Un’opera dell’artista Banksy si autodistrugge appena è stata aggiudicata ad un’asta londinese per un milione di dollari. C’era un meccanismo nella cornice che lo stesso artista ha modificato tempo prima proprio nell’eventualità che l’opera fosse andata all’asta. 

Molti gridano al genio. Banksy è un’artista che deve al sua fama ad interventi inaspettati su i muri di molte città, interventi che criticano la società e il mondo in cui viviamo. L’artista è inoltre molto critico verso la commercializzazione del suo lavoro che, comunque, avviene molto bene (!). L’artista tra il 2014 e il 2016 è stato tra i 100 artisti al mondo che hanno venduto di più. Insieme agli italiani Stingel, Castellani, Cattelan e Pistoletto. Ma il problema non è il mercato in cui siamo tutti immersi e da cui tutti traiamo tutti benefici, quanto una sua completa deregolamentazione e dipendenza dalle case d’asta. 

Ma in realtà l’opera di Banksy non si è autodistrutta, anzi: il taglio dell’opera, rimasta a metà nella cornice, è parziale, come se il palloncino della bambina invece di volare via fosse imploso. Inoltre la cornice, con il suo meccanimso interno, rimane parte integrante e importante dell’opera. Non solo l’opera passerà probabilmente da 1 a 3 milioni di dollari ma tutte le opere dell’artista aumenteranno automaticamente di valore. Non male per uno che dice di combattere contro il sistema.  

Le case d’aste, come quella che ha ospitato questa operazione dell’artista, controllano il 98% del mercato dell’arte. Sono come della Banche Centrali che possono letteralmente stampare moneta, trasformando qualsiasi cosa in denaro. Se si vuole criticare qualcosa bisogna, al limite, combattere questa deregolamentazione non sfruttarla a proprio vantaggio. Le aste londinesi non stavano andando benissimo, l’operazione di Banksy permetterà sicuramente di stampare molto più denaro. 

Ma c’è ancora qualcosa che non torna. 

Come già succeso anche nel recente documentario su Maurizio Cattelan, sembra che il valore dell’opera dipenda oggi solo dal prezzo che qualcuno è disposto a pagare. L’unico parametro è questo, come se potessimo giudicare un buon vino solo dal suo prezzo. Assurdo. Cosa ancora più assurda nel campo dell’arte, perche se io sono un amico di Banksy e dispongo di un milione di euro vado all’asta e porto l’opera a costare un milione di euro (dalla base d’asta di 300.000 euro). Se a casa ho altre 10 opere del mio amico Banksy avrò automaticamente un valore che passa da 3 milioni di euro a 10 milioni di euro. Ossia investendo un solo milione guadagno subito 6 milioni di euro. Trovatemi un investimento che porta a guadagnare così velocemente il 600 % del mio investimento iniziale. Ecco perchè è quanto meno ingenuo, se non stupido, basarsi sul prezzo per valutare il valore di un’opera d’arte. 

Ma in una società e in un mondo veloci, che non hanno tempo per fermarsi, la cosa più veloce per dimostrare la qualità di un artista è il prezzo che riesce a raggiungere durante le aste. Ma il prezzo per cosa? Per guadagnare denaro. Per fare cosa? Per vivere bene, fare viaggi, avere auto grandi, non lavorare, e sperare di essere così più felici. Questo senza rendersi conto che l’arte contemporanea, quando di qualità, permette di “allenare gli occhi” ad essere felici a costo zero. Infatti nel momento in cui esiste un rapporto sano tra artisti, critica e pubblico, l’arte può diventare una palestra e un laboratorio per allenare la nostra capacità di vedere. Ossia di fare le scelte migliori per la nostra vita. Preferireste avere adesso un Mercedes o la certezza di fare le scelte migliori nella vostra vita? Io penso la seconda. 

Se infatti guardiamo l’opera protagonista dell’operazione finto-iconosclasta di Bansky, troviamo una retorica vuota e strisciante, anche meno pungente di altre opere dell’artista. Inoltre le sue opere nascono inaspettatamente su i muri delle città, stamparle su un foglio le impoverisce fortemente. Stamparle contraddice la natura più autentica e significativa di Banksy stesso.

Ma torniamo a quella che sarebbe l’opera parzialmente rovinata: “la bambina che perde dalla manina un palloncino a forma di cuore, forse per via di un mondo brutto e cattivo”. Una riflessione che dire banale ed elementare è dire poco. E che sembra riprendere le icone pop che Andy Warhol sceglieva negli anni ’60. 

La verve critica di Banksy non consisera per esempio che stiamo vivendo, negli anni 2000, il migliore mondo che abbia mai conosciuto l’umanità come livelli di benessere e liberà a livello globale. Lo stesso mondo “cattivo” che permette a Banksy di esprimere liberamente le sue “critiche” e di arricchirsi sempre di più. Se fossimo a fine ‘800 Bansky sarebbe già stato imprigionato se non peggio. Se fossimo in un’epoca ancora precedente forse avrebbe fatto una fine ancora peggiore. Non viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma sicuramente nel migliore dei mondi mai esistiti. Ecco che gli artisti “criticoni della società” senza una visione approfondita e informata, sono fortemente criticabili e perdono già in partenza. 

Banksy, da buon postmoderno, elabora e remixa in chiave pop il moderno. Potrebbe essere considerato l’ennesimo nipotino anni ’90 di Andy Warhol. Il vero problema infatti non è Banksy ma il fatto che il sistema dell’arte non ha le capacità e l’intenzione di andare oltre gli anni ’90. In altre parole passare dal periodo postmoderno a quello altermodenrno che è già in atto nel nostro presente. 

Il postmoderno, e tutta l’arte pop di cui Banksy è debitore, vivono di messaggi semplici, provocazione, colori e seguito mediatico. Ma queste opere faticano sempre di più a competere con un presente ben più incidente. Per questo serve tutta l’abilità delle case d’asta per mantenere i prezzi, come fossero titoli azionari di cui gonfiare arbitrariamente il valore (Caso P-ART-MALAT). Non si acquista tanto l’opera di Banksy (che tutti a casa possiamo riprodurre) quanto il suo certificato di autenticità che certifica che un certo oggetto vale un milione di dollari. Stampare moneta è un’occasione troppo ghiotta per pensare che non esista un sistema che lavori per mantenere un certo mercato. 

Ma allora dove sta oggi il vero valore dell’opera d’arte? Cosa è bello oggi? Cosa potrebbe essere considerato la Cappella Sistina del nostro tempo? 

Siamo in una fase di transizione e stiamo entrando in una nuova fase dopo quella moderna (fine ‘800-1973 circa) e quella postmoderna (dal 1973). 

L’inizio di una nuova fase si percepisce già nel 1989 quando la rottura dei blocchi della guerra fredda porta una crescita esponenziale degli artisti. Ecco che emerge la figura del curatore e sparisce quella del critico. Il curaore deve ordinare il caos, selezionare gli artisti e rispondere al meglio alla committenza (ossia: mercato, fondazioni, musei pubblici, arte come spot pubblicitari). Nel 2001 dopo l’evento significativo delle Torri Gemelle la rappresentazione artistica entra in crisi perchè “tutto sembra essere stato fatto”, nulla può più provocare. Nel 2009 si inzia a capire che, non solo tutto è stato fatto, ma tutti possono fare tutto e comunicarlo a tutti. Il principio innovatore del moderno o il remix originale del postmoderno non possono più incidere in un mondo in cui tutti sono praticamente artisti e creatori giornalieri di contenuti. Nel selfie si verifica una fusione-confusione significativa: l’autore diventa oggetto ma anche primo spettatore della sua fotografia. Possiamo capire facilmente che il pubblico, come lo conoscevamo non esiste più, e sono già in atto definizioni di opera, artista e museo completamente nuove. 

L’opera di Banksy invece è irrimediabilmete ferma agli anni ’90 del ‘900. Una veloce e ficcante provocazione, giocata dissacrando quello che è rimasto l’unico valore, l’unica zattera, a cui l’opera si può aggrappare: il prezzo

Davanti a questa crisi evidente del postmoderno, il sistema dell’arte internazionale può permettersi di fare finta di niente per le seguenti ragioni: 

1) un mercato dove pochi collezionisti insieme alla case d’asta stampano moneta.

2) Le Fondazione che fanno programmi di mostre per avere sgravi fiscali.

3) I musei pubblici che consumano denaro pubblico senza doversi preoccupare della qualità. 

4) Istituzioni pubbliche e private che usano l’arte contemporanea per fare spot pubbliciari sofisticati (Fondazione Prada) o riqualificare quartieri con un museo per poi rivendere gli appartamenti al quadruplo (Pirelli a Milano). 

Per queste 4 ragioni a nessuno preme lontanamente rilevare la crisi globale dell’arte contemporanea, e, tanto meno, favorire l’aumento del pubblico che oggi coincide sostanzialmente con i soliti addetti ai lavori. Perchè non serve coinvolgere altri. 

Da quasi 10 anni con il progetto “Luca Rossi” stiamo invece risolvendo questa fase di transizione in tre modi: 

1) Stimolando un confronto critico che possa contrastare la politica del tutto può andare, tipica della crisi del postmoderno. Qui potete seguire e ricevere la rivista critica >>> http://lucarossilab.it/critica/

2) Sviluppando numerosi progetti che, dalla pizze da Massimo De Carlo fino a progetti come Scroll Down, Thermal Refuge, Smach 2017, 7800 e Yellow, possono essere considerati altermoderni. 

3) Sviluppando progetti di divulgazione per interessare e appassionare un pubblico più vasto che possa capire e contrastare le degenerazioni del postmoderno >>> Qui più informazioni 

Tutto questo semplicemente perchè l’arte contemporanea può rappresentare una sorta di “reddito” che può arricchire la nostra vita quotidiana. Ci può aiutare a fare i muscoli degli occhi, e a vedere quello che nella vita, come nell’opera d’arte, sfugge all’occhio (Arthur Danto). Questa forma di fitness può trasferire molta più ricchezza dei prezzi che può raggiungere un’opera d’arte. Questo perchè l’allenamento dell’arte contemporanea agisce sulla qualità del nostro tempo, vera risorsa scarsa. Mentre il denaro, guadagnato speculando su un’opera d’arte, rischia di essere come denaro che non ha tempo di essere speso.