Nel 2008 una ricerca di una nota giornalista internazionale dimostrava come anche i migliori Master in Fine Arts internazionali non potessero più garantire al giovane artista alcuna carriera futura. Tanto da battezzare questi MFA Mother Fucking Artist, l’ennesimo artista del ca**o.
 
Se nel 2001 la rappresentazione sembrava satura, nel 2009 capiamo che non solo tutto è stato fatto, e non fa più effetto, ma tutti possono fare tutto. Ognuno di noi è un network che partecipa in modo bulimico ad una continua produzione di immagini, opinioni, video e testi.
 
Gilles Deleuze diceva che non abbiamo bisogno di esprimerci, lo facciamo fin troppo, abbiamo invece bisogno di interstizi di solitudine e silenzio per dire finalmente qualcosa di VERO. I social network ci permettono di esprimere ogni secondo la nostra VERITA’. Una verità che si aggiunge ad altri milioni di verità in un calderone dove è impossibile fare le differenze. Per di più ci sono anche le FAKE NEWS che complicano ulteriormente le cose.
 
Solitamente consideriamo VERO ciò di cui abbiamo fatto esperienza diretta. L’unica esperienza che possiamo considerare vera è che abbiamo in mano il nostro smartphone; la verità è che su quello che ci vediamo dentro non possiamo dire nulla di certo. Vi suggerisco una visita alla mostra YELLOW, potete vederla rimanendo immobili dove siete (clicca qui per vedere la mostra) . Per tanto possiamo dire che almeno le tre opere in mostra sono VERE.
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Se l’epoca moderna (da van gogh al 1973) chiedeva il principio innovatore e il postmoderno il remix originale, il periodo che stiamo vivendo richiede una consapevolezza tra progetto, intenzioni e contesto. Questo anche nella vita, ecco che la buona arte contemporanea (valori del ‘900 + altermoderno) è come una palestra e laboratorio per allenare e sperimentare la nostra capacità di vedere. Intesa come sentire a 360 gradi. 
I giovani artisti che escono dalla accademie italiane (brera, urbino, iuav, naba, ecc. ecc.) si assomigliano tutti e per reagire alla crisi del 2001 e del 2009 assumono posture rigide e nostalgiche. Chi si affida ad un concettualismo cool cadendo nell’ikea evoluta, chi si aggrappa al reperto archeologico (sindrome del giovane indiana jones) e chi si difende dietro la pittura, con esiti migliori dei precedenti, ma cadendo in un prevedibile artigianato della transavanguardia.
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Ma soprattutto, questi artisti per sopravvivere dovrebbero guadagnare almeno 20-30-40 mila euro all’anno con partita iva. Questo mercato non c’è in Italia. Spesso iscritti alla Nonni Genitori Foundation giovani artisti e giovani curatori vengono parcheggiati nelle accademie tra il tentativo di crearsi una professione e quello di allenarsi per fare tutt’altro. Scuole e accademie d’arte andrebbero infatti riformate profondamente per evitare di continuare a vendere illusioni e delusioni. 
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Chi si pone l’obiettivo di fare oggi l’artista ha già le gambe tagliate, perchè la contemporaneità richiede una consapevolezza rispetto una sovra produzione di opere e contenuti in cui tutti siamo produttori bulimici. Davanti a questo calderone, fatto di cose poste tutto sullo stesso piano, chi si pone il problema di “fare l’artista” deve necessariamente prenderne atto, davanti all’ammucchiata delle opere e dei contenuti è necessario fermarsi ed eventualmente fare un passo indietro. Questo non significa “non fare” ma fare diversamente. Agire appunto secondo consapevolezza. Ci sono strade più o meno interessanti e valorose: 
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Quello che fanno tutti: procedere difesi da luoghi e pubbliche relazioni. Ma la cosa rischia di prolungare un’agonia fino ad un punto in cui è difficile tornare indietro.
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La via altermoderna: stimolare un confronto critico per fare le differenze tra le cose; trovare modalità e criteri di gestione dei contenuti piuttosto che crearne altri; lavorare su una natura complessa dell’opera tra oggetto, esperienza mediata, immaginazione ed esperienza diretta. In questo senso il curatore può essere considerato altermonderno come ordinatore del caos. Peccato che risulti essere una sorta di artista zoppo che seleziona opere deboli per una mostra finale che, a differenza di un film, per esempio, non è un’opera unitaria. Ed ecco che l’opera non esiste (la mostra non è opera e si affiancano opere non incidenti), e assitiamo ad un vuoto mascherato da pieno.  Inoltre il curatore che tende ad essere sempre di più influencer tende ad intercettare la committenza e a porsi in una competizione dominante con l’artista. Google, Amazon, Facebook sono progetti altermoderni che hanno superato totalmente il museo per confrontarsi nella vita con il mercato e la creatività.
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La post-verità. Ossia competere efficacemente con un calderone di verità che rendono ogni nuova verità irrisoria e mimetizzata. 
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Una certa pittura. Il limite della tela costringe a consapevolezza. L’opera non può raccontarci quello che non è. Spesso si rischia di scivolare nella sindrome del giovane indiana jones, ma la cosa è meno grave perchè una manifesta e consapevole artigianalità salva l’artista da una forma pretenziosa e fastidiosa di ikea evoluta. 
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Le ultime tre vie sono l’unica soluzione per parlare di arte contemporanea e non di MODA, secondo la definizione di Giorgio Agamben. Il giovane artista, e non solo, per tentare di cavalcare il mercato, deve proporre qualcosa che il collezionista ha già negli occhi, ed ecco il reperto archeologico, l’omologazione posticcia ad un linguaggio internazionale (ikea evoluta) e lo scopiazzare i maestri moderni. “Non puoi permetterti Kounellis? Ti propongo un giovane che scimmiotta Kounellie e con 5000 euro te la cavi”. 
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Nicola Samorì che scarnifica e buca quadri antichi coincide con la moda del vintage e dei jeans che compriamo già bucati. Nel caso dei dipinti facciamo un piccolo sussulto (la trasgressione per quello che al museo non si può fare), ma siamo dentro una forma di modernariato modaiolo, nulla di più. Utile ikea evoluta, per arredare la casa al mare. Ma il contemporaneo è altro. 
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Con Luca Rossi Lab teniamo un’accademia via skype su questo (lucarossicampus@gmail.com).