportarsi diversamente all’interno del sistema, con lo stesso progetto presentato 11 anni fà. Come a voler sottolineare che le cose non sono assolutamente cambiate, probabilmente con la soluzione estrema della banana di Cattelan abbiamo preso unicamente maggiore consapevolezza. In fondo guardando fiere, mostre e biennali internazionali il pubblico e i collezionisti sembrano sempre di più delle “scimmie urlanti” a cui il buon Maurizio ha lanciato l’ennesima banana.

Contestualmente a questo progetto viene presentata un’opera legata al progetto Black Mirror realizzato presso la fondazione Prada di Venezia nell’agosto 2019 e un dipinto della serie IMG presentato presso la Galleria Six di Milano ed Enrico Astuni di Bologna, rispettivamente nell’ottobre 2019 e nel gennaio 2020.

“If you don’t understand something search for it on YouTube”, acrilico su tela 70×70 cm (prima da sinistra collezione Marcello Forin, seconda e terza disponibili, per informazioni: lucarossicampus@gmail.com

(COLLEZIONI Marcello Forin, Giorgio Fasol, Marco Rosa, collezione privata Padova).

L’opera appare incomprensibile e inaccessibile. I margini di intendimento sono minimi, così come quelli di fraintendimento.

La pennellata a mano libera non può essere sicura e vediamo alcuni segni a matita che hanno tentato di stabilire una via. Allo stesso tempo é evidente una modalità ossessiva, potremo parlare di una “precarietà risoluta”, citando Nicolas Bourriaud che nel libro “Il Radicante” definisce il concetto di altermoderno.

Ecco che il titolo di ogni opera ci permette l’accesso ad una playlist di video completamente inaspettata. Il soggetto di ogni dipinto rappresenta infatti il titolo che i cellulari attribuiscono in modo consequenziale a migliaia di video realizzati in tutto il mondo da più persone e caricati su YouTube senza dare loro un titolo specifico. Situazioni marginali e sottilmente poetiche, micro-universi in quotidiano aumento. Un proliferare di contenuti di cui siamo tutti produttori, consumatori e “moltiplicatori” tramite la condivisione. Gli stessi contenuti standard rappresentati dalla pizza che viene chiesta di prenotare presso la Galleria Massimo De Carlo di Milano. 

Un’anestetizzazione non solo data dalla quantità di contenuti e informazioni, ma anche dalla loro qualità selezionata accuratamente dell’algoritmo che ci propone sempre contenuti che “ci piacciono” e “uguali a noi stessi”. Gli stessi social network tendono a porci in bolle acritiche: in stanze dove mille persone parlano contemporaneamente e la pensano allo stesso modo . Diversi saggi del filosofo contemporaneo Byung-Chul Han ci dimostrano come l’epoca digitale sia caratterizzata proprio da questa anestetizzazione dove l’uomo è portato a nutrirsi solo con cose uguali a se stesso. In questo modo l’uomo ingrassa e non cresce. La dittatura del Mi Piace.

Dall’altro lato non abbiamo bisogno di esprimerci, lo facciamo fin troppo. Se la storia é sempre stata caratterizzata da dittature che non permettevano la libertà di espressione, oggi abbiamo il problema opposto. La facilità e la velocità di espressione ci soffoca di contenuti e non ci permette alcun approfondimento se non rispetto quello che già prima ritenevamo “vero, bello e giusto”. Per ogni argomento possiamo trovare link a sostegno di ogni possibile sfumatura di opinione. Il risultato è che saremo portati ad approfondire quelle opinioni e quelle informazioni che già prima della nostra ricerca ritenevamo vere. Anestetizzati appunto. Questo accade senza avere mai la certezza che quelle informazioni siano effettivamente vere e affidabili. Riceviamo migliaia di informazioni senza poter fare per tutte esperienza diretta. Una sorta di “non esperienza” della realtà capace di illuderci di aver fatto effettivamente esperienza di qualcosa. D’altronde preferiamo “condividere” che “vivere”; come per le Marilyn Monroe di Andy Warhol diventiamo sempre di più superficie del nostro schermo, immagini ripetute all’infinito che, come nella serigrafie di Warhol, sono destinate a perdersi. Anche una foto di Chiara Ferragni, che oggi può contare su milioni di followers, fra pochi giorni sarà dimenticata e sepolta.

Questo dipinto rappresenta anche una forma di resistenza a tutto questo. Infatti non rappresenta l’ennesimo contenuto, l’ennesima opera d’arte (paesaggio, astratto, ritratto, ecc), quanto una modalità per ordinare e gestire i contenuti già prodotti in modo abnorme ogni giorno. In fondo in questi video possiamo trovare già tutto (paesaggi, soggetti astratti, ritratti, performance, moderno e postmoderno, ecc. ). L’opera innesca una forma di resistenza all’algoritmo che ci propone sempre liste di contenuti uguali a noi stessi. Infatti la playlist che potrete trovare risulta completamente inaspettata e necessariamente non conforme a quello che “dovrebbe piacerci”.

La cosa straordinaria di questo dipinto è che, pur essendo in linea con la tradizione e le convenzioni della storia dell’arte (si tratta di un dipinto in un formato standard), riesce a cambiare ogni giorno e ogni ora. Un’immobilità continuamente “mobile” che assomiglia tanto a quando l’uomo contemporaneo crede di fare esperienza di tante cose anche se rimane fermo e immobile sul suo iPhone.

Di fronte a questo caos di contenuti e a questa sostanziale anestetizzazione, queste opere non cercano il principio innovatore, come nel periodo moderno (da fine ‘800 al 1973) e neanche il remix originale, come in epoca postmoderna (dal 1973 al 2001), ma suggeriscono una consapevolezza critica che potremo definire “altermoderna”. Come nella definizione che ne da Nicolas Bourriaud nel libro “Il Radicante”, quest’ opera risulta “risolutamente precaria” e si “inocula nelle reti che ci soffocano”. Progetti altermoderni, realizzati fuori dai musei, sono Google, Facebook, Instagram, Amazon, Apple. Anche questi progetti tendono a non creare l’ennesimo contenuto, per il quale sembrano disinteressati, ma un sistema virtuoso e consapevole per gestire i contenuti secondo i desideri degli utenti.

Parificabile alla definizione di “altermoderno” troviamo il concetto di “antifragile” sviluppato dall’economista libanese Nicolas Taleb. Taleb sostiene come in un’epoca caratterizzata dal disordine e dall’instabilità, sia necessario prosperare in questo disordine piuttosto che opporvisi con soluzioni “rigide”. Il dipinto innesca proprio un espediente antifragile e resiliente capace di aggirare il problema senza adottare soluzioni frontali. L’opera è testimone di una modalità e un atteggiamento che caratterizza tutti i progetti realizzati da Luca Rossi fin dal 2009. A questo proposito segnalo Black Mirror progetto permanente realizzato all’interno della Fondazione Prada di Venezia a partire dall’ agosto 2019 (vedi > http://lucarossilab.it/black_mirror

Guardare i video, a cui porta questo dipinto, significa uscire per un istante da questa anestetizzazione generale. Davanti a situazioni apparentemente ordinarie siamo costretti ad allenare “nuovi occhi”. È come se queste situazioni marginali ci costringano, se siamo disposti a prenderle sul serio, ad avere uno sguardo diverso. Una forma di fitness, un allenamento, che poi potremo portare nella nostra vita quotidiana.

Forse il segreto di queste opere, come del nostro tempo, sta proprio qui. Non è più necessario cercare un “contenuto/opera” che sia considerato universalmente bello, giusto e vero, (“la Cappella Sistina del nostro tempo”) quanto allenare la nostra capacità di vedere. In altre parole cercare “nuovi occhi”. Questi “nuovi occhi” serviranno a guardare il mondo, a fare delle scelte, ma anche a riprogrammare il mondo stesso tramite la produzione di contenuti di cui siamo, oltre che consumatori, anche “produttori esecutivi”. Non a caso quest’opera attiva anche una circolarità dove chiunque può essere partecipe come autore e produttore di contenuti. Se infatti realizziamo un video e gli diamo come titolo IMG 3754 andremo automaticamente a contribuire all’opera con un nuovo contenuto che diventerà parte dell’opera e disponibile alla visione.

Secondo il rating, che discende dal lavoro critico che “Luca Rossi” sviluppa quotidianamente dal 6 aprile 2009, quest’opera dovrebbe avere un prezzo base di 30.000 Euro. Questo perchè effettivamente rappresenta uno spostamento e una novità oggettiva per la storia dell’arte. Quest’opera non può ancora avere questo prezzo perchè si confronta con un mercato internazionale che non è supportato da un sistema critico adeguato. Lo stesso sistema critico che “Luca Rossi” cerca di stimolare dal 2009.

Black Mirror > Fondazione Prada Venezia> Luca Rossi

>>> Black Mirror, condizionatori/termosifoni neri presenti all’interno della Fondazione Prada, cellulari dei visitatori, azione dei visitatori, video realizzati dai visitatori, Fondazione Prada Venezia, Luca Rossi 2019. 

Il progetto Black Mirror di Luca Rossi, installato alla Fondazione Prada di Venezia, si insinua nella normale attività della Fondazione e non richiede alcuna ufficialità, come non richiede alcun dispendio di risorse. Rappresenta una forma di “ecologia dell’arte”, estremamente importante in una fase in cui tutti siamo produttori e consumatori di contenuti. Gli “schermi neri” sono i condizionatori/termosifoni che accompagnano il percorso espositivo ufficiale della Fondazione Prada di Venezia. Qualsiasi esposizione venga presentata ufficialmente all’interno della fondazione sarà sempre cadenzata da questi condizionatori-termosifoni neri che sembrano degli schermi neri, quasi piatti, e inesorabilmente spenti. 

Gilles Deleuze diceva che non abbiamo bisogno di esprimerci lo facciamo fin troppo, abbiamo bisogno di interstizi di solitudine e silenzio per dire finalmente qualcosa di vero. Ecco che questi schermi spenti rappresentano proprio questi interstizi, questi intermezzi di solitudine e silenzio che vanno a cadenzare la fruizione della mostra ufficiale. Ma cosa è VERO? In una fase storica in cui il contenuto di ogni questione coincide sempre di più con la sua comunicazione attraverso degli schermi?  E cosa accade se gli schermi un giorno rimanessero inesorabilmente spenti? Questi problemi si riversano nella nostra vita privata ma anche nelle grandi questioni del nostro tempo (immigrazione, cambiamento climatico, crisi del sistema economico, intelligenza artificiale, ecc.). Si passa dalla capacità di affrontare i problemi e farne reale esperienza, alle modalità in cui essi vengono comunicati. In altre parole tende a diventare più importante “condividere” che “vivere”. 

 Esattamente come fossero “schermi spenti” queste opere ci sono ma non si vedono, passano totalmente inosservate , o meglio, per vederle bisogna recuperare uno sguardo marginale, laterale, abbassarsi, forse recuperare lo sguardo del bambino. 

>>> Ma non è finita qui. In realtà le griglie dei condizionatori diventano il supporto per il cellulare dei visitatori. É infatti sufficiente appoggiare il proprio cellulare sopra i condizionatori con la telecamera rivolta verso il basso e premere REC. In questo modo sarà possibile per ogni visitatore girare dei video che riprendono l’interno di questi monoliti neri. Il condizionatore, come suggerisce la parola stessa, diventa una sorta di “tutore” per il nostro cellulare che, durante la registrazione del video, potrà essere mosso, girato, roteato dal visitatore; nonostante questo il cellulare registrerà sempre e solo un’unica realtà specifica. Lo “schermo/condizionatore” diventa una protesi e un “supporto di regia” per il nostro cellulare. Come a dire che, per quanto ci si sforzi, “il condizionatore è il messaggio”.  

Uno scenario e una temperatura distopici e in equilibrio tra analogico e digitale. Uno sguardo rivolto all’interno di questi schermi neri quasi per carpirne il segreto. Per indagare appunto “cosa sia VERO”. Video che i visitatori potranno portare con sé, come testimoni del progetto Black Mirror. In questa pagina alcuni video come esempio. 

 

Black Mirror (Special 2020 Edition) , black screen conditioner, 83,2x40x22 cm, 6 copies + PA
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