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(dettaglio) pittura acrilica su tela, dimensioni variabili, 2018. 

APPUNTI: 

Ho partecipato al secondo Forum dell’Arte contemporanea che si è tenuto al Museo Mambo di Bologna. Dopo il primo forum del 2015, questo forum è stato un momento importante, qualcuno ha detto storico, per fare comunità, e trovare quel peso sociale necessario in ogni democrazia per poter reclamare diritti verso il potere politico. Infatti in italia lo status di artista non sembra essere riconosciuto dal punto di vista economico e istituzionale. Non esistono compensi certi, non esiste alcuna regolamentazione. E questo già la dice lunga su come questa precarietà possa influire pesantemente sulla qualità prodotta. 

Oggi l’arte è molto importante per una società perchè è l’unico ponte con il nostro inconscio, oltre all’ipnosi e agli errori che accadono nella vita. Per tanto ci permette di muoverci al meglio nell’unico spazio politico rimasto, ossia la nostra “dimensione privata”. Gli Stati Moderni infatti possono realizzare solo politiche di galleggiamento che sul medio-lungo periodo annullano ogni tentativo di cambiamento. La decisione che possiamo prendere, nella nostra dimensione privata, vale 10-20 volte quella di un capo di stato. L’arte dovrebbe essere una pelestra importante per allenare la nostra capacità di vedere. Bruno Munari diceva “saper vedere per saper progettare”.  

Durante il primo forum, al Museo Pecci di Prato nel 2015, le 1000-1500 persone intervenute erano riuscite ad ottenere la nascita dell’Italian Council, ossia una serie di bandi – per circa 3 milioni di euro – finalizzati a produrre opere d’arte che poi saranno conservate dallo stato italiano. 1000-1500 persone valgono 3 milioni di euro. Un passo importante che però rischia di essere, da una parte, una forma di assitenzialismo fine a se stesso (dopo il finanzialmento che si fa? ) e, dall’altro lato, un boomerang che rischia di cristallizare pecorsi artistici deboli. E questa debolezza è il vero poblema che affligge la scena artistica nazionale e internazionale.

Se guadiamo a musei, fiere e biennali, negli ultimi vent’anni,  le cose migliori derivano dal secolo scorso e da almeno trent’anni fà.  Siamo arenati nel secolo scorso. Se l’artista chiede riconoscimento e denaro deve produrre un valore. Inteso come un’opera che possa arricchire una comunità di persone, possibilmente diverse dagli stessi addetti ai lavori. L’artista deve essere specializzato (skill) nel creare questo valore mentre gallerie, musei e mostre devono essere trampolini per promuovere questo valore e non  fortini per difendersi da un presente ben più incidente. 

Ma chi certifica la qualità in un sistema dell’arte dove la critica d’arte è sparita da 30 anni in favore dei curatori d’arte?

I curatori oggi sono “selezionatori di artisti” e sostengono le loro scelte ma non argomentano luci e ombre, non fanno critica, non spiegano perchè l’opera A ha valore e l’opera B no; sono come “artisti zoppi” perchè la mostra a differenza di un film non è un’opera unitaria, e quindi selezionando opere deboli il rischio è quello di un vuoto mascherato da pieno. 

Il 97% dell’arte prodotta dopo il 2001 rappresenta una forma di artigianato dell’arte moderna e contemporanea realizzata nel Novecento. Potremo parlare appunto di modernariato del Novecento. 

Nulla di male, basta però esserne consapevoli. Gli artisti giovani e meno giovani, spesso usciti da accademie rimaste alla guerre puniche, tendono a elaborare il passato e l’arte povera (Sindrome del Giovane Indiana Jones); in questo modo vanno incontro ad un collezionismo e ad un “paese per vecchi”; una domanda che vede collezionisti che hanno già negli occhi Boetti o Kounellis e che quindi apprezzano, e così compreranno,  qualcosa che assomiglia a Boetti o Kounellis (la “sorpresa famigliare”). Ho chiamato questo artigianato del Novecento ikea evoluta (cit. 2009): nulla di male, ancora, ma qualcosa di molto diverso da quello che dovrebbe essere l’arte contemporanea e la ricerca contemporanea. L’ikea evoluta, per esempio, tende ad essere una forma di interior design; per quale motivo lo stato dovrebbe riconoscere i designer e dare loro uno stipendio fisso o creare addirittura un sindacato? Soprattutto oggi, dove chiunque di noi potrebbe fotografare, modificare, e stampare facilmente un contenuto completamente personalizzato. E senza una critica d’arte militante come possiamo fare le differenze tra questo contenuto e una foto di Luigi Ghirri?  

L’ikea evoluta forse c’è sempre stata ma oggi assume un peso molto maggiore dopo le crisi del 2001 e del 2009. L’opera come contenuto tende ad assumere un valore e una rilevanza minore perchè negli ultimi 10 anni siamo tutti produttori potenziali di contenuti. Questa consapevolezza latente dovrebbe stimolare gli artisti, comunemente intesi, ad una nuova consapevolezza. Fuori dai musei vediamo che il valore, l’idea di bellezza, è in forme che cercano di gestire e ordinare i contenuti invece che nel contenuto stesso, come poteva accadere nel moderno, nel postmoderno e nell’antichità. 

Il collezionismo nostrano, e non solo, cerca la “sorpresa famigliare” perchè non c’è critica per affinare il gusto del collezionista che quindi sceglie e riconosce quello che ha già negli occhi. Ecco le elaborazioni dei più giovani partendo da arte povera, espressionismo e informale. 

Per tanto, come dissi anche a Prato nel 2015, il primo problema è ripensare completamente la formazione degli artisti, dei critici, dei curatori e dei galleristi. Vedo le accademie come spine dorsali per ogni altro ambito universitario e non come “riserve indiane” completamente distaccate dalla realtà. Su questo versante gestiamo come Luca Rossi Lab un’accademia via Skype. La capacità di vedere presiede ogni altra disciplina umana e se guardiamo le cose migliori della vita ci sono altissime dosi di creatività e artisticità.  

Vi starete chiedendo come fa il collezionista o il visitatore ad apprezzare forme d’arte più sofisticate?

Innanzitutto con il lavoro della critica d’arte militante, oggi completamente assente in un sistema dove tutti devono andare d’accordo con tutti. E dove ogni contenuto prodotto tende a elidere gli altri mettendo tutto sullo stesso piano. Questo accade anche se nella vita di ogni giorno facciamo in continuazione scelte di valore; per tanto dovrebbero esistere scale valoriali anche dentro il mondo dell’arte. 

Il secondo modo per avere un PUBBLICO VERO, che possa apprezzare forme d’arte più corrispondenti al nostro tempo, è la divulgazione “fatta bene”. Ossia NON EDUCARE ma creare spazi di opportunità affinchè un pubblico vero possa appassionarsi e interessarsi. Stiamo riscontrando ottimi risultati con il progetto “Albero Angela”. Presto usciranno due video, uno girato al Macro di Roma e uno ad Artissima a Torino. 

Nel momento in cui avremo artisti bravi, un pubblico vero e una critica vitale, il sistema produrrà QUALITA’, e quindi VALORE. Un pubblico più ampio, e non formato in massima parte da addetti ai lavori, turisti e curiosi, permetterà di essere ascoltati dal potete politico, ottenendo così il riconoscimento e le richieste degli artisti. Chiedere oggi assistenzialismo, sindacati, sostegno, stipendi fissi, quando non esiste un valore rilevante creato dagli artisti, non ha senso. E’ comprensibile che la categoria cerchi di difendersi facendo finta di niente.

Inoltre l’Italian Council, pur essendo un passo importante del fourm 2015, sembra una forma di assitenzialismo che puo aiutare pochissimi artisti (solo 27 artisti in 3 anni). Pensiamo di aver aiutato 27 avvocati o 27 muratori in tre anni. Nulla. 

Ricapitolando:

1) riformare le scuole d’arte con programmi che sappiamo leggere e gestire la contemporaneità (questo non significa adeguarli alle dinamiche becere e commerciali del contemporaneo, ma sviluppare una consapevolezza rispetto al nostro presente).

2) organizzare un modo inedito ed efficace di fare divulgazione (questo oggi avviene per esempio nelle fiere, per aiutare la vendita, ma sempre su persone già interessate al contemporaneo, e spesso su collezionisti che sono da considerasi come addetti ai lavori; avviene nei musei ma secondo format e linguaggi “scolastici” che disincentivano il pubblico). 

Gian Marco Montesano dice che oggi l’artista deve essere inattuale, forse facendo riferimento alla teoria di Giorgio Agamben che contrappone la MODA al CONTEMPORANEO. E quindi l’arte contemporanea deve mantenere uno sfasamento con il proprio tempo diversamente diventa “moda”. Oggi per esempio c’è la moda del vintage che coinvolge, oltre all’abbigliamento o l’arredamento (lo stile shabby per esempio), anche l’arte contemporanea. Quest’arte inganna perchè potrebbe sembrare inattuale quando invece è profondamente attuale, ossia è la MODA. Ecco giovani artisti che riprendono l’informale, l’arte povera, l’espressionismo astratto, o qualche artista emerso negli anni Novanta. Costoro sono artigiani dell’arte moderna e contemporanea, non sono artisti contemporanei.  Se non capiamo bene questa distinzione il forum dell’arte contemporanea rischia di costruire le sue fondamenta su una palude. 

L’artista contemporaneo come DJ che remixa il Novecento poteva andare bene a cavallo degli anni 2000, oggi è diventata una forma di moda rassicurante che nel corso degli anni ha disincentivato e mortificato ogni forma di ricerca contemporanea

Per via di 4 motivi ben precisi il mondo dell’arte da 30 anni può permettersi di essere autoreferenziale, ossia non avere bisogno di pubblico e qualità. Spieghiamo i motivi qui > https://youtu.be/bAQn0Syyf8Q

Questo non ha permesso al mondo dell’arte di affrontare e superare due crisi: la prima del 2001 che potremo semplificare con “tutto è stato fatto” e la seconda del 2009 “tutto è stato fatto e tutti possono fare tutto e condividerlo con tutti”. Questa incapacità e “non necessità” di affrontare le due crisi, fa sì che non riusciamo a uscire dal postmoderno (che inizia 45 anni fa dopo il moderno nel 1973 circa). Per questo se giriamo per fiere, musei e biennali le cose migliori derivano, o citano, opere e artisti legati al Novecento. 

In questa fase di transizione per creare opere di valore sono rimaste tre vie al di là dei valori moderni e di alcuni artisti emersi negli anni Novanta. La terza via è una certa pittura, la seconda via è la post-verità (quello che ha fatto Damien Hirst a Venezia nel 2017 o Mike Nelson nel 2018 alle OGR di Torino) e la prima via è quella altermoderna. 

La via migliore è quella altermoderna che affronta in modo diretto i problemi della contemporaneità: incapacità di fare le differenze critiche tra i contenuti, sovra produzione di opere e artisti, bolle acritiche dove vige la dittatura del Mi Piace, esperienza/NON esperienza delle cose, ecc. ecc. 

Da alcuni esperimenti sul campo, il progetto “Alberto Angela” (Arte Fiera 2017, Bocs Arte 2018, Macro 2018, Artissima 2018) riesce a contenere tutti gli aspetti di questo articolo. Con un certo linguaggio e una certa retorica si argomentano le problematicità, si raccontano i passaggi storici, si delineano soluzioni e vie alternative. Si argomenta, anche a costo di fallire, l’idea di valore. Si ricerca  un valore oggettivo dell’opera, senza – fortunatamente – raggiungerlo mai. E’ in questo percorso, in questa tensione, che diventa subito evidente il valore che potrebbe avere l’arte contemporanea. 

 >>> RICHIEDI LA RIVISTA “CRITICA” >>> http://lucarossilab.it/critica/