“il problema non è permettere alle persone di esprimersi, lo fanno fin troppo; piuttosto è necessario procurare loro interstizi di solitudine e silenzio affinchè possano finalmente dire qualcosa di vero.”

Gilles Deleuze

Appunti (Work in Progress Biennale di Venezia 2021) 

Oggi l’arte contemporanea “di qualità” può essere una palestra e un laboratorio per allenare e sperimentare la nostra “capacità di vedere”. Bruno Munari diceva “saper vedere per saper progettare”. Quindi l’arte contemporanea, in modo consapevole o meno, presiede ad ogni attività umana, dalla nostra vita privata fino al nostro lavoro e alla capacità di vedere quello che accade nel mondo. Se ci pensate tutte le cose più belle della vita hanno una forte dose di “creatività”. Anche in una semplice partita di calcio l’elemento che ci interessa veramente è l’imprevedibilità del momento creativo-agonistico; ma se ci pensiamo ogni cosa bella che ci piace fare ha una forte “componente creativa”, assimilabile a quello accade nel campo dell’arte contemporanea.

Da 30 anni i critici d’arte si sono trasformati lentamente in curatori d’arte. Questo fenomeno, senza che ce ne accorgessimo, ha fatto perdere le ragioni e le motivazioni del contemporaneo. Nessuno argomenta pubblicamente luci e ombre delle opere d’arte, nessuno evidenzia il loro “valore” al di là del solito “prezzo”. Questo anche perchè si ha paura di farlo, si ha paura di non trovare nulla. Quindi meglio mantenere un clima di soggezione dove parlare del “valore” dell’opera sembra da ingenui. La critica d’arte oggi non conviene a nessuno, anche perchè chi ci prova potrebbe essere facilmente escluso e isolato.

La perdita di ragioni dell’arte contemporanea ha reso più difficile affrontare due crisi: dopo l’11 settembre 2001, come evento simbolo, tutto sembrava fosse stato fatto e nulla sembrava poter più incidere nell’arte contemporanea. Nel 2009 abbiamo la seconda crisi:  non solo “tutto è stato fatto” ma tutti fanno tutto e lo condividono con tutti. L’artista ai tempi di Instagram è in competizione con tutti, con la vicina del piano di sotto ma anche con Cristiano Ronaldo o con il curatore d’arte, ruolo sempre più creativo che assomiglia sempre di più ad una sorta di “autore-non-autore”.

Davanti ad un’ iper produzione di opere, eventi e informazioni, di cui siamo tutti produttori e consumatori,  il vero valore sta nella capacità di ordinare, selezionare ed evidenziare. Ma ecco che l’attenzione si sposta dal contenuto, dall’opera d’arte, alla selezione dei contenuti. Non è più importante vedere cosa c’è nella scatola di Amazon, forse non c’è neanche tempo per farlo, ma la cosa importante è come gestire, ordinare e selezionare 10.000 scatole di Amazon che arrivano contemporaneamente. 

Cosa può fare l’artista in un mondo in cui tutti possono esprimersi e in cui tutto (dal 1917) può essere un’opera d’arte?

La cosa più facile è affidarsi ai luoghi e alle pubbliche relazioni che possono difendere l’artista e la sua opere dal presente e dall’oblio. Adelita Husni-Bey è una giovane artista italiana, sostenuta da buone pubbliche relazioni; nonostante il suo lavoro sia profondamente debitore dell’arte relazionale anni 90′ e non si riesca a cogliere un filo conduttore incidente, Adelita può stare tranquilla perchè le pubbliche relazioni che la difendono e i luoghi che la ospitano possono evidenziare il suo lavoro e permettergli di continuare a fare l’artista. Ma il messaggio che viene dato esternamente è che invece dell’accademia d’arte sia più utile iscriversi ad una scuola di pubbliche relazioni, cosa che può anche essere interessante ma che disincentiva la ricerca di una qualità intrinseca dell’opera d’arte. Questa pratica, protratta nel tempo, determina lentamente un “deserto artistico” in cui non ci potrà essere più niente di salvabile.  

Le opere tendono ad essere fatte da una materia fatta di “luoghi” e “pubbliche relazioni”, e queste ultime potrebbero essere viste come fossero “raggi tra punti”. Da questa riflessione, nel 2011, all’interno di una galleria vuota di Varsavia, ho fotografato dei quadri di luce. Queste opere si vedono solo quando i raggi del sole (le pubbliche relazioni) incontrano un luogo; sono opere che si insinuano nelle “reti che ci soffocano” e si muovono in base alla relazione tra il nostro micro-mondo, il luogo dove ci troviamo, e il macro-mondo rappresentato dal sistema solare. Ma alla sera l’opera d’arte sparisce magicamente, esattamente come sparisce il valore dell’opera quando la sua materia è fatta solo da “luoghi” e “pubbliche relazioni”. Ecco come Nicolas Bourriaud definisce il concetto di Altermoderno: 

“Invece che subirla o resistervi per inerzia, il capitalismo globale sembra aver fatto propri i flussi, la velocità, il nomadismo? Allora dobbiamo essere ancora più mobili. Non farci costringere, obbligare, e forzare a salutare la stagnazione come un ideale. L’immaginario mondiale è dominato dalla flessibilità? Inventiamo per essa nuovi significati, inoculiamo la lunga durata e l’estrema lentezza al cuore della velocità piuttosto che opporle posture rigide e nostalgiche. La forza di questo stile di pensiero emergente risiede in protocolli di messa in cammino: si tratta di elaborare un pensiero nomade che si organizzi in termini di circuiti e sperimentazioni, e non di installazione permanente, perennizzazione, costruito. Alla precarizzazione dell’esperienza opponiamo un pensiero risolutamente precario che si inserisca e si inoculi nelle stesse reti che ci soffocano.”
Nicolas Bourriaud> Da “Il Radicante”

…plays… (place + rays)

luce solare, un luogo, Luca Rossi 2011 (una galleria di Varsavia).

…plays…(place + rays)

luce solare, un luogo, Luca Rossi 2013 (Arsenale, Biennale di Venezia) > immagine presa così dalla cartella stampa della Biennale di Venezia.

Non dimentichiamo, come scritto all’inizio di questo testo, che oggi la qualità è difficile da raggiungere in ragione di una critica d’arte assente e dalle due crisi (2001 e 2009) che hanno attraversato il sistema italiano quanto quello internazionale. Ma c’è una quarta ragione che complica ulteriormente le cose: il sistema dell’arte per prosperare non necessità della Qualità. Questo perchè i 4 fondamenti su cui si basa il sistema (mercato, sgravi fiscali, pubblicità di nicchia e denaro pubblico) non necessitano di qualità, ed è molto più facile ricorrere a quei valori del ‘900, ormai digeriti, e che possono essere proposti come fossero “arte contemporanea”.

Non a caso in una galleria come la P420 di Bologna, nel loro stand ad Arte Fiera 2020, posto nel settore “contemporaneo”, troviamo artisti come Paolo Icaro e Irma Blank che sono artisti “moderni” e non strettamente contemporanei. Poi, fra questi artisti moderni, è facile mettere giovani artisti che sembrano anche loro “moderni” (Sindrome del Giovani Indiana Jones) e che permettono di andare incontro al collezionista che “ha già negli occhi il moderno” e che non vuole spendere più di 3000-5000 Euro ad opera. I giovani artisti devono essere “Giovani Indiana Jones” e quindi elaborare il passato perchè il collezionista, orfano della critica da 30 anni, tende ad apprezzare solo cose che scimmiottano il ‘900, perchè rassicuranti e già digerite. Questo citazionismo fine a se stesso rappresenta la “MODA” che Giorgio Agamben contrappone al concetto di contemporaneo e che produce opere che diventano fatalmente “ikea evoluta”.Ma il problema non sono le gallerie quanto il menù da cui devono scegliere le gallerie, perchè la situazione si protrae da anni (qui il mio articolo sul fenomeno “Giovani Indiana Jones” pubblicato nel 2012 su Artribune). 

Ecco allora la seconda strada che il giovane artista, ai tempi di Instagram, decide di perseguire per sopravvivere: elaborare arte povera, informale e pittura che sembra Transavanguardia. Ossia cose che il collezionista e lo spettatore hanno già negli occhi. Come se il giovane artista sia costretto ad andare a scavare nei cimiteri, come fosse un giovane archeologo, alla ricerca di qualche gingillo di valore (Sindrome del Giovane Indiana Jones).

Se è vero che i critici, negli ultimi 30 anni, sono diventati curatori d’arte, la perdita di ragioni e motivazioni per il contemporaneo ha reso il pubblico e il collezionismo privi di riferimenti e in balia di “quello che hanno già negli occhi” e delle pubbliche relazioni in cui hanno fiducia. L’occhio dello spettatore e del collezionista sarà rassicurato e accarezzato da opere che conosce già: elaborazione dell’arte povera, dell’informale e di pittura che sembra Transavanguardia. Non sto dicendo che il giovane artista faccia questo in malafede ma sto dicendo che fare questo (la citazione del passato) senza creare uno spostamento rispetto al nostro presente significa proporre una forma di design e di artigianato che nel 2009 ho definito appunto “ikea evoluta”.

Giulia Cenci, Matteo Fato, Francesco Arena, Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò, Nicola Samorì, Tomaso De Luca, Renato Leotta, Haris Epamindona, Danh Vo, Patrizio Di Massimo, per fare alcuni esempi, sono sfumature di questa tendenza del “Giovane Indiana Jones”. Ma non è del tutto responsabilità loro, quanto di un contesto critico e formativo carente che li costringe a perseguire la “moda del vintage” per sopravvivere.

L’alternativa alla Sindrome del Giovane Indiana Jones è il cosiddetto Smart Relativism, ossia artisti come Lara Favaretto o Paola Pivi che sviluppano un certo “eclettismo creativo” che rischia però, anche lui, di arenarsi nelle secche del secolo scorso. Tante idee “smart” in cui potrebbe andare bene tutto e il contrario di tutto; ma idee che non presentano un filo conduttore incidente e che prendono sempre spunto da cose già ampiamente successe nel corso del ‘900: fumo che esce dal padiglione principale della Biennale, rottami vecchi a Documenta, paludi, materassi uno sopra l’altro, orsi giganti colorati, cubi di cemento dove l’artista vi ha saltato dentro…tutto può andare bene per lo smart relativism perchè il vero sostegno dell’opera è rappresentato ancora dai luoghi e dalle pubbliche relazioni che sostengono l’opera stessa. Se presento una delle cose elencate nella prossima Biennale di Venezia 2021 tutto diventa cool e plausibile…questa cosa con l’andar del tempo uccide qualsiasi ricerca della qualità. Paradossalmente gli artisti sopravvissuti negli ultimi anni, sono quelli più disponibili a questo stato di cose, mentre quelli più bravi sono spariti e si sono dedicati ad altro 10-15 anni fa, ma non lo sapremo mai…sicuramente se però guardiamo gli esordi di alcuni artisti, come per esempio la stessa Paola Pivi, troviamo un lavoro più forte. Come se una certo lassismo critico, negli ultimi 20 anni, abbiamo depotenziato anche alcuni percorsi che potevano essere interessanti. 

La colpa non è degli artisti, anzi, come scrivo da sempre, gli artisti sono le prime vittime. La colpa è di un sistema generale che, da un lato, ha perso progressivamente le ragioni del contemporaneo e, dall’altro lato, ha perso la necessità di produrre opere d’arte e progetti di qualità (i 4 fondamenti su cui si basa il sistema non necessitano di qualità).

Se poi annusiamo i progetti che hanno avuto maggiore successo nel mondo negli ultimi 20 anni abbiamo un quinto problema.

Ricordo inoltre che l’assenza di critica (il primo problema) porta poi carenze formative nelle accademie e carenze divulgative verso il pubblico. Le carenze divulgative portano mancato riconoscimento politico e basso status sociale per l’artista e l’arte contemporanea.

Il quinto problema è che progetti come Apple, Amazon, Instagram, Facebook, Google ecc. sono disinteressati al contenuto, ossia all’opera d’arte che, secondo il mio testo, dovrebbe aumentare il suo grado di qualità. Infatti Google non è interessato a “cosa” cerchiamo, ad Amazon non interessa cosa acquistiamo, ad Instagram non interessa cosa postiamo, ad Apple non interessa cosa facciamo con computer e cellulari, ecc. ecc. Non sono interessati al contenuto, al “cosa”, perchè questo “cosa” lo possiamo decidere noi e per aziende orientate al profitto sarebbe illogico e stupido competere con ognuno di noi nel creare il miglior “cosa” possibile. Il successo della Banana di Maurizio Cattelan dimostra questo: un contenuto banale, naturalmente aperto a più interpretazioni, ha successo per via di un sistema mediatico intorno dove l’elemento decisivo è il prezzo e la dichiarazione di vendita conclusa. Se la banana non fosse stata venduta in una famosa fiera d’arte ad un prezzo molto alto non avrebbe riscosso lo stesso successo. Potremo dire che tre persone, tre acquirenti, hanno determinato il successo e il “valore artistico” della banana. L’operazione della banana ha valore proprio perchè ci rende consapevoli di questo.

Serve consapevolezza, non innovazione

Se le cose stanno così potremo effettivamente seppellire l’arte contemporanea e dedicarci solo ad una forma di modernariato e artigianato del secolo scorso. Quelli che oggi chiamiamo artisti sarebbero dei designer la cui principale abilità sarebbe connettere nel modo migliore gli artisti del ‘900. Esattamente come fanno i DJ o gli chef stellati con gli ingredienti. In fondo agli chef non è richiesto di creare “nuovi ingredienti”, quanto creare la ricetta migliore possibile. Ma il punto è proprio questo. Oggi la qualità nell’arte contemporanea non deve coincidere necessariamente con la novità o l’innovazione, diversamente cadremo nelle trappole avanguardiste dell’arte moderna del ‘900. Oggi l’opera d’arte di qualità deve discendere da modi, visioni e atteggiamenti consapevoli rispetto al presente e alla storia.

Alla parola “innovazione” dobbiamo sostituire la parola “consapevolezza”.

Un buon esempio pratico è la serie di opere Freeze Masters (il pret-a-porter di Luca Rossi) che sono proprio “ikea evoluta” consapevole. L’acquirente può scegliere gli artisti del ‘900 da far incontrare e scontrare nella stessa opera, l’opera è quindi personalizzata e il suo prezzo varia tra i 49 Euro e i 500 Euro. Ecco allora la possibilità di creare un “museo diffuso” nelle case e negli uffici delle persone, con opere che, pur contenendo i grandi maestri del ‘900, hanno prezzi del tutto accessibili. Esattamente come se fossimo davanti ad una forma di design. Il valore artistico di questo progetto non sta tanto nell’innovazione (anche se vedere Warhol che incontra consapevolmente Fontana o Kounellis, può essere divertente e originale) ma nel suo essere consapevole della storia (unire artisti storici) e del presente (importanza di un museo diffuso per fa conoscere il valore di certi artisti ad un pubblico vasto).

Golgota (Pollock + Arman)

pennelli su pannello, vernice,  50x70 cm, Freeze Masters Serie (Luca Rossi Pret-a-porter, 2014).

La bella notizia è che oltre a Freeze Masters, oltre l’Ikea Evoluta consapevole, si può fare di più, esattamente come cantavano Morandi, Ruggeri e Tozzi. “Si può fare di più senza essere eroi”, e tutti cerchiamo di farlo anche se in modo un po’ rozzo e rudimentale. Ossia, da una decina di anni, siamo tutti produttori e diffusori di contenuti. Una frase su Facebook o una foto che conserviamo sul nostro cellulare, nel loro piccolo, contengono una certa idea di bellezza, giustizia e verità. Esattamente come accade per un’opera d’arte.

Anche una persona che risponde semplicemente alla frase di Facebook “a cosa stai pensando?”, dicendo per esempio “sto pensando ai fiori”, sta comunicando a centinaia di persone un’immagine, per quanto semplice. Non è forse questa una forma di arte concettuale? Negli anni ’70 saremmo potuti entrare in una galleria e trovare l’artista Ian Wilson e insieme a lui intrattenere una conversazione proprio su i fiori; l’artista concettuale Wilson ci avrebbe poi rilasciato un certificato in cui l’opera d’arte è proprio rappresentata dal dialogo che abbiamo avuto con l’artista. Ma potremo anche guardare il profilo di Chiara Ferragni, o di qualsiasi ragazzina di 15 anni, per vedere l’immagine di una giovane donna bionda replicata più volte, esattamente come accadeva per le Marilyn Monroe di Andy Warhol. Ecco, che da 10 anni, come mai nella storia, siamo tutti produttori, consumatori e moltiplicatori di contenuti. Ma lo facciamo in modo rozzo e rudimentale, come se fossimo all’inizio di una nuova era e ci trovassimo ad usare il nostro cellulare come una clava.

Ecco che l’aforisma di Gilles Deleuze diventa subito attuale: “il problema non è permettere alle persone di esprimersi, lo fanno fin troppo”. La prima cosa da tenere presente, per colui che si ritiene un artista contemporaneo, è proprio questa sovra produzione di opere e contenuti di cui siamo tutti produttori e consumatori.Ecco che in questi anni abbiamo parlato spesso di “ecologia dell’arte”. La serie IMG, declinata dal 2013 in più modalità, rappresenta esattamente questo: non sono opere che propongono l’ennesimo contenuto ma una modalità per ordinare e accedere ad una playlist di contenuti in quotidiana crescita. 

Viviamo sorta di inquinamento/bombardamento di informazioni in cui ogni nuovo contenuto è destinato a perdersi ed essere soffocato da altri migliaia di contenuti. Anche una foto di Chiara Ferragni o Cristiano Ronaldo che possono contare su milioni di followers, fra pochi giorni sarà seppellita da altre foto e contenuti. Questo inquinamento, di cui siamo tutti vittime e artefici, porta ad una fondamentale anestetizzazione che ci fornisce solo l’illusione di essere realmente “informati” e “liberi di esprimerci”. 

Una volta un artista mi ha detto: “nella storia sono state scritte migliaia di canzoni d’amore…ma questo non è un buon motivo per non scriverne più”. Certo, però oggi non scrivi più canzoni d’amore come quelle di Nilla Pizzi, ed inoltre stiamo parlando di una pratica produttiva che oggi fanno tutti, mentre non tutti oggi scrivono canzoni d’amore. Infatti se continuiamo a leggere l’aforisma di Deleuze, l’aforisma continua così: “il problema non è permettere alle persone di esprimersi, lo fanno fin troppo; piuttosto è necessario procurare loro interstizi di solitudine e silenzio affinchè possano finalmente dire qualcosa di vero.”

“Procurare loro interstizi di solitudine e silenzio affinchè possano dire qualcosa di vero”.

Questo significa che l’opera d’arte può ancora esistere a patto che porti “consapevolezza”, ossia permetta interstizi dove dire, intuire, finalmente “qualcosa di vero”. Anche la citazione del passato può andare bene a patto che si affronti il nostro presente con consapevolezza e che la citazione porti uno spostamento per il nostro presente, in modo tale da arrivare appunto a “qualcosa di vero”. Ma oggi cosa è VERO? Dal momento che la realtà e la verità delle cose spesso si esprimono più nel modo in cui vengono comunicate le cose rispetto a quello che avviene veramente nella realtà? Davanti a questo quesito l’unica strada è avere un atteggiamento “antifragile” dalla definizione dell’economista libanese Nicolas Taleb. In altre parole sapere prosperare nel disordine piuttosto di opporre al disordine posture rigide.3

La tre vie dell’arte contemporanea: la via altermoderna-antifragile

Le strade nel 2020 per realizzare opere d’arte di qualità sono tre: la terza via è rappresentata da certa pittura (non tutta) e certa scultura, dove il limite della tela, o della pratica, costringe l’artista a consapevolezza; la seconda via è la post-verità, ossia creare “nuove verità” che possano spingere i nostri occhi alla massima attenzione (esempio progetto di Damien Hirst a Venezia nel 2017); la prima via, invece,  è quella che potremo chiamare “altermoderna” facendo riferimento alla definizione che ne da Nicolas Bourriaud nel libro “Il Radicante”. In questo libro Bourriaud intuisce questa via, che rappresenta anche una fase dopo moderno e postmoderno, ma non trova artisti che la possano realmente rappresentare. Questo perchè percorrere la prima via significa mettere profondamente in discussione pratiche e rituali del mondo dell’arte, quindi risulta molto difficile trovare esempi di questa via. Paradossalmente risulta più facile trovare esempi fuori dal mondo dell’arte. Come già scritti progetti come Google, Facebook, Amazon, TikTok ecc. sono progetti che potremo considerare altermoderni.

La via altermoderna

Luca Rossi nasce nel 2009 dalla necessità, del suo autore, di crearsi, ahimè autonomamente, un sistema critico che mancava. La prima vittima dell’azione critica di Luca Rossi è il suo stesso autore. Questo suicidio, come opportunità per rinascere, ha rappresentato un passaggio fondamentale per coltivare una certa “indipendenza coinvolta” dal sistema dell’arte. Questa “indipendenza coinvolta”, unita al lusso di tempi di decompressione e riflessione critica, hanno permesso di realizzare progetti che potremo finalmente definire “altermoderni”.

By left hand fingertips…yeppa yeppa 

materiali vari, Luca Rossi 2015 (New Museum, New York).

Le sculture con i polpastrelli (2009-2019) sono come dei “buchi neri” che hanno risucchiato tutto il processo che va dall’accensione delle luci nello studio dell’artista fino all’ultimo spettatore che esce dal museo. Sono opere “velocissime”, perchè sempre nello stesso luogo e nello stesso tempo dello spettatore che può vederle solo nella loro documentazione. Una coincidenza di autore, opera e spettatore dove l’opera è installata solo nella nostra dimensione privata, ossia dove ci troviamo, per un solo istante, a vedere la scultura. In fondo i polpastrelli sono forse la cosa più usata in questi ultimi anni e mi sembra significativo poter utilizzare. Le opere vengono realizzate in modo elementare con i polpastrelli e usando il mouse tattile di Apple. Come se il mouse tattile fosse la prosecuzione della parete della nostra “caverna”, della nostra dimensione privata. Mi interessa questa commistione elementare, quasi primitiva (usare i polpastrelli sulla parete della caverna), con la dimensione digitale e tecnologica. Anche in questo caso, come vedremo nella serie IMG, permane questa idea di “mobilità immobile” che caratterizza fortemente il nostro presente: le opere sono state realizzate in tutto il mondo, ma autore e spettatore possono stare immobili dove sono, pur essendo sempre nello stesso spazio e nello stesso tempo dell’opera. 

Ordina una pizza da tutto il mondo da recapitare presso…

telefonate, ordini via app, pizze, comunicato stampa modificato, cartellone, Luca Rossi 2009-2017 (Galleria Massimo De Carlo, Galleria T293)

Nel 2009 ho modificato il comunicato stampa di una mostra personale dell’artista George Condo presso la Galleria Massimo De Carlo di Milano. Quando ancora non si parlava di “fake news” ho effettivamente manipolato un’ informazione per chiedere alle persone di ordinare una pizza, anche da tutto il mondo, da far recapitare presso la galleria durante l’inaugurazione o durante il periodo di apertura della mostra. Questa manipolazione dell’informazione, come fosse materia scultorea, innescava necessariamente uno stato di attesa. La pizza rappresenta un contenuto standard, simile alla banana di Cattelan, mentre chiunque può effettivamente incidere sul progetto facendo una semplice azione: “Ordinare una pizza”, come “cercare qualcosa su YouTube” nella serie IMG, equivale ad una piccola scelta nella nostra dimensione privata che però può avere una grande importanza. Infatti secondo le più recenti teorie politiche i margini di manovra per gli stati moderni sono minimi: una scelta del singolo cittadino nella sua vita può valere dieci o venti volte la scelta di un capo di stato. La modifica del comunicato stampa o l’installazione del cartello fuori dallo spazio espositivo, creano un clima di attesa simile a quella condizione in cui attendiamo sempre qualcosa che “non arriva”. Il contenuto della pizza, come la banana di Maurizio Cattelan, è poco rilevante rispetto un sistema di informazioni intorno, esattamente come accade per progetti come Google, Facebook, Amazon, Apple, Instagram, ecc.  Ma soprattutto è poco rilevante rispetto quella scelta, del singolo cittadino, che sembra così difficile da realizzare. 

If you don’t understand something search for it on YouTube

acrilico su tela, 70x70 cm, Luca Rossi 2019 (collezione Marcello Forin).

Se non capisci una cosa cercala su YouTube

lettere in ceramica nera di Castelli, 50x50x10 cm ognuna, Luca Rossi 2013-2020 (sulla Luna, 2016).

Se non capisci una cosa cercala su YouTube

lettere in legno, 2,30 x 11 metri, Luca Rossi 2017 (Alta Badia).

Ogni giorno, ogni ora, nel mondo vengono realizzati migliaia di video che le persone caricano su YouTube senza dare loro un titolo specifico. I video vengono messi su YouTube senza alcuna consapevolezza, spesso per essere condivisi tra parenti e amici.

In questo modo cercando su YouTube questo titolo (IMG XXXX), conferito in modo consequenziale dal cellulare, è possibile accedere ad una playlist di video che cambia ogni giorno, ogni ora, ogni anno. Video che rappresentano la parte nascosta di internet e che non sarebbero visibili se non attraverso l’innesco dell’opera. Per ogni combinazione di 4 numeri davanti a IMG abbiamo diverse selezioni di video. Ogni selezione aumenta quotidianamente.

Spesso la fragilità formale delle opere (sono opere “risolutamente precarie”) contrasta con la sua forza che sta nella capacità di cambiare, di muoversi pur essendo immobile, e di riflettere la complessità fluida del nostro presente.

Tutte le declinazioni dei progetti IMG,  rappresentano una forma di resilienza e di resistenza all’algoritmo di internet che vorrebbe farci nutrire solo con cose uguali a noi stessi. Si tratta di “micro mondi” sottilmente poetici in cui il nostro occhio cerca avidamente il colpo di scena. A volte il colpo di scena non c’è o arriva in modalità completamente inaspettate; in ogni caso, guardando questi video, siamo portati, e costretti, ad allenare “nuovi occhi”.

Sénanque Project

azione, una teca, materiali vari, Luca Rossi 2013 (Abbazia di Sénanque a Gordes, Francia)

L’Abbazia Cistercense di Sénanque, famosa per la sua caratteristica lavanda, è una sorta di “Walt Disney” della religione. Migliaia di turisti ogni giorno arrivano con i pullman e visitano l’Abbazia in cui sembra soffocare qualsiasi senso religioso. Pochi metri prima della biglietteria, dove le persone devono passare per acquistare il loro biglietto, ho spostato gli orari di visita dell’Abbazia che erano posti sopra una teca apparentemente vuota. Poi ho iniziato a fotografare ossessivamente la teca vuota: molti turisti rallentavano il passo, altri iniziavano a fotografare la teca, altri si stropicciavano gli occhi. Nella documentazione fotografica, visibile su Luca Rossi Lab, si può vedere che la teca non è propriamente vuota: infatti dalla teca emerge un paesaggio tipico della religione shintoista, vediamo un piccolo legno, alcuni frammenti e su un bordo un piccolissimo Tao. Mi sono reso conto di come la mia azione sembrava quasi una sorta di “attentato” volto a ritrovare e ricostruire il senso perduto di quel luogo. In fondo quel “vuoto” è lo stesso in cui la religione ci chiede di credere ed è lo spazio, nello scintoismo, dove fare rumore per richiamare gli spiriti. Ho scritto ai frati dell’Abbazia per mantenere la teca in visione, semmai corredata da una didascalia: mi hanno risposto che non è possibile esporre nell’abbazia simboli “non cristiani”, ma in realtà nella teca, che loro stessi hanno lasciato così come l’ho trovata io, non è esposto nulla. Quindi cosa c’è nella teca? L’opera d’arte, il contenuto, sperimenta un’originale forma di smaterializzazione in cui oggetto/immaginazione, esperienza diretta/esperienza mediata perdono i loro confini definiti.

Thermal Refuge

centro benessere ottenuto in un ex rifugio antiaereo, un testo, una suggestione, Luca Rossi 2016 (Hotel Helvetia, Porretta Terme)

All’interno del Grand Hotel di Porretta Terme è stato ottenuto un centro benessere all’interno di quello che, durante la Seconda Guerra Mondiale, era un rifugio antiaereo. All’interno di questo luogo, già di per sè significativo, suggerisco di leggere un testo che ho trovato casualmente nei giornali disponibili nel centro benessere. Un testo che in poche righe dimostra come quello in cui viviamo sia il “migliore dei mondi mai esistiti” sulla terra. Non il “migliore dei mondi possibili” ma il migliore mondo mai esistito come livelli di democrazia, benessere e libertà a livello globale. Inoltre nel luogo si integrano tre immaginari culturali: l’occidente con la sauna finlandese, l’oriente con l’hammam e la cultura “locale” nell’acqua termale di Porretta Terme. L’unico modo per vivere l’opera è prendersi un giorno di riflessione e decompressione e recarsi a Porretta Terme sull’appennino bolognese. Inoltre, ad una determinata ora della giornata, viene suggerito di nuotare all’interno di quadri di luce che si formano all’interno della piscina principale (riferimento a …plays…del 2011).

7800

video diffuso tramite i social network nella zona del Trentino, azione collettiva, testo, Luca Rossi 2018 (Boschi del Trentino).

In occasione di Manifesta e del Festival di performance art di Centrale Fies a fine luglio, ho diffuso su i social network un video dove 7800 persone di origine africana realizzavano una sorta di “preghiera collettiva”.

Si intitola “7800”. Un’ altitudine immaginata ma anche un anno del futuro.

Il progetto, pensato per Manifesta 12, celebra il Voodoo, la religione più antica del mondo, e vede coinvolti 7800 africani impegnati in un grande rito collettivo nei boschi del Trentino. Non è dato sapere dove, ma solo che questo rito è avvenuto ogni giorno, all’imbrunire, tra il 20 e il 28 luglio 2018.

Una grande preghiera collettiva affinché possa succedere qualcosa di significativo. Un segno, o una serie di coincidenze, che ci possano dire qualcosa rispetto al presente e al futuro dell’Europa. Quello che succederà verrà documentato e presentato in questa stessa pagina.

Le 7800 persone coinvolte realizzano ogni giorno un rituale Voodoo che è stato integrato e contaminato da elementi estranei, tra cui l’uso della salvia secca, l’olio di Iperico, elementi della religione scintoista, legno centenario del Trentino e una preghiera cristiana che l’artista, ideatore del progetto, ha imparato da piccolo.

I grandi flussi migratori che interessano l’Europa possono diventare una ricchezza? Possono aiutarci a riscoprire quella relazione primordiale con la nostra anima e con la nostra terra?

Nel Mediterraneo è in corso una “transizione demografica” che porterà gli abitanti dei paesi africani, in un solo secolo, a crescere del 530% passando da 43,5 milioni a 274 milioni.

A questo bisogna aggiungere: i cambiamenti climatici che renderanno alcune zone dell’africa invivibili (l’Onu si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa), forti instabilità politiche che stanno sfociando in guerre civili e veri e propri genocidi (Sudan, Eritrea, Centrafrica, Congo, Libia, Ciad), il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi Paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi (solo nel 2016  l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro) e infine 30 milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad.

“7800” è un affresco contemporaneo, una premonizione e un miraggio da cercare nei boschi del Trentino. Una preghiera che è solo l’avvio di una ricerca finalizzata ad individuare una traccia, una concomitanza di eventi o un segno, che possano essere significativi in relazione a questo nuovo esodo contemporaneo.

Black Mirror

condizionatori/termosifoni neri presenti all’interno della Fondazione Prada, cellulari dei visitatori, azione dei visitatori, video realizzati dai visitatori, Fondazione Prada Venezia, Luca Rossi 2019.

Il progetto Black Mirror di Luca Rossi, installato alla Fondazione Prada di Venezia, si insinua nella normale attività della Fondazione e non richiede alcuna ufficialità, come non richiede alcun dispendio di risorse. Rappresenta una forma di “ecologia dell’arte”, estremamente importante in una fase in cui tutti siamo produttori e consumatori di contenuti.

Gli “schermi neri” sono i condizionatori/termosifoni che accompagnano il percorso espositivo ufficiale della Fondazione Prada di Venezia. Qualsiasi esposizione venga presentata ufficialmente all’interno della fondazione sarà sempre cadenzata da questi condizionatori-termosifoni neri che sembrano degli schermi neri, quasi piatti, e inesorabilmente spenti.

Gilles Deleuze diceva che non abbiamo bisogno di esprimerci lo facciamo fin troppo, abbiamo bisogno di interstizi di solitudine e silenzio per dire finalmente qualcosa di vero. Ecco che questi schermi spenti rappresentano proprio questi interstizi, questi intermezzi di “solitudine e silenzio” che vanno a cadenzare la fruizione della mostra ufficiale. Ma cosa è VERO?

In una fase storica in cui il contenuto di ogni questione coincide sempre di più con la sua comunicazione attraverso degli schermi?  E cosa accade se gli schermi un giorno rimanessero inesorabilmente spenti? Questi problemi si riversano nella nostra vita privata ma anche nelle grandi questioni del nostro tempo (immigrazione, cambiamento climatico, crisi del sistema economico, intelligenza artificiale, ecc.). Si passa dalla capacità di affrontare i problemi e farne reale esperienza, alle modalità in cui essi vengono comunicati. In altre parole tende a diventare più importante “condividere” che “vivere”.

 Esattamente come fossero “schermi spenti” queste opere ci sono ma non si vedono, passano totalmente inosservate, o meglio, per vederle bisogna recuperare uno sguardo marginale, laterale, abbassarsi, forse recuperare lo sguardo del bambino.

Ma non è finita qui. In realtà le griglie dei condizionatori diventano il supporto per il cellulare dei visitatori. É infatti sufficiente appoggiare il proprio cellulare sopra i condizionatori con la telecamera rivolta verso il basso e premere REC. In questo modo sarà possibile per ogni visitatore girare dei video che riprendono l’interno di questi monoliti neri. Il condizionatore, come suggerisce la parola stessa, diventa una sorta di “tutore” per il nostro cellulare che, durante la registrazione del video, potrà essere mosso, girato, roteato dal visitatore; nonostante questo il cellulare registrerà sempre e solo un’unica realtà specifica. Lo “schermo/condizionatore” diventa una protesi e un “supporto di regia” per il nostro cellulare. Come a dire che, per quanto ci si sforzi, “il condizionatore è il messaggio”.  

Uno scenario e una temperatura distopici e in equilibrio tra analogico e digitale. Uno sguardo rivolto all’interno di questi schermi neri quasi per carpirne il segreto. Per indagare appunto “cosa sia VERO”. Video che i visitatori potranno portare con sé, come testimoni del progetto Black Mirror.

 I video sembrano documentare un retroscena, il meccanismo nascosto, ma sempre identico, che si cela dietro milioni di contenuti e di informazioni di cui siamo produttori e consumatori. Una sovrapproduzione che rischia di soffocarci e di condurci ad una fatale anestetizzazione. La possibilità che tutti parlino contemporaneamente all’interno della stanza equivale ad una dittatura che non permette di esprimersi. Lo stesso Deleuze affronta il problema di come l’espressione abusata e bulimica conduca ad un’assenza di libertà di espressione. Infatti nella stanza non si capirà più nulla.

L’estetizzazione diffusa, la veloce proliferazione di immagini levigate e consegnate al consumo dove conta solo il mero presente della più piatta percezione conducono a una fondamentale anestetizzazione.

Nulla più accade e ci riguarda nel profondo e così l’arte diventa, come aveva già avvertito Nietzsche, solo occasione di una momentanea eccitazione. Ma l’originaria esperienza del bello è invece una scossa estatica e non contemplativa che ci trasforma e si prolunga anche nella vita etica e politica.

La bellezza non rimanda al sentimento di piacere ma a un’esperienza di verità: “tu devi cambiare la tua vita”.

Questo intervento presso la Fondazione Prada, come è successo altre volte, è diventato lo spunto per realizzare presso la Fondazione un progetto più articolato. In completa clandestinità e fuori da ogni invito ufficiale, questa pratica di “occupare” alcuni luoghi significativi per il mondo dell’arte dimostra come sia possibile intervenire ovunque al di la di qualsiasi soggezione e come la vera sfida non sia “dove avvengono realmente le cose” ma la possibilità di “allenare nuovi occhi” per vedere e percepire il mondo che ci circonda.

Con i polpastrelli della mano sinistra

materiali vari, Luca Rossi 2019 (Fondazione Prada, Venezia).

…plays… (place + rays)

luce solare, un luogo, Luca Rossi 2019 (Fondazione Prada, Venezia)