Come insegnano le migliori strategie digitali per avere successo nella rete devi ordinare i contenuti e rivolgerti ad un gruppo di pubblico ben preciso. Non a caso spopolano gli articoli che parlano, per esempio, delle 10 migliori pizzerie e dei 10 migliori tostapane. 

 Anche nell’arte dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, e la rottura dei blocchi della guerra fredda, come avvenuto per mille nazionalismi, assistitamo all’aumento esponenziale degli artisti. Spesso provenienti anche dalla periferie del mondo, spesso come prodotti per un nuovo colonialismo di ritorno. Non a caso negli anni ’90 nasce la figura del curatore d’arte, degenerazione del critico d’arte, che adesso non può limitarsi solo “a criticare” ma deve ordinare il caos e la grande produzione di opere d’arte. Tutto bene fino al 2001 quando il linguaggio dell’arte contemporanea entra inesorabilmente in crisi. Non solo. A partire dal 2009 tutti possono creare contenuti complessi attraverso i social network e internet in generale.

 Non solo l’artista si ritrova in crisi, ma si ritrova a competere con chiunque altro. Solo i migliori artisti internazionali anni ’90 riescono a competere minimamente. Provate ad immaginare 2 miliardi di dirette Facebook contemporanee, il problema non è più esprimersi, questo lo possiamo fare tutti, ma è evitare di mimetizzarsi e perdersi in un flusso caotico e continuo di informazioni e contenuti. 

 Dopo il 2001 (tutto è già stato fatto, nulla può più incidere) e il 2009 (tutti creano contenuti che vengono posti su uno stesso piano) la figura del curatore non è solo utile ma anche fondamentale. Le istituzioni pubbliche e private hanno bisogno del curatore che, come un organizzatore di eventi, possa rispondere al meglio alle loro esigenze. Gli artisti diventano sfumature per la grande opere-installazione-evento gestito dal curatore. 

 L’errore sarebbe vedere il curatore come fosse un regista. Non è così. Il regista attraverso gli attori (che nella metafora sarebbero gli artisti) crea un’opera unitaria, il curatore NO: affianca e seleziona opere altrui che seppur “deboli” (vedi 2001 + 2009) rivendicano, nella mostra d’arte, una loro autonomia. Il fatto che il curatore, come fosse un artista zoppo, affianca e seleziona opere deboli in quella che NON E’ un’opera unitaria, ci fa ottenere in definitiva un grande vuoto. Cosa rimane delle grandi biennali internazionali, contenitori per 200-300 artisti (raramente italiani) se non, forse, il nome del curatore? Quali opere ci ricordiamo della “Biennale di Massimiliano Gioni” del 2013? Io ricordo l’atmosfera generale della mostra come se il vero artista-NON ARTISTA fosse lo stesso Gioni. 

Tutto chiaro se non ci fosse un mercato che ha bisogno degli artisti per sopavvivere. Il sistema non può buttare via anche il bambino con l’acqua sporca. Ecco che progressivamente dal 2001 gallerie e musei sono diventati i fortini non per promuovere e valorizzare le opere d’arte, ma per DIFENDERLE da un presente ben più incidente. Mentre i curatori non solo sono utili per ordinare il caos ma sono anche i sacerdoti che devono difendere opere indifendibili per legittimare il loro stesso ruolo. 

Ma dopo il 2001 quali opere si salvano? Sono rimaste solo tre vie:

1) una certa pittura costretta a consapevolezza rispetto al presente dal limite della tela. 

2) i migliori artisti del ‘900 e degli anni ’90. 

3) una terza via che potremo definire “altermoderna”.

Tutto il resto è GAME OVER. Al contrario una delle strade più percorse è quella dell’ikea evoluta unita alla Sindrome del Giovane Indiana Jones. Le gallerie per poter accontentare anche le fasce di spesa più basse imbarcano giovani artisti che propongono opere che ricordano e scopiazzano gli artisti del ‘900, arrivando ad una sorta di modernariato che nel 2009 ho chiamato Ikea Evoluta. Questa strada avvelena il mercato e disincentiva la terza via (quella altermoderna) realmente rilevante. 

Il risultato sono artisti debolissimi, in balia del curatore che però è una sorta di artista zoppo o artista a metà. La sparizione della critica d’arte, in favore della curatela che per lavorare deve andare d’accordo con tutti, pone tutto sullo stesso piano disincentivando la ricerca e la qualità. Il campo dell’arte, visto come l’ambito del “tutto può andare”, attira nelle sue scuole i mediocri o gli ingenui.  Le scuole e le accademie d’arte sono sempre di più ghetti aggiaccianti e anacronistici. L’arte contemporanea, da ambito che potrebbe presiedere a tutto, diventa qualcosa di inutilmente elitario e, il più delle volte, rivolto ai soli addetti ai lavori. Tra parentesi è del tutto assente la divulgazione fatta bene. 

L’unico aspetto positivo è che questa dinamica crea una sorta di selezione naturale in cui gli artisti spariscono sistematicamente e i soli curatori fanno, faticosamente, una carriera. Entrambe le categorie poi vengono fatalmente aiutate dalla Nonni Genitori Foundation, vero ammortizzatore del sistema dell’arte, che però essendo totalmente deregolamentato produce ancora maggiori inefficenze. 

La vera speranza sta nella terza via, quella altemoderna. Per quanto riguarda lo stimolo ad un confronto critico, una progettualità non convenzionale e la divulgazione.