aL’esperienza “Luca Rossi” nasce nel 2009 dall’intuizione di un’artista e di tanti artisti per stimolare un contesto critico carente. I problemi erano e forse sono tutt’ora: tutti i protagonisti del sistema sono collegati con tutti quindi non è possibile argomentare criticamente opere e progetti; formazione di clan chiusi, di “famiglie” in cui tendeva a funzionare la raccomandazione, un sistema che comunque non produce qualità ed è marginalizzato sulla scena internazionale. Non abbiamo mai preteso di avere la verità in tasca perchè sarebbe stupido ma soprattutto molto noioso.

Nei giorni scorsi abbiamo argomentato criticamente alcuni progetti di Marinella Senatore, in particolare il suo intervento a Palazzo Strozzi (le luminarie nel cortile con incastonata la citazione di aiutarsi gli uni con gli altri) e quello che ha fatto per Dior di cui l’intervento a Palazzo Strozzi è una declinazione. Nella promozione del progetto Palazzo Strozzi parla di arte partecipativa che avviene quando il pubblico diventa parte integrante dell’opera. Portare gruppi, movimenti e associazioni a manifestare dentro al museo liberamente non è arte partecipativa ma ready made (prendere o indicare qualcosa di già esistente come fosse un’opera d’arte). Per intenderci come la Banana da 120.000 dollari di Maurizio Cattelan. Ma mentre Cattelan inserisce il ready made in un percorso coerente e valoroso che dura da 30 anni, Marinella Senatore appare in ritardo rispetto al nostro presente: vuole mettere sotto la teca polverosa del museo energie partecipative che avvengono già nel nostro presente in modalità molto più forti ed incidenti. Pone lo spettatore in una situazione di passività davanti alla luminarie, ora al cospetto di Palazzo Strozzi ora comodamente seduto in platea alla sfilata di Dior. Usa concetti retorici e populisti (femminismo, razzismo, solidarietà sociale) in modo didattico (incastonando le citazioni nelle luminarie) quasi per pulire velocemente le coscienze di pubblico, collezionista o del cliente facoltoso di Dior. Dichiara di non porre limiti all’interazione dei gruppi che coinvolge (“lascio fluire liberamente le energie”) evidenziando ancora la pratica del “ready-made” in una fase storica in cui invece servirebbero metodologie ben definite per contrastare lo tsunami per cui tutti oggi sembrano fare tutto e sapere tutto. Quando poi da questa metodologia debole discendono opere è inevitabile scivolare nell’ikea evoluta con opere che vanno a creare fumo negli occhi al pubblico e al collezionista.

Per affrontare femminismo, razzismo o problemi sociali non serve ripetersi in testa delle citazioni (spesso riprese banalmente dalla tradizione cattolica “ama il prossimo tuo come te stesso). Per illuminarsi non è sufficiente accendere sotto Natale delle luminarie in un cortile rinascimentale a Firenze. Per fare arte partecipativa non basta affiancare dei laboratori didattici alla presentazione di prevedibili ready made (modalità inventata da Duchamp più di 100 anni fa). Anche i laboratori didattici vengono fatti da anni in tutto il mondo da tutti i musei, quindi non si capisce cosa stia portando di più l’artista. Tra l’altro Marinella Senatore dichiara di aver fondato una scuola che negli anni conta più di 8 milioni di partecipanti…anche in questo caso non troviamo nè in rete nè altrove spiegazioni di cosa sia questa scuola e come operi.
Leggendo interviste e dichiarazioni dell’artista sul suo sito e su riviste specializzate si viene investiti da tantissimi paroloni come “energia”, “epowerment”, “pratiche orizzontali”, “flussi di energia”, “arte partecipativa” ma non si capisce mai dove stia il contenuto e il valore di queste dichiarazioni altisonanti.

Io credo fermamente che Marinella Senatore, come molti artisti della sua generazione, sia vittima di un sistema formativo, quello italiano, che non ha saputo stimolare criticamente l’artista affinchè riuscisse a realizzare concretamente quelle che oggi rimangono solo delle belle dichiarazioni di intenti.

Ma perchè l’artista viene invitata da molti musei anche internazionali? Perchè i musei in tutto il mondo cercano una maggiore partecipazione del pubblico e vedere un museo, anche solo per poche ore, pieno di gruppi e associazioni che manifestano e fanno folkrore è assolutamente utile all’immagine del museo. Come è utile impreziosire la sfilata di moda con l’intervento di un artista o come è utile illuminare e riattivare un museo con le luminarie, soprattutto nel buio inverno del pandemia. Inoltre il sistema internazionale dell’arte contemporanea vive da anni un vuoto di valori dato dall’assenza di un reale confronto critico e quindi avere opere che includono frettolosamente e in modo didascalico i temi del femminissmo, del razzismo e della partecipazione è assolutamente comodo per il museo. Non a caso nel 2020 compaiono nella lista delle persone più potenti i movimenti “Me Too” e “Black Lives Matter” (questo addirittura primo), come se l’arte in cerca di valori, ragioni e motivazioni dovesse andarle a cercare forzatamente nella società civile.

Detto questo ci sarebbe invece tantissimo da fare nel campo dell’arte contemporanea, ci sono tantissimi temi che oggi gli artisti, ridotti a burocrati della creatività e operai delle pubbliche relazioni, non stanno affrontando. Anche in tema di arte partecipativa ci sarebbero nuove frontiere e nuove vie da percorrere senza inseguire i movimenti di partecipazione spontanea che si stanno già sviluppando con successo nella realtà.

Ho chiesto al Direttore di Palazzo Strozzi e all’artista Marinella Senatore un dialogo a tre in streaming per chiarire questi miei dubbi e loro non rispondo. Molto significativo per un direttore e un artista che dichiarano, ancora solo a parole, di fare progetti inclusivi e partecipativi. Questo piccolo esempio ci dice molto del perchè l’arte contemporanea in Italia, e non solo, sia marginalizzata e venga riconosciuta solo dentro gruppi chiusi e autoreferenziali dove i protagonisti si sostengono a vicenda eliminando e allontanando qualsiasi contraddittorio. Io vivo sulla mia pelle da 12 anni.