La Sindrome del Giovane Indiana Jones riguarda le nostre vite molto di più di quello che pensate. I problemi del mondo si possono risolvere solo cambiando lo sguardo su questi problemi. Non cambi lo sguardo con la logica, con l’istruzione o con la politica, lo cambi solo attraverso l’arte contemporanea (di qualità). Solo l’arte è capace di mettere realmente in discussione il nostro inconscio. I giovani indiana jones rappresentano, nell’arte contemporanea ma non solo,  l’incapacità di affrontare il nostro presente e quindi il nostro futuro. Sono coloro che NON ci danno le opere e quindi gli strumenti per allenare “nuovi occhi”. 

In altre parole perseguire un rassicurante artigianato dell’arte moderna o elaborare il mercatino dell’antiquariato, per appagare un paese e un collezionismo per vecchi. Li vedete subito, se propongono opere materiche, oggetti da mercatino dell’antiquariato, elaborazioni pittoriche e scultoree dell’informale anni ’50, pittura tipo espressionismo astratto anni ’50, opere che ci intrigano perché sembrano, o sono, reperti archeologici, citazioni alla storia, dipinti antichi scarnificati,  ….eccetera eccetera. Francesco Arena, Nicola Samorì, Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi, Danh Vo, ma potremo proseguire. 

Ai galleristi va benissimo, perché riescono ad esaudire fasce di prezzo basse: non puoi permetterti Boetti o Kounellis??? Bene. Se vuoi ti do un giovane che assomiglia ai grandi moderni e lo paghi solo 2800 euro! Ai curatori va benissimo perchè riescono a fare il loro progetto, apparentemente sofisticato e che deve perseguire gli stessi gusti vintage. 

 Arredi la casa al mare in modo più sofisticato rispetto ad andare all’Ikea, e hai un’opera che, se sei fortunato, fra 10 anni varrà il triplo! Affare fatto??? In fondo è come un “Gratta e Vinci”, solo un po’ più costoso.

Questi giovani appena usciti da scuole e accademie (rimaste alle guerre puniche) devono subito critallizzarsi in forme deboli ed elaborare il mercatino dell’antiquariato. Questa dinamica tradisce la natura più vitale del CONTEMPORANEO (secondo la definizione di Giorgio Agamben) e si lascia andare alla MODA, la moda del vintage. Ma mentre in altri settori, come l’abbigliamento, questa moda è plausibile, nell’arte diventa una contraddizione in termini. In fiere, biennali e gallerie ci vogliono vendere scarpe e jeans invecchiati per finta, allora molto meglio quelle gallerie che lavorano su gli artisti originali del 900.  

 I giovani indiana jones diventano vetrinisti di lusso e artigiani pretenziosi. Burocrati della creatività, assatanati operai delle pubbliche relazioni. Spesso mantenuti – in ogni senso – in ostaggio dalla “Nonni Genitori Foundation” che, come un vero ammortizzatore sociale, sembra mantenerli economicamente (E NON SOLO) in ostaggio. Pagati per la loro arrendevolezza, e tutto questo per assecondare i gusti degli stessi nonni e genitori che li pagano. 

Ma perché succede questo? 

 Se nel 2001 abbiamo capito che  tutto era stato fatto, e nulla poteva incidere se non la realtà stessa, intorno al 2009 capiamo che TUTTI possono fare TUTTO e condividerlo con tutti. Quindi ci ritroviamo bombardati di contenuti e informazioni. Anche Francesco Bonami, noto curatore, si mette a creare contenuti su Instagram mentre il giovane artista che esce dall’accademia lo mettono a gestire i profili Instagram dei musei. Come se un medico appena laureto andasse a gestire la pagine Facebook dell’Ospedale e un infermiere si mettesse a creare ricette e diagnosi. 

 L’artista soprattutto se giovane davanti alla crisi della rappresentazione (2001) e alla rivoluzione dei social (2009) per competere e sopravvivere si deve attaccare a VALORI SICURI e quindi pesca a piene mani dal passato, esattamente come fosse un giovane archeologo, un Giovane Indiana Jones appunto. Anni fa si metteva a fare il grafico oggi si ritrova a gestire i social network in modo sempre simpatico e carino. In uno stato di continua ironia che lo condanna fatalmente. 

Haris Epaminonda, migliore giovane artista alla Biennale di Venezia 2019, unisce perfettamente la Sindrome del Giovane Indiana Jones all’Ikea Evoluta. Forme moderniste con improvvisamente un vaso o un cavallino antichi. Citazioni grossolane per far sentire il potenziale collezionista colto. Il tempo della vendita e del pubblico è sempre meno, ecco che il gioco è fatto. 

 Le prime vittime di questo sistema sono gli artisti stessi. Dopo che hai venduto 10 comodini antichi ai 10 collezionisti della tua “galleria cciovane di ricerca” come fai ad andare avanti? Dal momento che NON SEI e NON PUOI ESSERE Damien Hirst? Gli artisti, per parte loro, stanno zitti e sperano di entrare in questo meccanismo e vendere qualcosa. Quando poi smettono di vendere non potranno lamentarsi e sputare nel piatto in cui hanno mangiato. Questo si ripete da anni in Italia. 

 I collezionisti non protesteranno mai per varie ragioni: 1) vogliono realmente un oggetto “simil greco-sumero” per arredare casa; 2) non vogliono perdere in status passando per stupidi; 3) non vogliono rischiare di non poter rivendere il bidone che hanno acquistato; 4) A differenza dei risparmiatori Parmalat nel Caso P ART MALAT i collezionisti sono benestanti, il fatto di aver buttato via 3000 euro non è certo la fine del mondo. 

Sul lungo periodo in questo sistema perdono tutti, perché resiste? Resiste perché senza basi critiche solide meglio la filosofia del “prendi i soldi e scappa”. Il mondo dell’arte per prosperare non necessita di qualità e pubblico vasto. Il problema nasce quando questo sistema incontra la critica, il Sig. Rossi che argomenta luci e ombre. Non a caso durante l’ultima Fiera Artissima a Luca Rossi è stato detto che NON poteva parlare…non poteva parlare. In fiera a Torino, mica in Corea del Nord. Qui il video della visita a Torino: http://lucarossilab.it/angela_live/

Ma quali soluzioni? Non solo il sistema e il linguaggio dell’arte hanno subito due crisi importanti, ma da 30 anni la critica d’arte è diventata curatela. In altre parole da 30 anni NON abbiamo nessuno che chiarisca le ragioni e le motivazioni del contemporaneo.

Questo uccide la formazione degli artisti (scuole e accademie rimaste alla guerre puniche), uccide la divulgazione (uno spazio di opportunità per interessare e appassionare un pubblico più vasto dei soli addetti ai lavori), uccide il riconoscimento dell’arte contemporanea e dell’artista (oggi completamente ignorati giuridicamente ed economicamente), uccide i valori che l’arte potrebbe trasferire alla società e alla politica (l’arte contemporanea può essere una palestra per allenare e sperimentare la nostra capacità di vedere tutto).

Dopo anni possiamo dire che gli artisti di oggi, emersi dopo il 2001, sono tendenzialmente mediocri. Nei casi migliori elaborano in modo brillante informale e arte povera e possono contare su buone pubbliche relazioni (es. la Fondazione Sandretto che sostiene Ludovica Carbotta che poi invitata alla Biennale di Venezia propone simulacri informali che derivano da 60 anni fa). Gli artisti bravi di oggi si sono dedicato ad altro 15-20 anni fa.

Il problema oggi nell’arte contemporanea italiana e internazionale non sono i singoli piatti ma sono il MENU’. Detto questo, ci sono speranze, ma se da domani riformiamo le accademie e ripensiamo la divulgazione, avremo i primi risultati fra 4-5 anni, anche solo perchè prima di formare un percorso artistico di valore e poter pretendere denaro in cambio delle opere d’arte, ci vogliono anni.

Da 2016 come Luca Rossi Lab gestiamo un’accademia via Skype ma siamo solo una goccia nel mare. Bisogna ripensare completamente la formazione degli artisti. Dare loro strumenti per leggere la contemporaneità e affrontare i nodi del nostro presente con la memoria (solo la memoria!!!) del passato. Il concetto di esperienza/non esperienza (lo vediamo in questi giorni con gli arrivi dei migranti tramite la See-Watch), il concetto di velocità, la rilevanza delle informazioni, la dittatura del “mi piace”, le sfide del clima e dell’intelligenza artificiale, mentre questi rifanno Boetti e Kounellis per vendere 4 sassi.