Il Re è Nudo. Dopo la crisi linguistica del 2001, dal 2009, progressivamente, chiunque può creare senso e significato. Chiunque armato di smartphome può creare contenuti complessi, fatti di azioni, foto, testi, video e condivisioni. Non solo tutti possono fare gli artisti, ma il museo e l’opera possono essere ovunque, e poi subito condivisi con migliaia di persone. Se a questo uniamo la totale assenza della critica d’arte in favore di curatori che, per lavorare, devono mantenere buone relazioni con tutti, il gioco è fatto. Tutto è posto sullo stesso piano e non è possibile fare le differenze tra A e B. Uniamo poi a questo il mantenimento di una colpevole analfabetizzazione del pubblico, per cui l’arte è solo un accessorio che possibilmente deve arrivare subito e in modo chiaro. Anche se questo non accade per nessun ambito. Anche il sesso, se vogliamo essere spiccioli, arriva almeno dopo un minimo di corteggiamento. 

 

 Per la mancanza di critica e per un certo analfabetismo generale, non possiamo dire che la foto di Cristiano Ronaldo che realizza appena sveglio sia meglio o peggio di una foto di Luigi Ghirri. Ossia Luigi Ghirri permane per via di giuste rendite di posizione, ma cosa succede al giovane artista qualsiasi che non ha il passato glorioso di Ghirri? Per lui non resta che la totale omologazione e mimetizzazione se non fosse per per un sistema che, come una madre matrigna, ogni tanto dispensa 15 minuti di celebrità.  

 

 Se nel 2018 l’opera d’arte è veramente tale deve poter creare senso e significato a prescindere, e nonostante, una super produzione di contenuti in cui tutto è posto sullo stesso piano. Quali opere oggi riescono a fare questo? Tre gruppi: 

 

 1) Gli artisti anni ’90, come per esempio Damien Hirst o Olafur Eliasson, il primo laorando sul concetto di post-verità (una verità più interessante delle presunta verità vera) e il secondo con esperienze al limite del Luna Park per adulti ma comunque ancora incidenti. 

 

 2) Gli artisti moderni, l’arte povera per esempio, che riescono ancora a ingolosire il mercato.

 

 3) Certa pittura che viene costretta a consapevolezza dal limite della tela. Quindi NO Pietro Roccasalva che cerca stampelle fuori dal quadro, ma sì Davide Serpetti (per segnalare un giovanissimo) che con sana follia sceglie il limite del quadro come il limite del quadrato di Instagram. 

 

 Chi non appartiene a questi tre gruppi è GAME OVER. Ossia sviluppa una forma di artigianato, più o meno consapevole, dell’arte moderna e contemporanea. Quello che ho chiamato nel 2009 IKEA EVOLUTA. Nulla di male ma non stiamo parlando di ARTE quanto di – seppur rispettabile- ARTIGIANATO. 

 

 Udite udite, esiste una TERZA VIA. L’artista non subisce più una professionalizzazione forzata che contraddice la sua natura, ma si occupa di altro (avvocato, medico, muratore, impiegato, ecc). e contemporaneamente mantiene viva la natura necessaria ed essenziale di quello che deve essere l’artista. Professionale ma non Professionistico. Oggi questa natura non cerca il principio innovatore assoluto (moderno) e neanche il remix interessante (postmoderno) ma una CONSAPEVOLEZZA rispetto al presente. Ossia trovare e allenare nuovi occhi per vedere la realtà. E rispetto l’idea di crisi contemporanea, questi nuovi occhi possono nascere solo da un atteggiamento che potremo chiamare ANTIFRAGILE per usare la definizione dell’economista libanese Nicolas Taleb. 

 

 Questo atteggiamento-modalità-visione prende la rincorsa, torna ai valori del moderno, e poi supera il postmoderno senza rimanerne invischiato. Lavora nel quadro istituzionale per dimostrare che è possibile un nuovo modo per essere istituzionali e allo stesso tempo lavora in modo del tutto indipendente fuori da gallerie e musei. Provate a immaginare una Fondazione Prada individuale, che vende pantaloni, per poi proporre progetti artistici, fare divulgazione, aiutare le imprese ecc. ecc. . Questa “fondazione individuale” crea valore prima di tutto per chi la mette in pratica, una vero reddito di cittadinanza capace di migliorare la qualità della vita. Poi tramite la condivisione questo valore può essere trasferito, ovviamente non senza un lavoro di divulgazione che, almeno in Italia, non sta facendo nessuno. Se Alberto Angela rende un sorrisino romano straordinario in prima serata su Rai Uno penso che qualcuno possa rendere straordinario anche il progetto di Damien Hirst a Venezia o Hitler inginocchiato di Cattelan. Per intenderci. 

 

Verso l’arte contemporanea vige una pretesa di democraticità che non esiste in alcun ambito. Se vuoi godere di una cosa devi conoscerne i fondamenti, non puoi pretendere di capire tutto subito. Come se per godere della Penicellina le persone dovessero capirne la fomula chimica, saremo morti tutti. Il rischio è che per diventare comprensibili si abbassi la qualità come curare un tumore con l’aspirina. Per tanto l’atteggiamento altermoderno non può presicndere da tre azioni:

 

 1) Azione Critica, stimolare confronto critico per fare la differenza tra le cose. Quindi, per esempio, distinguere l’ikea evoluta, la sindrome del giovane indiana jones; essere consapevoli dell’azione pericolosa della nonni genitori foundation ecc. 

 

 2) Azione Progettuale. Ossia una natura dell’opera d’arte più consapevole che possa diventare una forma di fitness e allenamento per i “nostri occhi”. Progetti come Smach 2017, Thermal Refuge, Scroll Down, The Tanks, New Museum, ci spingono a sperimentare e allenare nuovi occhi. Questo allenamento nell’ambito dell’arte non può poi non passare anche nella nostra vita quotidiana. 

 

 3) Azione Divulgativa. Ossi trovare nuove strade per creare spazi dove interessare e appassionare il pubblico. Ossia alfabetizzare per poi far godere il pubblico. 

 

 Questo atteggiamento mette profondamente in discussione le definizioni convenzionali di ARTISTA, MUSEO e OPERA D’ARTE. Inevitabilmente si tratta di un atteggaimento osteggiato da un sistema arroccato sopra torri d’avorio, dentro a musei e gallerie che vivono su rendite di posizione: il finanziamento pubblico, la vendita degli artisti moderni e dei valori anni ’90, la possibilità di fare pubblicità sofisticata con l’arte contemporanea (Prada, Elica, Trussardi, Pirelli, ecc. ecc). 

 

 La buona notizia è che c’è la possibilità concreta di bypassare le giurie di qualità e le dinamiche novecentestche del sistema. Alcune aziende, confrondosi con il mercato, lo hanno già fatto. Non è forse facebook una grande opera di arte relazionale che trova i suoi germi negli anni 90? Non è Apple un fornitore di protesi affascinanti per la nostra mente e il nostro corpo come avveniva nelle riflessioni post-human degli anni 90? Non è Google la possibilità di trovare subito qualsiasi informazione, o Amazon la realizzazione piena dell’opera-oggetto che può essere subito a casa tua? Queste aziende sviluppano, alla luce dell’economia di mercato 2.0, germi e intuizioni che potevamo trovare nelle mostre e nelle biennali degli anni ’90. Anche il gradiente di provocazione anni ’90, pensiamo ad una mostra come Sensation, è stato significativamente esorbitato con l’11 settembre 2001 e poi, dalla realtà stessa, in altre mille occasioni. 

 

 Non a caso Damien Hirst, con una mostra di grande successo nel 2017 a Venezia, lavora su più livelli sul concetto di post verità. Ossia una verità più interessante e significativa della presunta verità. Una FAKE NEWS fatta bene, o in altre parole la VERITA’ INDIVIDUALE che ognuno di noi può creare ogni giorno su i social network. Non sono anche quelle fake news? Cosa è vero e cosa non lo è? Esiste una verità “non vera” che può renderci più felici della verità vera? Sempre ovviamente con consapevolezza sulle cose. 

 

Gilles Deleuze diceva che l’uomo non ha bisogno di esprimersi, lo fa fin troppo. Anzi la possibilità di espriessione è come un modo per soggiogare l’uomo (sfogati pure…intanto noi facciamo quello che vogliamo). L’uomo ha invece, seconde Deleuze, la necessità di trovare interstizi di solitudine e silenzio per dire finalmente qualcosa di VERO. A noi sta capire cosa sia “vero” e vivere facendo le scelte più aderenti a questo VERO.