Se Frieze può essere una fiera d’arte contemporanea e una rivista d’arte allo stesso tempo, e Francesco Bonami essere un critico, curatore e anche pittore,  Luca Rossi Lab dal 2009 è una piattaforma polivalente che si occupa di tutti gli aspetti del sistema dell’arte. Anche per cercare una certa reale indipendenza. Questo con la consapevolezza che oggi l’arte contemporanea può essere una palestra e un laboratorio per allenare e sperimentare la nostra capacità di vedere, intesa come la capacità di sentire, intuire e percepire il mondo che ci circonda.

Non a caso Greta Thunberg sembra il bambino che Maurizio Cattelan ha posto sul cornicione a suonare in solitudine il suo tamburello. Greta sembra proprio quel bambino che è cresciuto ed è sceso. Greta è un simbolo, non deve dare soluzioni o essere totalmente autentica, è come un’opera d’arte che ci deve aprire gli occhi. Poi ci penseranno gli scienziati e la politica a risolvere i problemi.

Ecco che nel caso di Greta il primato dell’arte contemporanea appare molto evidente, in questa pagina parleremo di 22 artisti italiani che in questa fase storica sono particolarmente sulla cresta dell’onda e che riteniamo significativi nel bene e nel male.  L’ordine degli artisti dipende dall’ordine in cui ci sono venuti in mente:

ROBERTO CUOGHI > Dopo la partecipazione al Padiglione Italia nel 2017, saldamente nella scuderia Massimo De Carlo, riesce ad essere presentato a inizio 2019 dalla top gallery Hauser e Wirth. Ma non si vive solo di top gallery. Le sue ultime opere da HeW sembrano una sorta di “archeologia marina”, vediamo due grandi granchi che sicuramente partecipano ad un suo immaginario fosco-fantasy in cui il processo riveste sempre un ruolo importante. Ma l’attenzione sul processo non basta se il risultato è sempre questa sorta di archeologia che soffre del “Giovani Indiana Jones Sindrome”. 

GIORGIO ANDREOTTA CALO’ > Recentemente super personale da Hangar Bicocca. Anche nel suo caso archeologia: carotaggi da sotto terra, opere erose-materiche legate alla biografia passata dell’artista, progetti che indagano i fondali marini. C’è sempre questa cosa dello “scavare” come appunto una sorta di archeologo, come alla ricerca di valori autentici ed emozionanti. Non c’è la voglia, la capacità e la necessità di affrontare il presente. Poi ogni tanto vediamo una sua camminata alla Richard Long (esponente anni ’60 della landa art). 

PAOLA PIVI > Anche lei come Cuoghi saldamente nella scuderia Massimo De Carlo che a conti fatti sembra essere stata l’unica certezza del sistema dell’arte italiano degli ultimi 20 anni. I suoi artisti italiani riescono a lavorare, anche all’estero, seppur aiutati dai curatori Gioni-Alemani. Ultimamente personali a Roma e al MAXXI: nasce come promessa anni ’90 con opere esorbitate ed esagerate (100 cinesi in galleria, aereo militare sottosopra, grandi orsi polari colorati, zebra in mezzo ai ghiacci,ecc). Oggi sviluppa quella strada in modo più misurato, e forse più annacquato. Dal grande lettone che gli spettatori posso vivere (in mostra a Roma e Miami) salta all’occhio solo l’aspetto meramente interattivo che però nel 2019 perde qualsiasi gara con esperienze interattive di gran lunga più forti; anche i grandi orsi polari colorati rischiano di essere mere esperienze ludiche debitrici di una pop art che affonda le sue radici negli anni ’60 del ‘900. Il rischio del suo lavoro, senza precisione, è di scivolare nel “cose a caso” o “tutto va bene”, tanto poi ho le pubbliche relazioni di De Carlo e Co che mi fanno ottenere tutto. 

FLAVIO FAVELLI > “Giovane Indiana Jones” finalmente autentico e da tempi non sospetti. Insieme a Franceso Vezzoli intuiscono prima di tutti (a cavallo tra anni ’90 e 2000) come la rielaborazione del vintage possa essere una strada per parlare del presente. Nel caso di Favelli l’abuso di questa tecnica nell’elaborare il mercatino dell’antiquariato sotto casa o in centro a Kabul, rischia di far perdere quota al suo lavoro. Forse nel momento in cui il VINTAGE è diventato MODA (quello che Giorgio Agamben contrappone giustamente al CONTEMPORANEO) Flavio Favelli dovrebbe cercare uno scarto, un salto di qualità. E’ troppo presto per giocare a “Michelangelo Pistoletto”. 

MATTEO FATO > Artista che apprezzo molto umanamente e che ultimamente è molto aiutato dalla Galleria Monitor rimasta orfana del suo Nico Vascellari ed oggi estremamente concentrata sulla pittura. Il curatore Marcello Smarreli lo invita a fare una mostra alla Pescheria di Pesaro, istituzione a contributo pubblico, l’anno dopo dell’artista Thomas Braida altro pittore nella scuderia di Monitor. Non vogliamo pensare male ma presentare due artisti della stessa galleria privata in due anni di seguito in uno spazio pubblico non è molto corretto se visto dall’esterno. Fato sviluppa una pittura molto autentica, carica, alcuni dicono sensuale perchè densa di colore e materia. Questo caricare i soggetti sembra più un modo disperato per salvare la pittura stessa che rischia diversamente di risultare poco influente. Altra strategia dell’artista è quella di lasciare le opere esposte nello loro casse o arricchire il contorno del quadro con elementi installativi. M anche queste sembrano stampelle per tenere in piedi il dipinto.

LUCA ROSSI > Unica voce critica fuori dal coro per un sistema italiano che rischia sempre di essere all’inseguimento del mainstrem internazionale, quando invece potrebbe fare molto di più. Abbiamo un problema formativo interno ancor prima di un problema di fondi pubblici per l’arte. Dal 2009 sviluppa una percorso critico articolato da cui discende una progettualità alternativa che ridefinisce l’idea di artista e museo. Unico in Italia a sviluppare la via altermoderna teorizzata da Nicolas Bourriaud ma paradossalmente ancora orfana di artisti che la percorrano realmente. Sviluppa anche progetti di divulgazione del tutto inediti volti a interessare ed appassionare un pubblico sempre maggiore. Per via delle sue posizioni critiche vive un embargo in Italia ma all’estero inizia ad essere seguito ed apprezzato.  

FRANCESCO ARENA > Perfetto esempio di come un giovane artista italiano per sopravvivere sia oggi costretto a elaborare e citare l’arte povera. Una sorta di pregevole artigianato dell’arte moderna che rischia di diventare rassicurante “ikea evoluta”. Infatti il collezionista, e non solo, ha già negli occhi Boetti o Anselmo, ecco che diventa profittevole aprire un piccolo atlante dell’italia ponendo il bordo di un cubo pesante proprio a metà della penisola. O presentare, come recentemente a Londra, un metro cubo di acqua in diagonale, come non pensare al metro cubo di infinito o “32 metri quadrati di mare circa” di Pino Pascali? Per tanto siamo davanti l’unione fatale di ikea evoluta e sindorme del giovane indiana jones. Su scala più sofisticata e internazionale abbiamo su questa strada Haris Epaminonda fresca vincitrice del leone d’argento come migliore giovane artista all’ultima Biennale di Venezia. Quindi capiamo a cosa sono indotti gli artisti e dove va oggi la MODA. 

PATRIZIO DI MASSIMO > Ormai solo concentrato anche lui sulla pittura con questi quadri che ricordano molto un super painter degli anni ’90 (John Currin) e che riprendono l’artista stesso in curiosi siparietti tra atmosfere vintage e l’ultimo cellulare iPhone. La pittura è oggi la terza via possibile per quanto anche lui debba andare a rovistare e scavare nel passato come fosse appunto un giovane archeologo. Anche se la pittura riesce a restituire un modo-atteggiamento-visione che può sempre avere un valore per la contemporaneità.  Quindi non male, anche se c’è sempre odore di questo passatismo che sembra dover salvare “capra e cavoli”.

GIULIO ALVIGINI > Caso super significativo della crisi dell’arte degli ultimi anni. Intelligente e geniale, prima realizza opere che citano Maurizio Cattelan e poi si dedica alle vignette e ai meme dell’arte contemporanea. Si prevede un suo futuro come social media manager, come se uno studia medicina e poi va a gestire la pagina Facebook dell’ospedale. Cosa molto delicata e importante ma prima di “comunicare” qualcosa bisogna creare qualcosa che oggi può avere un valore, diversamente si rischia di rimanere dentro al circolo degli scacchi in una dinamica autoreferenziale. Si consiglia un collaborazione con Luca Rossi che per certi aspetti potrebbe diventare esplosiva. 

GIULIA CENCI > Altro caso super significativo: sviluppa opere materiche che assomigliano tantissimo al percorso di Germano Sartelli negli anni 50-60. Ora, in questo non c’è nulla di male. Si tratta di due essere umani, artisti, in momenti diversi; è plausibile avere la stessa sensibilità. Ma anche in questo caso il rischio è quello di sviluppare un rassicurante artigianato del secolo scorso. La base di partenza è buona ma non è stato fatto un lavoro formativo adeguato e il rischio è che l’artista rimanga cristallizzato in percorsi formali e concettuali deboli. Questo anche considerando un sistema internazionale già in crisi di linguaggio e con artisti stranieri spesso meglio supportati e sostenuti da istituzioni pubbliche e private. 

NICOLA SAMORI’> Perfetto esempio della Sindrome del Giovane Indiana Jones applicata alla pittura. Come succede se potessi profanare, scarnificare, scavare i quadri che potremo trovare agli Uffizi di Firenze? Anche in questo caso “EFFETTO AHA” perfetto per i brevi tempi delle fiere che, insieme a Biennali del tutto simili, vanno a caratterizzare il mondo dell’arte. In fiera c’è poco tempo. Se voglio attirare l’attenzione un Gioconda profanata è la cosa più efficace. Ecco che invece bisogna lavorare per dilatare questi tempi, favorire momenti di riflessione e decompressione; ricercare un valore anche con il rischio del fallimento. Progetti come My Arbor My Art di Luca Rossi servono anche a questo (vedi il progetto). 

YURI ANCARANI > Impegnato in questi giorni in laguna a Venezia per un nuovo film, video, progetto. Sicuramente il migliore in Italia impegnato su questo fronte. Partecipazione anche per lui, tramite l’invito di Massimiliano Gioni, alla Biennale 2017, anche se con un lavoro troppo adagiato su una documentazione lineare. Meglio con Piattaforma Luna, il Capo o San Siro. Ci aspettiamo che il meglio debba ancora venire. 

DIEGO MARCON > Super doppietta italiana con la vittoria nel 2018 del Premio MAXXI e personale alla Galleria Zero di Milano. Il suo bambino con il fiammifero in mezzo al mare o in marmo in mezzo alla città, sembra molto una nuova versione dei bambini alla Maurizio Cattelan. L’uso del marmo fa pensare ad un altro mitico duo anni ’90 Elmgreen e Dragset, mentre la computer grafica, realizzata dall’artista Diego Zuelli che emerge a inizio anni 2000, sa un po’ di retrò e non è funzionale ad una narrazione incidente (il bimbo stremato su una barca nel buio dell’oceano che cerca di tenere un cerino acceso). Viviamo un momento storico paradossale: chiunque conosce la storia sa che viviamo il migliore mondo che abbia mai conosciuto l’umanità (non il migliore mondo possibile) ma tutti oggi su i social possono lamentarsi e quindi ci sembra di vivere un periodo fosco e buio. Nella formazione artistica servirebbero anche altre competenze, più consapevolezza rispetto al presente e alla storia: io vedo le accademie e le scuole d’arte future come spine dorsali di ogni tipo di corso universitario. 

INVERNOMUTO > Molto impegnati nel costruire un certo immaginario che però collassa rispetto la produzione contemporanea fatta di tante cose, tra cui le serie TV. 

PATRICK TUTTOFUOCO > Anche lui promessa anni ’90 che poi lentamente si è eclissata. Negli ultimi anni impegnato nel creare grandi maschere colorate o neon con dita che si muovono. Molto poco a fuoco. Aiutato sicuramente da buone pubbliche relazioni, meglio un’opera vista recentemente dove l’aspetto formale appariva più curato. Ma ancora non ci siamo. 

LUDOVICA CARBOTTA > Fino a poco tempo fà (mostra That’s it) sembrava riuscisse a percorrere bene la terza via con la scultura. Poi personale alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Patrizia tra le 100 persone più influenti a livello mondiale nel mondo dell’arte) e partecipazione alla Biennale di Venezia 2019. Queste due ultime tappe hanno perso di fuoco, e con la scultura il rischio è molto alto perchè si scivola subito in accumuli poveristi-informali (seppure realizzati con accademia sapienza). E questa è la sensazione del suo ultimo intervento alla Biennale. In questo modo ci si mimetizza completamente rispetto una ricca offerta internazionale e non si affrontano i nodi della nostra contemporaneità. Stesso rischio di Giulia Cenci: cristallizzarsi in forme e concetti deboli. In questo caso si parla di una fantomatica città pensata per un solo abitante, ma poi non c’è chiarezza e coerenza con l’aspetto formale del lavoro. 

LARA FAVARETTO > Anche lei ottime pubbliche relazioni, oltre a Documenta nel 2012 partecipa a diverse Biennali di Venezia, tra cui quella del 2019. Anche in questo caso il rischio è scivolare nel “cose carine a caso e tutto può andare bene”. Questo relativismo è soffocante e denota come questi artisti preferiscano stare in una rassicurante zona di comfort che, all’interno di un circolo chiuso ed autoreferenziale, diventa subito “arredo sofisticato”, ancora “ikea evoluta”. Il fumo che esce dalla biennale è un’idea carina, gli oggetti ready made in biennale con le riunioni segrete di intellettuali e persone comuni (ma non sei mai tu) è una cosa intrigante. Ma sembrano appunto fumo negli occhi per nascondere uno spaesamento e la mancanza di un percorso, che non deve tanto essere coerente quanto contribuire con opere diverse ad una certo modo-atteggiamento-visione (quello che per esempio è riuscito a fare Maurizio Cattelan). 

NICO VASCELLARI > Con la felice unione con Delfina Fendi (brillante disegnatrice di gioielli della famosa famiglia Fendi) sembra aver recuperato una sua indipendenza. Unisce il suo lavoro da artista con l’attività in un gruppo di musica dal vivo punk e pazzerella (nignos du brasil). Quando nelle sue opere lascia cadere il concertino punk e un certo lavoro da arte povera 2.0 riacquista valore. Attenzione al rischio “Matthew Barney della campagna fuori Roma”. Ma certamente non è facile. 

LUIS SAL> Giovane Youtuber da oltre un milione di followers. I suoi video sembrano ripercorrere la storia della performance con capatine dei nipotini anni 90 di Andy Warhol. Il rischio è che per farsi seguire da adolescenti annoiati il livello sia sempre più basico, e alla fine stanca. Un anno fa ci guardavo, oggi non più. Forse un video su YouTube ad un certo punto non basta. Si attendo gli sviluppi. Ma una padiglione italia a Luis Sal come sarebbe???

FABIO ROVAZZI > Cantante famoso, ma anche presentatore, influencer, tutto. Ha presentato anche Sanremo. Attenzione perchè per essere ultrapop i contenuti poi spariscono e dentro la Lamborghini scopriamo solo un grande vuoto. Anche se il conto in banca sta bene. Ma non si vive di solo denaro, la vera risorsa scarsa è il tempo. 

MAURIZIO CATTELAN > Mostra recente in Inghilterra un po’ stanca, con alcuni nuovi lavori poco lusinghieri, ma sicuramente siamo già nella modalità retrospettiva, e ci sta; anche Bolt non continua a fare ogni anno il record su i 100 metri. Forse però anche lui potrebbe regalarci qualche colpo di coda. Attendiamo. Dice che vuole aprire un orfanotrofio, ecco, chissà. 

FRANCESCO VEZZOLI > Amante di un certo gusto vintage elaborato sapientemente da tempi non sospetti, anche lui spesso scivola troppo nella celebrazione feticistica del passato (tipo comprare statue romane originali e mettergli lo smalto). Ma può dare molto se trova spazi e modalità che non siano solo il solito museo. 

ROBERTO AGO > Vedo Roberto come un artista spinto, e non solo, a diventare critico d’arte. Forse l’unico vero critico d’arte in Italia a parte le butade del sottoscritto. Vedo una collaborazione Ago-Rossi-Alvigini ahahahahahahaah