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Cy Twombly : (silenzio)
“La gente non vuole fare più pubblico nè l’allievo,
vuole entrare nella cosa, ossia sente che c’è già dentro.”

 

“Lo potevo fare anche io” è uno dei luoghi comuni dell’arte moderna e contemporanea. Lo stiamo facendo.

Solo fino a 10-15 anni fà i fotografi erano solo quelli che andavano in vacanza, pochi amatori e i professionisti, oggi lo siamo tutti. Non solo. Facciamo anche video, siamo opinionisti, usiamo i filtri per fare “foto artistiche” e nei musei vogliamo interagire e possibilmente farci un selfie che ci permetta di condividere ancora prima di “vivere”. Forse ci soffermiamo solo davanti al feticcio che arriva dal passato, al “mi piace”, funziona, interessante o mi emoziona. Ma sempre pensando a cosa possiamo condividere perché vogliamo essere noi dentro quella cosa. 

Senza un sistema critico, che sembra paralizzata dalla “Dittatura del Mi Piace”, come fare le differenze tra una foto di Luigi Ghirri o quella che posta Cristiano Ronaldo che su Instagram ha 114 milioni di persone che lo seguono?

I musei , come il mercato dell’arte, non sono più i luoghi per promuovere e valorizzare ma i fortini dove difendere le opere da una contemporaneità sfrontata e molto più incidente. 

Se nel selfie coincidono significativamente artista, opera e spettatore è naturale che nella realtà sia già attivo un nuovo ruolo, una nuova definizione di “museo” e una nuova definizione di “pubblico”. Il pubblico, per come lo conosciamo, non esiste più.

Se Facebook può essere considerata una grande opera di arte relazionale che trova negli anni ’90 le sue radici, a Mark Zuckemberg non interessa certo partecipare alla Biennale di Venezia. Il pubblico, come diceva Twombly, “c’è già dentro”, potremo aggiungere “a Facebook”. Una natura dell’opera così fluida, veloce e cinica non riesce ad essere fermata anche dagli artisti più giovani che sembrano, sempre di più, artigiani dell’arte moderna e contemporanea. Paradossalmente le generazioni più giovani, per fasi accettare da un paese e da un collezionismo per vecchi assumono posture passatiste e reazionarie. In una situazione precaria si trovano imprigionati, mantenuti in ostaggio (in tutti i sensi) dal vero ammortizzatore sociale italiano: la Nonni Genitori Foundation. 

Questo citazionismo, come il luna park per adulti,  esprimono una fase di agonia dell’artista, comunemente inteso, che si ritrova davanti ad una constatazione più o meno manifesta: il pubblico non esiste più. Non è scappato, ma si è trasformato in qualcos’altro: in artista? No di certo. Ma in un ruolo più sfumato e complesso che appare come una fusione e confusione di ruoli: opinionista, protagonista, artista, curatore, influencer, direttore, PR, fotografo, videomaker, giornalista, eccetera. Potremo definire questo nuovo ruolo SELFIE-INFLUENCED dalla fusione di “self-made”, “selfie” e “influencer”. 

Questo provoca un “effetto Marylin”: tante immagini e tanto rumore che si concentrano solo sulla superficie, oltre non è possibile nessun senso, nessun significato, nessun contenuto, al massimo un po’ di intrattenimento (le Marylin di Andy Warhol che sono solo superficie e che serigrafate decine di volte tendono a perdersi nel vuoto).

Gilles Deleuze diceva che NON abbiamo bisogno di esprimerci, lo facciamo fin troppo, lo fanno tutti. Abbiamo invece bisogno di interstizi di solitudine e silenzio dove dire finalmente “qualcosa di vero”. Cos’ è vero se ognuno crea senso e crea una verità? E se nessuno ha tempo e voglia di fare le classifiche tra le diverse verità? La verità, forse, sta nel saper gestire le verità.

 

Au d i enc  e, installation, Pesaro 2015.

 

 

Luca Rossi, che impersonifica la fusione e confusione di ruoli di cui abbiamo parlato prima, installa le sue opere proprio dentro questi interstizi di solitudine e silenzio, nella nostra dimensione privata. Ma se il pubblico non esiste perché Luca Rossi si ostina a lavorare e a rivendicare un’autorialità per una platea vuota? Perché “Luca Rossi” è prima di tutto uno spettatore attivo, rappresenta un pubblico cambiato, un pubblico che non esiste più nei termini che abbiamo in mente.

Il lavoro di Luca Rossi ha un duplice valore: da una parte si tratta di una forma di resistenza nel riportare l’attenzione su questi “interstizi di solitudine e silenzio” e dall’altro lato si tratta di fermare la natura fluida e complessa della contemporaneità. Abbiamo progetti che si possono fruire stando immobili dove ci si trova, e altri progetti che nascono da viaggi puntuali e richiedono “viaggi puntuali”. Il pubblico non esiste in quanto questi progetti arricchiscono di senso, prima di tutto, il suo stesso autore (come avviene nel selfie). Questo valore è un reddito vero e proprio che ricade sullo stesso autore “Luca Rossi”. I progetti restituiscono “qualcosa di vero” che fa bene, ed equivale ad un “reddito di cittadinanza”. Quindi anche un selfie con Cristiano Ronaldo può portare reddito.

Non solo il museo difende l’arte contemporanea da una realtà che la divorerebbe, ma un sistema di mercato (fatto da gallerie, istituzioni, case d’asta) difende a spada tratta il valore delle opere che, almeno ad alti livelli, possono diventare denaro (artcoin). Il sistema stampa quindi moneta con fosse una banca centrale. Il fatto che chiunque possa stampare moneta è un fatto inaccettabile per questo sistema di mercato. Come fare? Lavorare sul marketing per difendere il presunto valore delle opere d’arte. 

Nel 2017 gli artisti contemporanei di maggiore interesse e valore sono emersi negli anni ’90 ossia 25 anni fà (Sierra, Eliassion, Alys, Creed, Hirst, Cattelan, Gonzalez-Torres, Fischer ecc. ecc.).

Dal 2001, con l’evento simbolico delle Torri Gemelle, assistiamo ad una crisi della rappresentazione. Non solo tutto è stato fatto, nulla può più provocare, ma tutti stanno facendo tutto. Il museo, come il sistema dell’arte, sono fortini che devono difendere  opere d’arte, spesso, indifendibili.

Davanti a questa crisi l’artista comunemente inteso può fare due cose: o decide di competere e partecipare a questo meccanismo o decide di fare un passo indietro. Recentemente solo Damien Hirst, con la mostra veneziana, è riuscito a competere, quasi efficacemente, con questa sovrapproduzione di contenuti.

 

The bench, audio installation, various material, Pesaro 2015.

 

Seguendo questo articolo i musei, come le fiere d’arte o le case d’asta, dovrebbero lasciare le loro pareti vuote e aspettare che chiunque (ricordiamo che chiunque può essere Luca Rossi) possa portare la sua opera. Avremo un pieno deregolamentato che sarebbe sostanzialmente un vuoto, qualcosa di non così diverso dal Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi nel 2011. Per fare esempi più nobili l’artista Pawel Althamer, qualche anno fà, ha lasciato le pareti della biennale di Berlino vuote affinché su tali pareti chiunque si potesse esprimere solo con il disegno, in quello che l’artista aveva definito un parlamento dove si discute e ci si esprime solo tramite il disegno. In tutti i casi un grande caos, un grande vuoto mascherato da pieno.

Qui non si tratta di aprire le porte, queste sono già aperte. Il sistema dell’arte, per poter differenziare il suo prodotto, non ammetterà mai questo. Allo stesso tempo esistono artisti e opere di qualità (artisti emersi negli anni 90′ e maestri del ‘900). Come trovare un equilibrio tra un sistema caotico destinato a proporre un vuoto sostanziale e un sistema che cerca di caricare le opere di valori e prezzi arbitrari?

Ci sono due strade in cui l’artista, come lo spettatore, si possono salvare accettando e vivendo una fusione e confusione di ruoli:

1) La prima strada è stimolare un confronto critico che possa ordinare severamente il caos e ristabilire valori e prezzi attendibili.

2) La seconda strada è partecipare ad una natura consapevole di “museo” e di “artista”, al fine di arricchire di senso prima di tutto lo stesso autore che è anche primo spettatore. Con questo non si esclude la condivisione, e quindi un’apertura verso gli altri, verso la gente. 

Entrambe le strade implicano la “gestione delle verità”, nel tentativo di dire “qualcosa di vero”. Entrambe le strade nascono da un senso critico specifico. Se non si sta attenti le strade possono anche collidere fra loro. 

Il selfie con Cristiano Ronaldo percorre con successo entrambe le strade: ordina il caos, tra quelli che non hanno valore e Ronaldo che ne ha; definisce una natura consapevole e quindi contemporanea del museo (i miei followers dove si trovano); definisce una natura consapevole e contemporanea di artista dove c’è la coincidenza di autore, spettatore e oggetto artistico.

Per salvarsi da questa stessa constatazione bisogna però percorrere la prima strada. Prima di tutto bisogna averne voglia e secondo bisogna saperla percorrere. Il valore di un’opera d’arte, come di qualsiasi altro progetto, dipende da tre elementi: opera in sé, contesto e intenzioni dell’autore (altre opere, biografia, dichiarazioni, materiali utilizzati, ecc.). In questo modo capiamo che il selfie di Cristiano Ronaldo ha un certo valore rispetto al contesto “mondo del calcio” e un’altro rispetto al contesto “arte contemporanea”. Se non si contestualizza con forti basi critiche rischiamo sempre, in ogni ambito, di proporre la stessa cosa che “mi piace”.

 

Se non capisci una cosa cercala su YouTube, installation view, wood letters, 11x2m, Val Badia 2017.

 

 

Detto questo, il museo, come il sistema dell’arte, rimangono spazi di opportunità dove isolare significati più profondi e sorprendenti dal momento “aha” generato da un selfie con Cristiano Ronaldo. L’impresa è molto difficile ma non impossibile.

Ma come cogliere questa opportunità se il pubblico non esiste più? O, meglio, se è cambiato?

Prendendo atto di tale cambiamento.

Non aprendo le porte a tutti, ma allenando un senso critico per gestire le tante verità e il valore che può avere oggi un museo come spazio di decompressione e riflessione. Non è che nel momento che molti cercano le diagnosi su Google gli ospedali hanno creato stanze apposite con postazioni Google dove chiunque può dare consigli a chiunque.

Se pensiamo all’arte contemporanea come una palestra e un laboratorio dove allenare e sperimentare la nostra capacità di “vedere”, intesa come “sentire a 360 gradi”, capiamo facilmente che tale arte presiede a tutto, ad ogni ambito e disciplina. Presiede anche alla sanità, in quanto ognuno di noi è chiamato a: vedere come prevenire le malattie; sentire i propri sintomi; vedere i modi per affrontarli, e vedere come risolvere le malattie.

Per tanto non si tratta di constatare la fine di musei e artisti, ma avere la capacità e il coraggio di ripensare a queste definizioni alla luce di quanto scritto in questo stesso testo.

Luca Rossi, anche attraverso i tanti progetti e testi di “Luca Rossi Lab”, sta facendo questo: ripensare l’idea di museo e di artista. Cancellando le definizioni che avevamo in testa fino a ieri. Questo ovviamente al sistema dell’arte, come ai suoi protagonisti, non piace, perché significa doversi mettere profondamente in discussione. Allo stesso tempo, non esistendo un pubblico vero (perché diventato ormai altro, dopo anni in cui è stato tenuto volutamente e colpevolmente distante) si tratta semplicemente di vivere queste definizioni e non tanto imporle o spiegarle. Come se oggi Mark Zuchemberg chiedesse di andare a presentare e spiegare Facebook alla prossima Biennale di Venezia, non avrebbe più senso.