Ma chi sono gli artisti che il curatore Milovan Farronato ha invitato al Padiglione Italia nell’ambito della Biennale di Venezia 2019? 

Liliana Moro 

Classe 1961 propone opere d’arte che potremo definire “punk poetiche” con soluzioni formali sempre differenti.  Un lavoro che trovo evanescente e poco incidente, seppure spesso giocato con poche scelte precise. E un certo eclettismo. A mio parere sopravvalutata; si percepisce una certa sensibilità ma che si diluisce troppo in scelte eccessivamente eclettiche. Scollegate. Anche se consapevole, sfocia anche lei nel “tutto può andare”. Veramente poco a fuoco. 

Flo, Vi, Ru, 2009
(Orange hand-blown glass, 3 pieces)
diametro cm 45 ogni pezzo, altezza variabile
Galleria Emy Fontana, Milano
Foto: Roberto Marossi
Courtesy: Galleria Emi Fontana, Milano

Enrico David

Classe 1966, vive da sempre a Londra. Estremamente scolastico con un formalismo eccessivo, ultimamente derive tra il figurativo e il neo-informale. Ultimamente anche lui rifugiato in un neo-primitivismo dal sapore GLAM-sciamanico. D’altronde la Sindrome del Giovane Indiana Jones (in questo caso più new arcaic) è un modo sicuro per caricare l’opera di fascino facendo semplicemente sponda su atmosfere ed estetiche del passato. Una tipologia di arte di cui il mercato è goloso potendo più facilmente trasformare questi “amuleti esotici” in denaro. In altre parole il processo che ho chiamato IKEA EVOLUTA che in questo caso assume anche un certo esotismo. Molto affascinante per un collezionismo che in questo modo si sente sofisticato e che deve soprattutto arredare casa, fare bella figura con gli amici il sabato sera e sperare, un domani, in una crescita delle quotazioni. 

 

 Veduta della mostra di Enrico David da Blum & Poe nel 2018

Chiara Fumai

Artista nata nel 1978 e recentemente scomparsa.  Partecipa anche a Documenta nel 2012 con un padiglione dove intreccia immaginari da donna barbuta, femminismo spicciolo, B-movie e film horror. Ultimamente si ferma solo sul femminismo, portando avanti una battaglia fuori tempo massimo, dove la semplificazione rende tutto banale e non restituisce la reale complessità delle cose. Pratiche performative irrimediabilmente arenate negli anni ’70 dove si attualizza la necessità dello sterminio del genere maschile in favore di quello femminile (ci auguriamo come genere trasversale a uomini e donne, anche se detta così sembra qualcosa di discutibile, qui un video dell’artista). Anche in questo caso una forma di artigianato degli anni ’70 (ancora la Sindrome del Giovane Indiana Jones) che parla del presente tramite comode citazioni e riflessioni del passato. Naturalmente tutto può essere, tutto può far riflettere volendo, ma questo “tutto” non riesce certo a fermare la nostra contemporaneità fuori da certi gabbie stereotipate e già percorse in passato.  Mentre l’arte contemporanea dovrebbe fare esattamente questo, diversamente siamo davanti ad una semplice elaborazione del ‘900 che va benissimo ma è altra cosa. 

Ma è più artista il curatore Milovan Farronato che porta la sua playlist, come un DJ esperto, o il singolo artista? E quale rapporto tra l’artista e una moltitudine di altri artisti similari che affollano la Biennale di Venezia e gli altri padiglioni nazionali? E quale rapporto tra l’artista e una moltitudine di spettatori che ormai realizzano contenuti “artistici” ogni giorno? 

Il curatore d’arte non è come un regista perchè non crea, con gli artisti, un’opera unitaria ma affianca opere altrui.  Opere ormai debolissime e spuntate rispetto al nostro presente. Se un “artista zoppo” seleziona opere deboli il risultato sarà un vuoto sostanziale. Che insieme ad altre centinaia di opere simili sarà un vuoto mascherato da pieno. Una concezione dell’arte come utile soprammobile per una riflessione veloce tra un aperitivo, una festa e il reddito di cittadinanza.

Musei, padiglioni, biennali e fiere non riescono e forse non possono fermare una diversa definizione di opera, artista e museo. Una fase di transizione che dal post-moderno inoltrato ci sta portando nell’altermoderno. Progetti come Facebook, Google, Amazon o Apple sono Altermoderni. Qui potete approfondire e partecipare ad alcuni momenti dal vivo

Le critiche sono sempre le stesse perché i problemi sono sempre gli stessi. Questo può succedere perché il sistema dell’arte è completamente autoreferenziale e basato su quattro leve:

1) denaro pubblico che arriva a prescindere dalla qualità del lavoro

2) un mercato deregolamentato per poter stampare moneta

3) sgravi fiscali di cui possono godere le fondazioni se fanno mostre eccetera

4) eventi artistici come spot pubblicitari per lo sponsor di turno  

Se ci pensate tutte cose in cui pochi possono decidere e in cui il cronfronto critico non conviene a nessuno. Una noia mortale. Come a dire che nell’arte contemporanea è meglio seguire chi ha pochi follower e argomenta ragionamenti sensati. 

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