Il film “The Square” non vuole tanto criticare il mondo dell’arte contemporanea, perché è un mondo già “criticabile” di per sé, criticarlo in modo diretto e frontale sarebbe troppo facile e banale. Il film esprime invece quello che potremo chiamare “realismo cinismo”, ossia ci fa vedere come la profondità possa coesistere, e confondersi, con la superficialità, senza farci una morale precisa. In questa “piazza” che dovrebbe essere un santuario dell’ammmmore e della fratellanza, non ci entra mai nessuno. Come avviene nel vero sistema dell’arte contemporanea, i veri protagonisti sono i primi a non crederci. Anche se l’opera al centro del film è di per sé mille volte meglio di tante opere di giovanissimi artisti rampanti (ikea evoluta, smart relativism, sindrome da giovane indiana jones, ecc).

L’arte relazionale di Bourriaud, citata nel film, vede i sue germi negli anni 90′ ma oggi è già oltre il museo. Facebook può essere considerata una grande opera di arte relazionale, una grande piazza come quella del film. E il bello è che, a Mark Zuchemberg, non interessa un fico secco partecipare alla Biennale di Venezia.

Il protagonista però verso la fine inizia a girare con tante borse da shopping, non si capisce perché,  brand commerciali, come a volerci dire che, in fondo, tutto ruota intorno ai prodotti, ai prodotti-opere, e al loro marketing. Nell’arte quanto nel mondo fuori dal museo. Ancora realismo cinico. Cinico perché non tenta di dare risposte rassicuranti.

Ma se per attirare l’attenzione il museo deve buttarla sulla provocazione facile (pensiamo ai bambini impiccati di Maurizio Cattelan), non bisognerà forse pensare al museo come ad un fortino per difendere le opere da un pubblico idiota? Ma se il pubblico è idiota per chi lo facciamo il museo? Per quelli buoni? Ma il film non ci da indizi per scoprire le opere d’arte buone e le persone buone e intelligenti.

Nel film non dicono che il problema non si pone, perché il pubblico non esiste più. Nel selfie, coincidenza di pubblico, opera e autore, è già diventato qualcos’altro (io li chiamo selfie-influenced).

Nel film ci sono almeno tre scene esilaranti e surreali, che dimostrano come questo regista valga 10 Sorrentino, che invece mette le scene surreali a casaccio. In questo caso le scene sono funzionali al percorso del film. In una di queste scene l’unico a scappare è l’artista, ridotto ad un ruolo flebile e debolissimo. Le opere nel film sono in fondo “pretesti minimi” rispetto a tutto quello che ruota intorno.

Se volessimo avere un impeto di ottimismo, per contrastare questo realismo cinico, l’artista sarebbe sicuramente quello che ci deve salvare. Ma come per il pubblico, anche l’artista non esiste praticamente più, perché fuso significativamente nel selfie con opera e pubblico. Il selfie-influenced, questo nuovo ruolo ibrido, deve alzare la mano e andare incontro al fallimento. Alda Merini diceva ” perché basta anche poco per essere felici basta vivere come le cose che dici”. Quindi “dire”, mettere alle corde se stessi, l’opera e gli altri selfie influenced. Sempre pronti al fallimento come epifania preziosa. Ma veramente, non per finta.

Forse la figura che si avvicina maggiormente a questo atteggiamento è lo spettatore che a metà del film inizia a dire tutto quello che gli passa per la testa, perché affetto dalla Sindrome di Tourette. Costui potrebbe essere Chance Giardiniere nel film “Oltre il giardino”, ma anche “Luca Rossi” stesso. Ma “The Square” pone anche questa scena fra le tante senza fornire risposte rassicuranti. 

Una delle ultime scene, oltre al finale ridonante (al film bisognava togliere almeno 30 minuti, troppo lungo), mostra una “piazza”, il famoso quadrato, più grande e finalmente pieno, ma si tratta dello spettacolo di danza acrobatica delle bambine del protagonista. Ancora realismo cinico.

Luca Rossi