Negli ultimi 20 anni in Italia l’arte contemporanea ha fatto molta fatica nel ritagliarsi uno spazio di dignità all’interno del dibattito pubblico. Questo è avvenuto e avviene per diverse ragioni.

 

La prima è sicuramente il peso dell’arte antica del passato che rischia sempre di monopolizzare l’attenzione quando si parla di arte e cultura. Unito a questo si dice che “l’arte contemporanea” è difficile anche se lo studio dell’arte del passato implica anche maggiori difficoltà nel godere di un linguaggio spesso anacronistico e legato ad altre epoche. Va detto che tutta l’arte può essere considerata contemporanea, ma sicuramente la possibilità che l’arte anicta rappresenti un valore per l’uomo contemporaneo dipende fortemente dalle opere che si scelgono e soprattutto dalle modalità di presentazione, valorizzazione e divulgazione. In questi giorni Alberto Angela ha presentato una nuova trasmissione televisiva dove presenta alcune meraviglie dell’Italia considerate dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Se guardiamo con senso critico attento questa trasmissione difficilmente possiamo trovare valori che possano essere utili nella nostra quotidianità, oltre una contemplazione passiva del nostro passato glorioso.

 

La seconda ragione dipende da una formazione profondamente carente sul versante dell’arte contemporanea. Le accademia d’arte che dovrebbero formare artisti, critici, e divulgatori, sono considerate scuole di serie B, ed effettivamente presentano proposte didattiche anacronistiche e fuori dal tempo che non riescono e non possono preparare adeguatamente i propri studenti.

 

La terza ragione è riferita agli addetti ai lavori che fanno parte del sistema dell’arte contemporanea italiana negli ultimi 20 anni. Quelli che potremo chiamare senior, hanno fatto talmente tanta fatica nel ritagliarsi uno spazio lavorativo in un contesto culturale che osteggia il contemporaneo, che mai hanno avuto altre energie per valorizzare e promuovere adeguatamente gli artisti italiani. Questi ultimi, per le ragioni espresse precedentemente rispetto la formazione, presentano percorsi artistici mediocri che in una situazione di precarietà generalizzata tendono ad uniformarsi prevedibilmente alla moda internazionale. In questo modo, negli ultimi 20 anni, abbiamo avuto giovani artisti che sono copie e cloni dei loro colleghi esteri, spesso maggiormente sostenuti dai loro governi e da potenti gallerie internazionali. Non a caso in italia si rimane fino a 50 anni “giovane artista” e poi si sparisce, senza che esista la categoria degli artisti di mid-career, ossia di metà carriera. Negli ultimi 30 anni gli artisti italiani che hanno avuto successo sono sempre partiti dall’estero. Cattelan da New York,Beecroft subito negli USA anche se oggi in crisi profonda, Vezzoli dall’Inghilterra tanto che Giancarlo Politi, già direttore di Flash Art, non era a conoscenza della sua partecipazione alla Biennale di Istanbul di alcuni anni fà; Bonvicini stabile in Germania e anche per lei un periodo di crisi. La cosa ancora più significativa è che se dobbiamo trovare un progetto artistico degno di nota su Instagram (che sarebbe un social gggiovane) dobbiamo fare riferimento alla vitalità di Maurizio Cattelan che ha ben 58 primavere….

 

Infatti, uniti a questi tre grossi problemi, il contemporaneo in italia soffre anche una tendenza generalizzata che va ben oltre il sistema dell’arte: ossia un problema generazionale dove nonni e genitori mantengono, in tutti i sensi, in ostaggio le generazioni più giovani. La cosidetta Nonni genitori Foundation, vero ammortizzatore e demoralizzatore della giovane arte italiana. Ed ecco che in gallerie italiane blasonate troviamo gli artisti pronto moda, che rielaborano i grandi maestri dell’arte moderna in opere che hanno prezzi accessibili. Non puoi permetterti Kounellis o Brancusi, ecco la loro versione casalinga (che io chiamo ikea evoluta) realizzata per te dal giovane artista, costretto, per sopravvivere, a vestire posture rigide e nostalgiche. Quelli che io chiamo “giovani indiana jones” costretti a elaborare il mercatino dell’antiquariato per essere accettati da un paese e da un gusto per vecchi. Possiamo fare tantissimi esempi, i primi che mi vengono in mente sono Samorì, Tosatti, Arena, Vestrucci, Petrucci, per parlare di artisti di cui mi sono occupato recentemente. Costoro sviluppano una rispettabilissima forma di artigianato dell’arte moderna che non trova neanche il valore del remix scanzonato e fresco che ha caratterizzato la post produzione che Nicolas Bourriaud ha teorizzato a cavallo del 2000. Una forma di artigianato molto lontana da quello che sono i principi dell’arte contemporanea, ossia opere che riflettino il senso più profondo della nostra contemporaneità. Ma dopo la data simbolo del 2001 anche a livello internazionale vediamo una situazione di crisi nella quale non sono emersi artisti veramente rilevanti. Le cose migliori che vediamo, per mostre e biennali internazionali, fanno riferimento all’arte moderna (1917-1973 circa) e agli anni ‘90. Nel frattempo sembra che i germi valorosi degli anni ‘90 si siano trasferiti altrove, forse nella creatività di grandi aziende che realizzano un lavoro che potrebbe essere parificato a grandi opere di arte contemporanea: Amazon, avere quello che vuoi dove vuoi, subito; Facebook grande opera di arte relazionale; Instagram, ognuno produce senso e significato; Google la possibilità di fare e trovare tutto; Apple oggetti ipertecnologici come protesi di noi stessi. E la cosa divertente è che a queste realtà non interessa nulla partecipare alla biennale di Venezia, per intenderci. Hanno bypassato serenamente ogni retorica del sistema dell’arte. Ecco spiegata la crisi del singolo artista, ancora legato a modelli novecenteschi anacronistici che non ci possono più dire nulla sul nostro presente. Se non aiutarci ad arredare la casa al mare, tentare una qualche speculazione economica, o ingrandire la nostra collezione di figurine.

 

Per queste ragioni non ha senso sostenere e promuovere l’arte contemporanea prodotta in italia (con pochissime eccezioni), senza prima ripensare da zero l’aspetto formativo. Sarebbe come cercare di vendere in italia e all’estero della frutta marcia. In questo senso nasce l’Art Academy che ho il piacere di dirigere via Skype.

 

Ma parallelamente alla formazione di artisti, critici e divulgatori, è fortemente necessario creare uno spazio di opportunità per il pubblico dove appassionarsi e interessarsi all’arte contemporanea. Oggi questo spazio in Italia non esiste per varie ragioni.

 

La prima è l’assenza di divulgatori capaci che vanno formati, la seconda è la mediocrità dei contenuti proposti che spesso per attirare pubblico facilmente si uniformano a forme di intrattenimento ben più forti e quindi in un solo colpo: perdono la sfida e vanno a snaturare la propria proposta peggiorando ulteriormente la qualità. La terza ragione, per cui non si riesce ad avere un pubblico realmente interessato e appassionato all’arte contemporanea, è il fatto che come per l’artista anche il pubblico è cambiato. Il pubblico come lo conoscevamo ieri non esiste più.

 

Per queste ragioni, ma noi lo stiamo facendo dal 2009, oltre ad un’azione formativa su due fronti, addetti ai lavori e pubblico, serve ripensare la definizione di artista, museo e opera d’arte. Proprio perchè stanno cambiando le opere d’arte e sta cambiando il pubblico.

 

Solo dopo questa piccola rivoluzione potremo parlare di come valorizzare l’arte e gli artisti italiani, farlo prima sarebbe un boomerang molto pericoloso. Come promuovere e valorizzare con risorse e investimenti una Formula Uno con un motore che non funziona.

 

Ma perchè se giriamo per l’italia vediamo gallerie, musei e fondazioni attive? Le galleria d’arte contemporanea sono spesso rivendite di ben più forti gallerie internazionali che tentano di sopravvivere con pochi collezionisti esteri, diversamente vivono su i fasti del passato facendo finta di niente, o in un contesto giovane propongono artisti moderni famosi o riscoperte vintage. Esempio perfetto è la galleria P420 di Bologna.

 

Le fondazioni sono modalità neanche troppo sofisticate per fare pubblicità al brand di turno e per pagare meno tasse. Invece di fare uno spot in tv in tutto il mondo apro una fondazione che fa molto più cool. Sono cartelloni pubblicitari che si possono anche evadere dalle tasse.

 

I musei di arte contemporanea in italia sono invece insegne luminose che devono dimostrare ostinatamente la modernità della città o della regione che li ospita. Spesso vengono diretti da giovani che proprio non se lo aspettavano, in modo tale da poter essere controllati da CdA e giurie di nomina che sono formati da nonni e genitori. Vi invito a visitare le mostre di questi musei, spesso molto noiose e fuori sincrono con una realtà esterna molto più significativa ma che gli artisti, per le ragioni già argomentate, non riescono a fermare nell’opera.

 

Per concludere, è necessaria prima una rivoluzione formativa e poi la ricerca virtuosa di risorse per promuovere e valorizzare.