Procediamo per assurdo. Domani avremo un governo ideale, eletto democraticamente dalla maggioranza degli italiani. Crediamo davvero che possano cambiare le cose? L’occupazione, l’economia, l’immigrazione, la scuola eccetera eccetera?
L’occupazione dipende in massima parte dall’andamento dei mercati che a sua volta dipende da una dinamica globale non controllabile; l’Italia, essendo in europa, ha delegato la politica monetaria, rimane solo la politica fiscale che con un debito pubblico enorme non offre alternative. Immaginiamo una famiglia che ha un grosso debito, quali scelte potrebbe fare? Purtroppo poche, se non risparmiare il più possibile. La situazione dell’Italia può essere parificabile ad una famiglia fortemente indebitata: la coperta sarà serpe “troppo corta” qualsiasi scelta si possa fare. Il problema immigrazione non si pone se siamo in grado di impedire l’arrivo dei profughi, questa cosa è impossibile e per tanto l’unica strada percorribile, o non percorribile, è una sola, neanche qui ci sono tante alternative. Stessa cosa possiamo dirla per tutti i temi cardine, scuola compresa dove esistono situazioni talmente strutturate che richiederebbero politiche illuminate per anni e anni, per poter determinare un cambiamento. Alla luce di questa riflessione l’unico spazio politico rimasto per realizzare un cambiamento, se di questo abbiamo bisogno, è la nostra dimensione privata. La scelta che ognuno di noi può prendere nella sua vita vale dieci o venti volte la scelta di un campo di stato, che come abbiamo visto, sulla scena internazionale, è profondamente limitata. In un testo precedente a questo avevo parlato di dittatura evoluta e democrazia privata. La dittatura veramente innovativa è una democrazia che si vede ma non c’è, mentre l’unico spazio di manovra per una cambiamento è la nostra dimensione privata. 
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Bruno Munari diceva “saper vedere per saper progettare”. Infatti l’unica capacità per fare le scelte migliori in questo spazio privato è allenare la nostra capacità di vedere, intesa come la capacità si sentire a 360 gradi. Arthur Danto, famoso critico d’arte americano, diceva che nell’opera d’arte qualcosa sfugge sempre all’occhio. Questo accade anche nella vita, e solitamente sfuggono le cose più importanti. La capacità di vedere consiste proprio nel cogliere “queste cose che sfuggono” e lo spazio dove allenare questa capacità speciale è proprio l’ambito dell’arte contemporanea. Il contemporaneo, ghettizzato e disincentivato in Italia, è come una palestra e un laboratori per allenare e sperimentare la nostra capacità di vedere. Esattamente come accade per l’esercizio fisico che facciamo in palestra per migliorare il nostro corpo, l’arte contemporanea permette di migliorare i nostri occhi. In particolare ci permette di avere “nuovi occhi” per affrontare e vedere la realtà e la “non realtà” che ci circonda. Potremo dire che l’arte contemporanea presiede ad ogni altro ambito, materia e disciplina. Avere gli occhi allenati equivale ad un vantaggio concreto, ad un “reddito di cittadinanza” – per usare un termine in voga- che può avere ricadute economiche, sociali, politiche e culturali estremamente efficaci e concrete. 
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“Avere altri occhi” significa vedere le cose da prospettive inedite, rivalutare i propri bisogni, vedere quello che sfugge all’occhio e individuare i “valori” che stanno dietro le cose, e quindi fare le scelte migliori per la nostra vita. Questa cosa solitamente si riesce a fare con l’ipnosi o con gli errori che facciamo nella vita. Esattamente come avviene in palestra, questo allenamento per gli occhi, questa forma di fitness, è faticosa e non sempre facile. Spesso ci costringe a riconsiderare le nostre fissazioni e ossessioni, spesso non ci pone in una condizione di intrattenimento e divertimento. Ma mentre siamo disposti a fare fatica per avere muscoli più prominenti e una pancia più piatta, facciamo più fatica a capire quanto possa essere importante allenare i “nostri occhi”. Anche per questo motivo quando le istituzioni dell’arte contemporanea si pongono all’interno della giostra dell’intrattenimento, fine a se stesso, il rischio è il fallimento spesso nascosto sopra torri d’avorio o dietro generosi finanziamenti pubblici. 
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Per questa riflessione, dal 2009, sono così fissato con il sistema dell’arte, con la necessità di stimolare un confronto critico sulle opere d’arte e sugli artisti, e nello sviluppare progetti che possano agire efficacemente. Al contrario la scena dell’arte contemporanea italiana è afflitta, da almeno 30 anni, da diversi problemi che oggi ci presentano una scena artistica desertica e preoccupante. Gli artisti e le opere d’arte sono paradossalmente l’anello più debole, le committenze hanno soprattutto intenti pubblicitari (in senso pubblico e privato) e il curatore è diventato una sorta di santone che deve organizzare l’evento nel modo migliore, curando la debolezza di opere e artisti con un lavoro che è simile a quello di un “artista zoppo” (lavoro artistico ma che non è artistico). Argomentare luci e ombre delle opere non esiste, perchè potrebbe scontetare qualcuno e farci perdere follower. E quindi possibilitò di lavoro future. 
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Come risanare questa palestra-laboratorio utile per allenare e sperimentare la nostra capacità di vedere? Ne parliamo nella prossima puntata.