La triplice nomina di Gian Maria Tosatti (Padiglione Italia, Quadriennale e Hangar Bicocca) rappresenta la morte del canarino che avvisava i minatori che stava arrivando il gas ed era ora di scappare. Più che una triplice nomina criticabile (siam pur sempre in Italia, come sorprenderci?), un fatto molto significativo. 

In questo caso il pericolo, ormai più che un pericolo, è la morte del senso più profondo dell’arte contemporanea. Tosatti pochi anni fa presentò in una mostra una teca barocca piena di polvere, il titolo era “la mia parte alla seconda guerra mondiale”; quella teca conservava tutta la polvere rimasta nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano a Napoli dalla Seconda Guerra Mondiale al 2013. Scrive l’artista nel suo sito: “Quella polvere è la materia di una Storia in cui compiere un necessario atto di archeologia per comprenderne il senso.” Ma cosa significa??? Il senso della seconda guerra mondiale è stato compreso anche troppo pienamente, perchè coincide con la tendenza dell’uomo a creare scontri e guerre. L’arte contemporanea dovrebbe invece affrontare il presente senza rifugiarsi in queste retoriche da terza media. 

Ma perché la polvere? La polvere per Tosatti è ciò che rimane di tutte le epoche storiche, tutto ciò che è stato e che oggi è polvere. «Bisogna avere due modi di guardare la polvere: da una parte è quello che è superfluo e dall’altra invece è vederci dentro, atomizzata, la nostra civiltà. Dentro la polvere c’è sempre uno o più romanzi da districare, è un romanzo polifonico. L’atto titanico è quello di districarlo. Quella polvere è una polvere che ha mille e mille stratificazioni. Fondamentalmente quella polvere lì, proprio perché è il residuo ultimo di un periodo storico che nasce durante la seconda guerra mondiale, mi ha consentito di iniziare un romanzo da districare». Ma quale romanzo? Di cosa sta parlando esattamente? Cosa significa trovare un romanzo nella polvere? Temo che siano solamente frasi ad effetto. Conseguenze di un insano feticismo del passato e dell’incapacità, e della non volontà, di affrontare il presente. Quello che nel 2012 ho definito come la “Sindrome del Giovane Indiana Jones”. Una generazione di artisti tenuti in scacco dai gusti di nonni e genitori, e costretti a scavare nei cimiteri per ricavare qualche “valore sicuro”. Come criticare chi parla addirittura della “Seconda Guerra Mondiale”? Come non rimanere sorpresi, anche solo un’attimo, da tutta la prosopopea polvere accumulata dalla seconda guerra mondiale al 2013? Non dico dalla crisi petrolifera del 1973 o dalla nascita di mia mamma nel 1945, ma proprio da un evento top come la “Seconda Guerra Mondiale”. Ecco. Il trionfo di Tosatti rappresenta perfettamente la degenerazione dei problemi che avevo sollevato nel 2009 gettando il sistema dell’arte italiano nel panico. Ma chi è “Luca Rossi”? Come si permette di dire certe cose? Ecco, adesso dopo 12 anni avete capito.

La totale assenza di senso critico e meritocrazia, porta a rifugiarsi in scenografie gonfie di retorica e che sembrano provenire dal teatro dell’assurdo. Il lavoro di Tosatti è proprio questo, spostamenti minimi, e con attitudine da “Arte Povera”, in luoghi già di per se fascinosi (palazzi abbandonati, stanze antiche, ecc). Come se invitare il pubblico sul palco in mezzo alla scenografia possa far sembrare la giornata a teatro più interessante.  Ma Tosatti aveva fatto un buon lavoro quando nel 2011 aveva costruito un telescopio con barili di petrolio in una ex fabbrica occupata da immigrati e rom. Guardare la luna come fuga dal ghetto, elevare questo telescopio a monumento sulla fabbrica come simbolo di esistenze che nessuno vuol vedere. Ecco quella lucidità non l’abbiamo più rivista nei lavori successivi di Tosatti. 

Ma il problema non è tanto Tosatti quanto l’assenza di reali alternative. Chi merita il Padiglione Italia oggi? Io avevo pensato ingenuamente a Yuri Ancarani che con gli spazi ampi del padiglione poteva allestire due-tre cinema e farci vedere tutta la sua produzione finalmente in modalità prettamente artistica e senza la stampella cinematografica. Quale artista potrebbe curare la Quadriennale di Roma? Forse il solo Francesco Vezzoli che almeno ha un curriculum internazionale e uno sguardo ossessivo e vintage da tempi non sospetti. Quale artista italiano può oggi sostenere Hangar Bicocca? Forse Marinella Senatore che poteva occupare i grandi spazi dell’hangar con tanti gruppi e tante persone. Ma in epoca di pandemia programmare progetti che promettono grandi assembramenti partecipativi non è certo il massimo.

Ma se il contemporaneo fatica in Italia la situazione non è migliore all’estero. Basta guardare le altre scelte nella programmazione di Hangar Bicocca che con Todolì promette grande attenzione alla scena internazionale: le meduse volanti viste alla Tate, tematiche di facciata sulla parità di genere nel settore più chiuso e poco tollerante che ci sia, e grandi installazioni che sembrano pronte per un “Luna Park per adulti”. Non è facile gestire gli spazi di Hangar Bicocca con l’intelligenza e il mestiere di Maurizio Cattelan, e quindi usando gli spazi non come contenitori di tante “casette delle streghe” ma come stanze uniche che possono ospitare una sola opera ognuna.

Se la triplice nomina di Tosatti rappresenta una sorta di anno zero, la buona notizia è che esistono grandi potenziali da esplorare. Temo però che sia necessario ripartire dalla formazione degli artisti, oggi estremamente carente in tutto il mondo, e dalla divulgazione sul grande pubblico; a cui bisogna spiegare che l’arte contemporanea non è solo prezzi record (anche questi facilmente manipolabili) o la possibilità di entrare in brutte scenografie di Netflix. Ma questo è un altro discorso. (lucarossicampus@gmail.com)