Manifesta 12 a Palermo, oltre a rimanere fuori dai radar dei principali media nazionali e internazionali, è una mostra di arte contemporanea da scoprire per le vie e per i palazzi di Palermo. L’ennesimo “luna park per adulti” che interessa soprattutto gli addetti ai lavori come momento di autolegittimazione e pubbliche relazioni. 

.
Le opere d’arte appaiono del tutto intercambiabili, accessorie, e marginali. Decori, solo un pochino eccentrici, per giustificare la visita al palazzo storico o l’aperitivo folkloristico. In un’epoca in cui chiunque armato di smarthome può realizzare contenuti, l’artista dovrebbe quanto meno porsi il problema se partecipare o meno a questa forma di inquinamento, dove tutto appare mimetizzato e posto sul medesimo piano. L’artista, comunemente inteso, dovrebbe porsi il problema non tanto sul “cosa” proporre, ma sul “come” partecipare. 
.
Se poi cerchiamo di approfondire le singole opere nulla appare realmente incidente se non come forma di decoro da interni o urbano. Se poi le installazioni si pongono temi politici e impegnati sembra subito un modo per consolare le nostre coscienze di occidentali. Problemi di strettissima attualità, come le grandi migrazioni, risultano oggi troppo complessi per evitare che l’artista li possa affrontare senza cadere in una prevedibile retorica. Molto spesso i contenuti proposti in queste grandi rassegne internazionali non riescono a coprire l’ambizione dei loro titoli altisosnanti. Uno dei titoli principali, pensate, è “Il Giardino planetario. Coltivare la coesistenza”…
.
In questo marasma di opere, mostre, feste ed eventi collaterali, le uniche cose che emergono sembrano essere le opere che vengono fotografate su i social dagli stessi addetti ai lavori. Come piccoli influencers il giornalista, il PR, il curatore d’arte in visita a Manifesta, fotografano “quello che gli è piaciuto di più” senza rendersi conto di contribuire ulteriormente ad una produzione indiscriminata di contenuti che, uniti ad altre migliaia, contribuisce ulteriormente all’appiattimento e alla banalizzazione generale. Succede quello che aveva profetizzato Andy Warhol, non solo i 15 minuti di celebrità che ormai non si negano a nessuno, ma l’immagine di Marlyn, icona di questa celebrità posticcia, viene reiterata fino ad essere solo superficie destinata a perdersi in un vuoto di senso e significato. 
.
Il paradosso è come nonostante l’arte e la creatività siano al centro delle nostre vite, gli artisti, assoggettati ad un sistema di consenso e di mercato, non siano in grado di renderlo evidente attraverso le loro opere. Tanto da assistere alla contraddizione che là dove cerchiamo l’arte troviamo un decoro accessorio e marginale, mentre là dove non pensiamo possa esistere l’arte troviamo grandi manifestazioni artistiche. E presto su questa riflessione ci sarà una bella sorpresa, una critica costruttiva.