“Devi andare a votare poco convinto, devi fare il tuo intervento” (Giorgio Gaber)

 

Io non ho votato, perché tutti i leader politici in queste elezioni hanno cercato di assomigliarsi. Siamo stati chiamati a votare sensazioni e simpatie, sfumature. Chiunque conosca le politiche degli stati moderni sa che ogni governo può, nel 2018, percorrere solo una strada politica. Non è tanto “cosa” si decide di fare, ma “come” lo si decide di fare. Oltre ovviamente alle sensazioni e simpatie amplificate realmente, per la prima volta, dai social in queste elezioni 2018.

Dopo la caduta delle contrapposizioni ideologiche del ‘900 tutti aspiriamo alla borghesia, a diventare una sorta di Berlusconi: ricco, semmai una tantino più di sinistra, più onesto e che possa coltivare il suo orto sul tetto del proprio appartamento. Se lo spazio politico per gli stati moderni non esiste più, il vero spazio politico rimasto è rappresentato dalla nostra dimensione privata, in cui dobbiamo confrontarci con questo “Berlusconi fantoccio” che abbiamo dentro di noi.

In questi giorni post-elettorali tutti parlano di elezioni come fossero politologi navigati, senza capire che la rilevanza di queste elezioni è molto bassa e se esiste un problema è solamente l’ingovernabilità. Nella realtà dei fatti esiste per tutti i leader in campo solo una politica realizzabile. L’unico cambiamento, se di questo abbiamo bisogno, lo possiamo realizzare noi stessi nel parlamento intorno a casa nostra. Gli stati moderni posso solo realizzare politiche di galleggiamento cercando di mettere delle pezze ai problemi che hanno davanti, non certo realizzare politiche originali per migliorare la situazione ed evitare i problemi.

Pensateci. Il problema dell’immigrazione si gestisce mentre è già in atto, il problema dei rapporti con l’Europa si gestisce che è già in atto. Su questo punto non è mai stato spiegato agli italiani cosa significasse “entrare in Europa” e non è mai stato chiesto loro se volevano entrare. Era solo una bella favola simpatica e giusta “a sensazione”. Il problema della disoccupazione o dell’impoverimento si gestisce proponendo “redditi di dignità o cittadinanza” o promettendo il solito abbassamento delle tasse. In questi temi elettorali c’è una semplificazione e una banalità che nemmeno alle elezioni di capoclasse in terza elementare.

Ma il vero problema nella politica italiana è che tutti i leader e partiti sono chiamati ad assomigliarsi. Primo perché tutti aspiriamo ad diventare una sorta di Berlusconi “ricco, onesto e buono” e secondo perché nei fatti si può realizzare solo un governo tecnico con sfumature che in qualche modo devono dimostrare che ognuno è diverso. Ma perché ognuno deve essere diverso? Perché dal punto di vista elettorale essere oggi uguali al un tuo avversario politico significa sparire. Ecco la paura della politica moderna, e la tendenza a sbandierare in campagna elettorale posizioni estreme per poi ridimensionarsi alla prova dei fatti.

Le posizioni estreme, i cavalli di battaglia dei politici che tutti conosciamo, sono un po’ come il menù vegetariano da McDonald: tutti lo devono vedere, ci deve essere ma poi nei fatti il 95% dei clienti mangia l’hamburger con la carne. Per tornare alla politica contemporanea: possiamo solo mangiare carne, se vogliamo il vegetariano dobbiamo cucinarlo in casa. Quindi la cosa più importante è che ci sia uno cuoco che possa cucinare, ossi la governabilità, se proprio di carne abbiamo bisogno.