Alcuni mesi fa abbiamo scritto su questo sito come il valore artistico della banana di Maurizio Cattelan sia stato innescato dalla vendita. Se le tre banane non fossero state vendute per 120.000 dollari l’una, non si sarebbe innescato quel “tam tam” mediatico che ha decretato il successo dell’opera. Stessa cosa è successa recentemente per l’opera di Banksy che si è autodistrutta durante un’asta di arte contemporanea, appena dopo essere stata aggiudicata per un milione di dollari. Anche in questo caso la vendita dell’opera per un milione di dollari e la sua repentina autodistruzione, hanno decretato il successo dell’opera stessa, e non certo il suo soggetto che raffigurava una banale bambina con un palloncino a forma di cuore. Tutto questo senza contare come Cattelan e Banksy, che sono stati protagonisti dei due eventi più eclatanti del contemporaneo negli ultimi anni, affondino le loro radici ancora negli anni ’90. 30 anni fà.

Ma perchè capita in modo sempre più marcato questo fenomeno per cui la vendita sembra essere la cosa più importante rispetto al contenuto e alla centralità dell’opera d’arte?

Perchè da almeno 10 anni ognuno di noi, armato del proprio smartphone, è produttore e consumatore di contenuti e informazioni. Il bombardamento di informazioni e contenuti di cui siamo tutti artefici, potremmo dire metaforicamente il bombardamento di “banane” e “palloncini” di cui siamo tutti produttori e consumatori, ci soffoca e ci anestetizza. Non abbiamo più il tempo e la voglia di approfondire niente. 

Come se ci arrivassero a casa 10.000 pacchi di Amazon, il problema non sarebbe tanto aprire il singolo pacco quanto gestire 10.000 pacchi, non avremo tempo di approfondire il singolo pacco. Come se invece di andare normalmente nei ristoranti, entrassimo in ognuno di loro per assaggiare solo un cucchiaino di dolce. Un piacere breve quanto deludente.

L’unico modo per scuoterci da questa anestetizzazione collettiva sembra essere il denaro, o meglio il fatto che un tizio strambo sia riuscito a vendere una “sua opera d’arte”, che sia una banana o un palloncino a forma di cuore, per una somma di denaro molto alta. In altri termini che si sia potuta verificare una sorta di “truffa legalizzata” quando invece noi siamo prigionieri di una vita e di un lavoro banali che ci costringono a faticare otto ore al giorno per sopravvivere. Mentre quel tizio strambo, che viene chiamato “artista”, adesso sarà già in vacanza alle Bahamas a godersi il cospicuo bottino.

Attenzione perchè le vendite si possono anche pilotare, e quindi anche il successo artistico delle opere d’arte è manipolabile .

Come abbiamo dimostrato molto prima della vendita delle tre banane (clicca qui per vedere i video sulla “pallina di carta”), se io chiedo ad un mio amico di comprare una pallina di carta per 60 mila euro in una fiera o in un’asta di arte contemporanea, tutte le palline di carta che ho a casa (diciamo tre) acquisteranno quel prezzo e quindi io ho speso certo 60 (creando clamore mediatico) ma in realtà ho guadagnato 120 (3 x 60 =180 – 60 = 120 mila euro). Quindi non solo ridurre l’arte contemporanea alla  vendita è noioso e limitativo ma la vendita stessa si può manipolare facilmente, sgonfiando ulteriormente tutto il valore dell’operazione artistica.

Detto questo ritengo che l’operazione della banana di Maurizio Cattelan abbia un alto valore artistico proprio perchè ha il merito di evidenziare questo meccanismo attraverso un gesto ironico, dissacrante e coerente con una carriera trentennale. Mentre, per esempio, l’operazione di Banksy risulta molto più in contraddizione. In fondo Maurizio Cattelan ha lanciato al pubblico, quanto al collezionista, una banana come se fossimo tutti scimmie in attesa del prossimo “numero da circo”, della prossima risata a denti stretti su Facebook. L’opera infatti si intitola puntualmente “Comedian” che significa “comico”. Ed effettivamente la banana di Cattelan ha fatto il suo lavoro, le persone su i social network hanno elaborato in mille modi la banana, ci hanno giocato come scimmie, hanno ironizzato e così via, contribuendo ulteriormente al successo di tutta l’operazione. Da buon nipotino di Andy Warhol Maurizio Cattelan riesce a fare una fotografia ironica e impietosa tanto del mondo dell’arte quanto della nostra società. Ma questa fotografia non ci salverà, e dopo un po’ non ci farà neanche più ridere. Rimarranno soltanto i 360 mila dollari nei conti correnti dell’ artista e del gallerista. La stessa banana infatti marcisce e quello che è stato acquistato non è tanto la banana in sè, quanto un certificato di autenticità che descrive l’opera e ne indica le modalità di realizzazione “fai da te”. Alla fine il sistema dell’arte si rivela come una “banca centrale” che può stampare certificati di autenticità come fossero moneta. Poco importa l’opera, il contenuto, che può anche marcire, quello che conta è un foglio di carta. Un’obbligazione al portatore. 

Ma come salvarsi da questa anestetizzazione collettiva e da questa fotografia impietosa e preoccupante della nostra società?

Gilles Deleuze diceva che la gente non ha più bisogno di esprimersi, lo fa fin troppo; ha bisogno di momenti di solitudine e silenzio per dire finalmente qualcosa di vero. Anzi sembra che la gente sia quasi costretta ad esprimersi, ad essere presente su i social, a sfogarsi così, e a diventare superficie del proprio cellulare. Diversamente, se l’uomo comune non fosse presente su i social il suo rischio sarebbe quello di “non esistere”. Commentare ed elaborare in mille modi la banana di Cattelan ci fa sentire parte di una tribù, ci fa sentire vivi e al centro della scena. 

A questo punto dell’articolo molti lettori e molti collezionisti d’arte ci hanno sicuramente già lasciato. Proprio perchè anche questo stesso articolo soffre della superficialità generale e della tendenza ad entrare in un ristorante per assaggiare solo un cucchiaino di dolce. Il “cucchiaino di dolce” di molti sarà sicuramente finito dopo poche righe di questo testo.

Possiamo salvarci dall’anestetizzazione generale se siamo in grado di allenare “nuovi occhi” e cambiare prospettiva sulle cose.

Black Mirror, condizionatori neri, smartphone, video dei visitatori, Fondazione Prada, Venezia 2019. 

Un esempio perfetto di questo cambio di prospettiva è rappresentato dal progetto Black Mirror installato in modo permanente dentro la Fondazione Prada di Venezia. Ossia dentro uno dei luoghi simbolo del sistema dell’arte internazionale.

In questo luogo, dove potremo vedere appesi alle pareti “banane” e “palloncini”, all’interno di una realtà caotica e contraddittoria come quella di Venezia, un cambio di prospettiva ci consente di vedere degli “schermi neri” che accompagnano tutto il percorso di visita. Qualsiasi esposizione venga presentata ufficialmente all’interno della fondazione sarà sempre cadenzata da questi condizionatori che sembrano schermi neri inesorabilmente spenti. 

Gilles Deleuze diceva che non abbiamo bisogno di esprimerci lo facciamo fin troppo, abbiamo bisogno di interstizi di solitudine e silenzio per dire finalmente qualcosa di vero. Ecco che questi schermi spenti rappresentano proprio questi interstizi, questi intermezzi di solitudine e silenzio che vanno a cadenzare la fruizione della mostra ufficiale. Ma cosa è VERO? In una fase storica in cui il contenuto e la verità di ogni questione coincide sempre di più con la sua comunicazione attraverso degli schermi? E se questi schermi si spegnessero? Si passa pericolosamente dalla capacità di affrontare i problemi e farne reale esperienza, alle modalità in cui essi vengono comunicati. In altre parole tende a diventare più importante “condividere” che “vivere”.

Ma non è finita qui. Le griglie dei condizionatori diventano il supporto e il tutore per gli smartphone dei visitatori. É infatti sufficiente appoggiare il proprio cellulare sopra i condizionatori, con la telecamera rivolta verso il basso, per registrare dei video che riprendono l’interno di questi monoliti neri. Qui la presentazione del progetto e alcuni video realizzati: http://lucarossilab.it/black_mirror/

Quando sono entrato da semplice visitatore all’interno della Fondazione Prada e ho provato il progetto, il personale della fondazione e gli altri visitatori mi guardavano come fossi matto. Infatti mi ero messo in ginocchio per fotografare gli “schermi neri” e avevo provato a registrare più video facendo muovere il cellulare sopra i condizionatori. In qualche modo era come se fossi entrato nel nostro ristorante e non mi fossi limitato a chiedere un “cucchiaino di dolce”. Questa cosa è impensabile, se cerchi di approfondire ti considerano matto. 

In altre parole Il Sig. Rossi, l’uomo comune, oggi può vivere una sorta di fusione di ruoli ed essere al contempo artista, visitatore, direttore della fondazione, curatore, critico, collezionista, divulgatore, ecc. Il suo smartphone diventa il mezzo per realizzare “attentai positivi” con l’obiettivo di costruire senso e significato invece che distruggere cose e persone. Questa costruzione di senso ci permette di allenare “nuovi occhi” e andare oltre banane e palloncini a forma di cuore.

Luca Rossi

INTERVISTA DI LUCA ROSSI A MAURIZIO CATTELAN > CLICCA QUI 

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