La premessa è che l’arte contemporanea potrebbe essere, per qualsiasi paese, una straordinaria palestra e laboratorio per allenare e sperimentare la capacità di vedere. Questa capacità presiede a tutto, l’economia, la politica, l’iniziativa imprenditoriale, la lettura dei fatti di attualità, fino alle scelte della nostra vita privata. Per tanto questo articolo che guarda a cosa è successo 20 anni fà in relazione al nostro presente, è molto importante per capire il futuro. 

Nel 2000 è stato pubblicato un libro (Espresso Arte Oggi in Italia), edito da Electa e a cura di Sergio Risaliti, che voleva fare il punto sull’arte contemporanea italiana nel 2000. Chi erano le promesse, i migliori artisti italiani di 20 anni fà? E cosa è successo a questi artisti oggi? 

Per rimanere in linea con “Espresso” e con l’attualità italiana potremmo oggi parlare di TAV ARTE OGGI in ITALIA. Più avanti in questo testo capiremo perchè.

“Espresso” presentava 28 artisti introdotti da testi di tre curatori: Stefano Chiodi, Luca Cerizza e Gianfranco Maraniello oggi direttore del Mart di Rovereto. 

Solo Roberto Cuoghi è stato presente in almeno uno degli ultimi tre padiglioni Italia alla Biennale di Venezia (tra il 2015 e il 2019). Alcuni nomi sono spariti apparentemente dai radar: Carlo Benvenuto, Maggie Cardelus, Monica Carocci, Sarah Ciracì, Margherita Manzelli, Nicola Pellegrini, Cristiano Pintaldi, Sara Rossi, Marco Samorè, Alessandra Tesi, Sabrina Torelli. Ogni tanto si sentono: Simone Berti, Loris Cecchini, Giuseppe Gabellone, Bianco-Valente, Botto e Bruno, Stefania Galegati, Luisa Lambri con un buon mercato ma anche lei un po’ persa, Marcello Maloberti molto attivo in italia 2-3 anni fa, Italo Zuffi, ottima potenzialità per una fase storica dell’arte italiana. Oltre a Roberto Cuoghi sono particolarmente attivi: Elisabetta Benassi (Padiglione Italia 2013, Venezia Mostra Internazionale 2011, Padiglione Belga 2015) anche se con un lavoro poco definito che si limita a elaborare l’oggetto in accostamenti surreali e molto mainstream; Lara Favaretto, anche se con un lavoro che potremmo definire “smart relativism” (tante idee senza una linea definita e personale); Diego Perrone e Paola Pivi soprattutto in ragione del sostegno della Galleria Massimo De Carlo. Galleria famosa perchè da subito dava uno stipendio fisso ogni mese ai propri artisti, che quindi , giustamente, erano -e sono- sostenuti fortemente; Francesco Vezzoli formatosi in Inghilterra e con il suo “Super Pop Vintage” da tempi non sospetti e sostenuto abbastanza dalla scena internazionale. 

Nella lista non compaiono Maurizio Cattelan e Vanessa Beecroft che nel 2000 erano considerati già molto “establish” sulla scena italiana e internazionale. Fa però effetto che l’ultima opera rilevante di Cattelan risalga sostanzialmente al 2001 (l’Hitler in ginocchio) e che Vanessa Beecroft sia comunque arenata su una buona idea che però negli ultimi 10-15 anni non ha saputo sviluppare. 

Su 28 artisti, sfogliando il libro, solo una (Monica Carocci) con immagini in bianco e nero fortemente sature, sembra affetta dalla Sindrome del Giovane Indiana Jones. Ossia 20 anni fa c’èra maggiore coraggio nel guardare il presente senza doverlo sempre risolvere come elaborazione, archeologia e citazione del passato. Cosa che invece avviene per gli artisti delle ultime generazioni (Andreotta Calò, Nicola Samorì, Francesco Arena, Namsal Siedlecki, Salvatore Arancio, Chiara Fumai, Enrico David, Giulia Cenci, ecc. ecc). 

Nessuno dei 28 artisti di “Espresso Arte Oggi in Italia” a parte Vezzoli e forse Cuoghi (vedremo, sta succedendo ora) sembra aver raggiunto un consolidamento sulla scena internazionale e coloro che hanno oggi maggiore visibilità lo devono moltissimo al sostegno della proprie gallerie di riferimento (Continua e De Carlo su tutte). 

In questi 20 anni l’arte contemporanea ha attraversato 3 CRISI che ha potuto permettersi di non affrontare, per poi vedere una diminuzione della qualità e una chiusura sempre maggiore del sistema (anche se con social media manager estremamente, e ostinatamente, simpatici e auto-ironici). 

 La prima crisi è partita lentamente a inizio anni 90’ con la trasformazione del critico d’arte in curatore d’arte. Infatti con la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, assistiamo alla necessità di gestire e filtrare tantissime individualità artistiche, provenienti per la prima volta da tutto il mondo. Il curatore d’arte nasce dalla necessità di ordinare e selezionare gli artisti per la committenza pubblica e privata. Ma mentre negli anni 90 e 2000, come si vede bene dagli artisti di  Espresso, esistevano ancora ragioni e motivazioni per il contemporaneo, lentamente con lo spegnersi della figura del critico, queste ragioni e motivazioni si sono lentamente perse. Ed ecco moltissimi artisti rifugiarsi in ragioni e motivazioni “sicure” e già “elaborate-digerite”, ecco gli artisti “giovani indiana jones”. 

La seconda crisi avviene nel 2001 con l’evento simbolo dell’11 settembre 2001. Dopo mostre provocatorie negli anni 90’ come “Sensation” il dispositivo “opera d’arte” sembra non poter incidere più rispetto un linguaggio logoro (“tutto è stato fatto”) e una realtà che sembra superare la fantasia degli artisti. 

La terza crisi avviene nel 2009 con lo sviluppo dei social network: non solo tutto è stato fatto ma tutti fanno tutto e lo condividono con tutti. L’artista ai tempi di Instagram deve competere nell’immaginario con tutti, con le rendite di 500.000 followers di Damien Hirst, fino a Francesco Bonami che si improvvisa artista su Instagram, fino alle foto dei piedi della vicina di sotto. 

L’incertezza nella costruzione della TAV, opera di alta velocità che dovrebbe unire l’Italia al mondo,  esprime molto bene lo stato dell’arte contemporanea in Italia. Dai problemi che sollevai nel 2009 sono stati realizzati due Forum dell’Arte Contemporanea (Prato 2015 e Bologna 2018) che hanno ottenuto la creazione del bando dell’Italian Council per sostenere l’arte italiana in patria e all’estero. Una forma di assistenzialismo finalizzata a progetti specifici e che rischia di diventare un boomerang. Infatti se io vado a promuovere artisti e progetti deboli all’estero contribuirò ulteriormente a dare un’idea “debole” della scena artistica italiana. 

Non si tratta di dimostrare i scarsi risultati dell’arte contemporanea italiana negli ultimi 30 anni, ma di denunciare una crisi internazionale del linguaggio che è evidente se passeggiamo all’interno di importanti rassegne internazionali come Art Basel 2019 e la Biennale di Venezia 2019. Gli unici valori forti, sopra la sufficienza, sono quei valori dell’arte moderna (Boetti, Kounellis, ecc) e quei valori anni 90’ (Hirst, Cattelan, Sierra, Eliasson, Creed, Alys, Gonzalez-Torres, ecc.). 

Alla Biennale di Venezia vince un Padiglione che per stupire e colpire deve andare a pescare a piene mani dal cinema e dal teatro (la spiaggia canterina del Padiglione Lituania). Vince Arthur Jafa artista che sviluppa sicuramente temi attuali (razza e violenza, ma quando non lo sono stati attuali?) e che lavora con la tecnica della post-produzione teorizzata da Nicolas Bourriaud a fine anni 90, e quindi più di 20 anni fa. Vince come migliore giovane artista Haris Epaminonda, esempio perfetto dell’unione tra Sindrome del Giovane Indiana Jones e “Ikea evoluta”. The show must go on. Le gallerie qualcosa, oltre al ‘900, devono vendere e i curatori qualcosa devono proporre alla committenza pubblica e privata. 

L’assenza di confronto critico, scintilla da cui nasce la mia attività nel 2009, ha fatto perdere progressivamente, e senza che ce ne rendessimo conto, le ragioni e le motivazioni del contemporaneo. Questo ha ricadute enormi e fatali sulla formazione degli artisti e sulla divulgazione intesa come ponte critico tra il mondo dell’arte e la società civile. “Divulgare” non significa “educare” o “fare workshop con il pubblico la domenica pomeriggio, ma creare uno spazio di opportunità dove il pubblico possa interessarsi e appassionarsi all’arte contemporanea, intesa anche come modalità inedita di guardare all’arte del passato. Anche qui c’è un problema enorme di formazione dei “divulgatori”, ancor prima che di divulgazione. 

 Per sintetizzare potremmo dire che manca qualità e pubblico. Ma se guardiamo bene il sistema dell’arte nazionale e internazionale, questo sistema si basa su 4 FONDAMENTA che per sopravvivere non necessitano di qualità e di un pubblico minimamente vasto: mercato per pochi collezionisti e con opere standard, denaro pubblico per dimostrare la modernità del territorio, arte come forma pubblicitaria per target di nicchia, arte come programmazione culturale per vantaggi fiscali, tutte cose che si possono fare benissimo a prescindere dalla qualità e dal pubblico. E questo soprattutto se siamo in totale assenza di una forza critica che possa fare le differenze e definire scale valoriali.

In altre parole il sistema dell’arte contemporanea sta sviluppando solo un 2% del suo potenziale e lo sta facendo in modo superficiale e perseguendo quasi esclusivamente la strada del “giovane indiana jones” che può essere anche interessante, ma solo fino a quando non viene resa una forma di “moda conformista” determinata dal suo abuso e reiterazione sistematica. 

Come Luca Rossi Lab dal 2009 sviluppiamo quotidianamente un’azione critica – purtroppo – unica in italia (ho scritto su Exibart, Artribune, Flash Art, Huffington Post); abbiamo realizzato circa 30 progetti che ridefiniscono l’idea di artista, opera d’arte e museo; dal 2016 gestiamo un’accademia d’arte via Skype; dal 2011 sviluppiamo 4 progetti per la divulgazione confluiti oggi nel progetto “Albero Angela”; dal 2018 una rivista di critica d’arte e attualità. E per tutto questo siamo ovviamente ostracizzati dal mondo dell’arte italiano. Ovvio. Lo sviluppo di senso critico non conviene a nessuno, anche se io non ho mai preteso di fornire verità assolute, ma solo tesi che dovrebbero trovare antitesi (ma non le trovano) e quindi sintesi migliori.

Il 5 ottobre 2019 presso la Galleria Six di Milano realizzerò una mostra a cura di Giacinto Di Pietrantonio. Mostra che sarà corredata da un’intervista-video tra me e il curatore e che segnerà una piccola grande rivoluzione.  Qui tutte le informazioni (in progress) sul progetto >>> http://lucarossilab.it/six-2019/