A inizio anni 90′ nasce la figura del curatore d’arte come “creatore di eventi” che doveva ordinare e selezionare una grande quantità di artisti, provenienti – prima volta nella storia –  anche dalla periferie del mondo. Il curatore sembra essere una premonizione sulla contemporaneità: con una grande quantità di informazioni, il valore non sta nella singola informazione ma nella nostra capacità di ordinare, selezionare e trovare le informazioni che ci servono.

Da un altro punto di vista ogni persona oggi pretende di conoscere e sapere tutto, per tanto non è più importante esprimere l’ennesima opinione quanto trovare le opinioni che veramente ci interessano. In altre parole non è più rilevante l’artista quanto il curatore che ci dice quali artisti “ci devono piacere” e “ci possono servire”. Non a caso, come ultimo baluardo di un postmoderno agonizzante, l’artista Banksy arriva sul punto di distruggere la sua opera pochi secondi dopo che l’opera era stata venduta all’asta per un milione di dollari. Non solo il contenuto dell’opera di Banksy risulta retorico e mediocre ma arriva addirittura quasi ad auto distruggersi. Paradossalmente questa operazione nichilista aumenta ulteriormente il valore dell’opera che oggi può dirsi quadruplicato. Parliamo di questo fatto per il denaro che gira attorno all’opera e non per il valore artistico dell’opera che, oltre ad essere facilmente riproducibile, è completamente irrilevante, fino alla sua distruzione. 

Il curatore d’arte, e non più l’artista, intercetta la committenza a cui risponde proponendo le soluzioni e gli artisti più in linea con le richieste. Se la Fondazione Trussardi deve creare una programmazione di qualità che gli permette al contempo di promuovere il suo brand, intessere pubbliche relazioni e ottenere sgravi fiscali, chiama Massimiliano Gioni e non uno dei tanti artisti internazionali a disposizione. Sarà Massimiliano Gioni che per creare l’evento richiesto selezionerà gli artisti e i progetti più adatti. La selezione però non è “critica d’arte” e non è neanche “divulgazione”, ossia il curatore non ci spiega bene perchè ha selezionato alcuni artisti e altri no che, in fondo, potevano starci bene lo stesso. Il comunicato stampa e le parole del curatore giustificano in modo sommario e superficiale le scelte fatte senza argomentare in modo chiaro e puntuale. Tanto più che nell’arte contemporanea trovare giustificazioni per un’opera d’arte è una cosa è facilissima: con titoli di mostre come “Fare mondi”, “Illuminazioni” o la “Grande Madre”, ogni opera d’arte infatti può essere perfettamente giustificata e selezionata. Ogni opera infatti presenta un suo mondo, è sicuramente qualcosa che ci può illuminare e allo stesso tempo è qualcosa che nasce e partorisce idee, emozioni e significati. Ogni opera può stare in qualsiasi mostra. 

Insomma nella mostra d’arte contemporanea si può giustificare tutto e il contrario di tutto. Quindi non è critica d’arte. 

Quindi la selezione del curatore, da almeno 30 anni, non ci dice quasi niente. Il critico d’arte, che potrebbe diventare anche un divulgatore, è lentamente sparito in favore della figura del curatore. L’effetto di questa cosa è oggi estremamente evidente e si poteva intuire anche nel 2009 quando con articoli su questo blog e altre riviste d’arte, argomentai concetti come “Giovani Indiana Jones” e “Ikea Evoluta”. Se oggi nel 2018 giriamo per mostre, biennali, musei e fiere internazionali, sembra infatti di essere rimasti nel secolo scorso. Questo accade perchè il collezionismo e il pubblico, abbandonati dalla critica d’arte, si rifugiano su valori consolidati che sono rappresentati dagli artisti moderni e dagli artisti emersi negli anni ’90.  

Il fenomemo più evidente è quello di gallerie e artisti che spacciano elaborazioni dell’arte moderna e del tardo ‘900 come fossero arte contemporanea. Certo, tutta l’arte realizzata oggi è contemporanea, ma dobbiamo essere in grado di fare le differenze di valore. Possiamo avere 100 torte tutte al cioccolato, ma sicuramente non tutte saranno buone nello stesso modo. 

Artisti e galleristi, proponendo una sorta di artigianato dell’arte moderna, riescono a intercettare il collezionismo di fascia bassa che non si può  permettere Boetti o Kounellis, e viene dirottato su un giovane che propone opere che rielaborano arte povera o informale. Il collezionista, abbandoanto da 30 anni dalla critica, ha già negli occhi Boetti e Kounellis e quindi molto più facilmente spenderà 3000-8000 euro per un’opera che elabora il ‘900 o comunque codici del passato. Voi direte: “se vende va tutto bene”. NO perchè quella vendita sta inquinando le vendite future dello stesso artista e di tutto il mercato contemporaneo. Senza dimenticare quanto questo meccanismo di breve periodo possa mortificare e disincentivare ancora di più la qualità sul lungo periodo: se si vendono bene elaborazioni del passato, io giovane artista cercherò di percorrere quella strada. Quindi sul lungo periodo tutto il mercato ci perde, gallerista compreso. Ecco perchè il contemporaneo oggi va male.

A livello internazionale il maestro di questa tendenza e Dan Vo che prende un chiesa cristiana rinvenuta in Vietnam e la rielabora con elementi biografici o qualsiasi altro riferimento. In questo modo il reperto archeologico che costa di base 500.000 euro automaticamente costa 800.000 euro. Come non ricordare la stessa tecnica usata da Francesco Vezzoli con i busti romani o con le star cinematografiche del passato? O le elaborazioni di Flavio Favelli provenienti da un grande mercato dell’ antiquariato collezionato negli anni? Ma mentre Vezzoli e Favelli sono sicuramente “Giovani Indiana Jones” della prima ora (fine anni ’90 inizio anni 2000), oggi nel 2018 vediamo artisti profondamente più criticabili. Infatti elaborare il passato, inizialmente, può essere un valore importante, ma se questa elaborazione continua e viene ripetuta sistematicamente, diventa subito la moda del vintage che si contrappone a quello che Giorgio Agamben definisce come “contemporaneo”. 

Ma come spiegato prima non abbiamo praticamente nessuno che ci spiega e ci argomenta la differenza tra “moda” e “contemporaneo”. Ecco che i quadri scarnificati di Nicola Samorì o le clessidre materiche di Giorgio Andreotta Calò, ci possono apparire contemporanee quando invece sono la moda, la Sindrome del Giovane Indiana Jones che scivola nell’ikea evoluta. In altre parole “pretenziose soluzioni per l’ arredamento di interni”. Un vuoto di pensiero e di idee che viene caricato facilmente con codici passatisti facilmente riconoscibili. 

Samorì ci fa vedere cosa succede nel profanare, graffiare e rovinare le riproduzioni di dipinti che potremo trovare agli Uffizi. Ma oltre ad un “brividino” nel vedere cosa succede non c’è altro. Stessa cosa dicasi per Andreotta Calò che elabora Matta Clark, Richard Long, Informale e Arte Povera. Le sue clessidre erose dal tempo sembrano lavori informali degli anni ’50…una forma di puntuale artigianato del ‘900. E anche quando usa il riflesso dell’acqua per farci fare “ohooo” , usa lo specchio come espediente poverista, come non ricordare gli specchi di Michelangelo Pistoletto? 

Rossella Biscotti più attenta ad elaborare storie e vicissitudini del passato (Mussolini, gli anni ’70 italiani); Francesco Arena che riporta le misure della storia nelle opere; Thomas Braida con quadri dal sapore antico e fantasy; Matteo Fatto con una pittura vintage che cerca fuori se stessa la stampella installativa; Gian Maria Tosatti che raccoglie la polvere dei musei o elabora Kounellis in modo evidente e plateale; Roberto Cuoghi che ci presenta una fabbrica di Cristi che sembrano erosi dal tempo; Pietro Roccasalva, anche lui dedito ad una pittura fantasy e surrealista, più a fuoco a inizio carriera quando citava De Dominicis e ci buttava fumo negli occhi con l’installazione intorno; Riccardo Baruzzi alla P420 che elabora segni informali sopra immagini pornografiche (sicuramente scaricate dalla rete tanto per far sembrare il lavoro al passo con i tempi, come se il porno non fosse esistito negli anni 50).

Salvatore Arancio con ceramiche informali e materiche; Marinella Senatore che elabora la parata di paese per essere sicura di coinvolgere qualche persona in più; Luca Trevisani ultimamente da Pinksummer a Genova con grandi serigrafie materiche dal sapore antico; Patrizio Di Massimo anche lui impegnato in un pittura con soggetti anni ’60 risolti con un piglio alla John Currin; Nicola Martini a Berlino presenta su sabbia delle pietre dal sapore pleistocenico; le cercamiche di vetro e i disegni con la bic di Diego Perrone; Ma potrei andare avanti. I “Giovani Indiana Jones” si dividono in “new arcaic” e “story story I lov yu”, i primi più attenti al dato formale, il materico, e i secondi più attenti al dato concettuale, la citazione del processo anni 70′ per intenderci. 

Insomma siamo arenati nel secolo scorso, e anche a livello internazionale la situazione non è migliore. Tanto è vero che anche nella competizione internazionale, dopo il 2001, non emergono artisti di rilievo. Questa cosa è imputabile ad artisti e galleristi solo al 30-40%, il problema vero è la totale assenza di critica e divulgazione che oltre a stimolare la scena artistica potrebbero migliorare notevolmente anche la formazione degli stessi artisti e il coinvolgimento un pubblico più ampio. La critica oggi non conviene a nessuno: non conviene al gallerista che preferisce vendere velocemente su motivazioni fumose e poco chiare. Infatti la critica d’arte potrebbe creare problemi alla vendita, meglio il silenzio e uno stato di soggezione. Non conviene all’artista che vedrebbe il suo lavoro messo in discussione in un contesto già fortemente precario; non conviene al curatore che vedrebbe messo in discussione il suo lavoro per la committenza; non conviene al collezionista che potrebbe passare per stupido, perdere in status e rischiare di non vendere più la sua opera-bidone. 

Se ci pensate il mercato dell’arte è il migliore di tutti perchè si rivolge a clienti che non protesteranno mai per non sembrare stupidi e non rischiare che l’opera acquistata si deprezzi ulteriormente. Un vero caso P ART MALAT dove le vittime, a differenza dei risparmiatori Parmalat, non protesteranno mai. Non protestano ma, nel corso del tempo, si riposizionano e NON acquistano più il contemporaneo, rifugiandosi sul moderno. Ecco quello che sta succedendo adesso: dopo anni di vendite dove i prezzi sul contemporaneo venivano gonfiati arbitrariamente, e non in ragione di un valore artistico, è naturale che il contemporaneo sia in crisi. Se ne esce solo con un critica d’arte/divulgazione vitali che possano sostenere le vendite. Ma la critica, appunto, non conviene a nessuno. Siamo in uno stallo.

Il sistema dell’arte, nazionale e internazionale, può permettersi, per 4 ragioni spiegate bene in questo video (clicca qui), di essere autoreferenziale, ossia di fare a meno della qualità dei contenuti e di un pubblico minimamente vasto. Ossia un altro modo per dire che la critica d’arte NON conviene a nessuno. 

Ma nel corso di questi 30 anni dove la critica d’arte è diventata curatela, l’arte contemporane ha attraversato due crisi, che per via della sua autoreferenzialità non ha dovuto affrontare. Ed ecco che, neanche per sbaglio, dopo il 2001 sono emersi artisti degni di nota. 

La prima crisi è stata nel 2001 e coincide simbolicamente con l’attentato alle Torri Gemelle. Una crisi della rappresentazione dove tutto sembrava fosse stato fatto, e nulla potesse più provocare e incidere. Ricordiamo che lasciamo gli anni 90′ con la mostra “Sensation” che aveva destato grande scandalo in giro per il mondo. Quelle armi lì dopo il 2001 diventano spuntate. 

La seconda crisi è stata nel 2008-2009 con l’emergere dei social network, non solo “tutto era stato fatto” ma tutti facevano tutto e lo comunicavano a tutti. 

L’arte contemporanea ha potuto, e può, fare a meno di affrontare queste due crisi e tende ad arroccarsi in musei, fiere, fondazioni e biennali. Questi luoghi invece di promuovere e valorizzare l’arte del nostro tempo sembrano diventati fortini che devono difendere opere anacronistiche da un presente molto più incidente. Non a caso girando per questi luoghi sembra di essere rimasti agli anni 90′ e le cose migliori che vediamo sono proprio queli valori “originali” del moderno e degli anni ’90. 

Il mondo, fuori dal sistema dell’arte, ha invece dovuto affrontare e superare queste due crisi. Progetti come Facebook, Apple, Amazon o Google, hanno radici creative molto forti e segnano il passaggio dal post-moderno all’alter-moderno. Mentre il sistema dell’arte è arenato nel post-moderno e si trastulla con le elaborazioni del secolo scorso (ikea evoluta), il mondo, sottoposto alle leggi della qualità, del consenso e del pubblico, è evoluto veramente. Questi progetti hanno caratteristiche comuni che l’arte non sa cogliere anche se potrebbe farlo, ma non essendoci una critica d’arte vitale va bene così. Si tende a sopravvivere e a galleggiare, semmai con mostre di curatori inaspettati che mischiano antico, moderno e contemporaneo. Penso alla mostra sul Barocco alla Fondazione Prada o a Maurizio Cattelan che cura una mostra per Gucci in Cina. Uno stato di agonia dove sempre di più la moda chiede all’arte la sua nobilità e l’arte prende dalla moda la sua popolarità. 

Per uscire da queste secche serve quindi la critica d’arte e una divulgazione capace. Se abbiamo qualità e pubblico tutto il resto arriverà da solo. Peccato che il sistema a livello nazionale, quanto internazionale, abbia creato le condizioni per fare a meno di evolversi. Bisogna pregare che il collezionismo non si stanchi e continui ad acquistare opere che scimmiottano il moderno spacciate come contemporanee; bisogna pregare che il denaro pubblico continui ad arrivare senza avere standard di qualità. Per il resto fondazioni e agenti pubblicitari potranno usare l’arte come volano per fare pubblicità e ottenere sgravi fiscali.