We almost forget where the doors are

Da io a noi. La città senza confini

Luca Rossi 

Quirinale, Roma

 

 

If you don’t understand something search for it on YouTube

various material, 2017.

 

 

 

Democracy, with the tips of left hand fingers

various material, 2017.

 

 

If You Don’t Understand Something Search For It On YouTube (photomontage version)

video projection, video by Nexsu 5x, 2017.

 

 

 

…plays…

sunlight, Quirinale, 2017.

 

 

 

 

 

Art piece with the tips of left hand fingers 

various material, spots, 2017.

 

 

 

Da Io a Noi: intervista di HUO a LR

 

HUO: Chiunque può essere “Luca Rossi”. Non temi questa perdita di controllo?

LR: Le personalità monolitiche del ‘900 non mi interessano. Mi sembra più interessante e contemporanea una personalità frammentata e fluida che metta in pratica il passaggio dall’io al noi. Questo fornisce a tutto un senso di opportunità e responsabilità.

HUO: Mi è arrivata la mail con la tua mostra al Quirinale. L’ho vista durante il pranzo qui a Parigi. Anche in questo caso ti sovrapponi alla mostra ufficiale sfruttando le ricerche su Google. Per quale motivo lo fai?

 

LR: Lo faccio per integrare la mostra ufficiale che spesso diventa un fortino per difendere le opere da una contemporaneità che le potrebbe mettere in difficoltà. Se mi invitassero ufficialmente non saprei cosa esporre. L’invito ufficiale mi metterebbe in difficoltà.

 HUO: In questo modo ti poni fuori le dinamiche del “sistema”, ma allo stesso tempo ti occupi di questo sistema. Hai una posizione ambigua.

 LR: Ho una posizione “non politica”, questo atteggiamento in Italia viene scambiato con la storia della volpe e l’uva. A me interessa l’uva, ma mi piacerebbe dialogare sulle modalità di coltivazione e di raccolta. E oggi è possibile coltivare e raccogliere in queste modalità, non ci sono più scuse o necessità di strategie particolari.

 HUO: Ogni tuo nuovo progetto è una variazione sul tema. A questi si aggiungono progetti che sono come una “caccia al tesoro” nella realtà (Senanque Abbey, Thermal Refuge, Enemy, The Pain Of Young Mr. Rossi, Rinascidentro, Utopia/Distopia). Quale relazione esiste tra questi due filoni?

 LR: Ho sempre pensato a questo secondo gruppo di progetti come “viaggi puntuali” contrapposti ad una forma di immobilismo che vive un diverso tipo di mobilità. La relazione tra i due filoni è un diverso grado di fibrillazione tra oggetto, esperienza mediata, immaginazione ed esperienza diretta.

 

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stampa digitale 30x80 cm, 9 edizioni, Luca Rossi 2017.

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HUO: Nel momento in cui cambi la natura dell’opera d’arte, cambi automaticamente l’idea di museo e di artista. A questo proposito hai scritto un “Denmark Manifesto”. Come è possibile conservare e collezionare le tue opere? Per esempio la seconda che vedo “installata” al Quirinale?

LR: E’ possibile conservare e collezionare il ricordo di un istante. Di oggetti siamo pieni, sono stanco di oggetti. Esporre oggetti nel 2017 implica che l’artista si prenda responsabilità importanti che solitamente non vengono soddisfatte. In altri casi è possibile pensare ad una declinazione più convenzionale dell’opera.

HUO: Il primo intervento, sulla facciata del Quirinale, è acquistabile tramite PayPal. Un intervento che mai sarebbe permesso nella realtà. Poi vedo un video “making of” di quello che vuole essere un fotomontaggio finalmente analogico. Le forme create dal sole come opere in continuo movimento. E poi infine un’installazione così estrema da rendere il contesto vera cornice e confondersi con l’oblio di internet, una pagina vuota. Quest’ultimo intervento è il mio preferito. Addirittura riporti nell’opera le macchie che troviamo sul nostro schermo. Quasi un tentativo di riportarci alla nostra realtà, misera e un po’ squallida.

LR: Mi piace molto questa tua lettura della mostra. Mi sembra ci sia un buon equilibrio, e abbastanza novità nella ripetizione. Ho già utilizzato l’ultimo intervento nella Biennale del 2015 e alla Serpentine Gallery sempre nel 2015. E’ un intervento così estremo che non mi convince del tutto, ma forse proprio per questo ho deciso di lasciarmi andare. In fondo è un grande paravento bianco. Le macchie sullo schermo sono importanti perché in ogni progetto mi interessa “installare” ed “esporre” nella dimensione privata dello spettatore. Le macchie rendono evidente questa mia scelta.

HUO: Spesso salta fuori questa tua scelta, e solitamente poco dopo sostieni che la nostra dimensione locale è l’unico spazio politico rimasto. Credi che una persona visitando la tua mostra al Quirinale capisca questo concetto?

LR: Prima di tutto non si deve muovere, non deve spendere tempo e denaro per andare a Roma. Forse, con quel tempo e con quel denaro, può fare altro. Posso creare le condizioni per vivere il mio concetto, non certo costringere a viverlo o fare una lezione di politica contemporanea. Come in ogni ambito per “capire” ci vogliono strumenti basilari e la volontà di farlo. Pensa se dovessimo capire al volo la composizione chimica della penicillina per poterla usare, saremo quasi tutti morti.

 

IL TEMA DELLA MOSTRA: “da io a noi, la città senza confini”

 

HUO: Questa volta mi sembra che il tuo lavoro si sposi alla perfezione con il titolo e il tema che si prefigge la mostra. Il tuo progetto è pensato per essere visto da qualunque luogo e tu stesso hai scelto di passare dall’idea di IO a quella di NOI. Hai parlato di “nomadismo immobile”. Mi puoi spiegare meglio?

LR: Mentre la natura dell’opera vive una fibrillazione tra più livelli, opera e spettatore sono immobili e allo stesso tempo velocissimi, perché sempre nello stesso tempo e nello stesso luogo. Ossia il luogo in cui ci troviamo adesso. Il luogo veramente rilevante, dal punto di vista politico, personale, culturale e anche artistico.

HUO: Parlare di nomadismo oggi fa venire alla mente i grandi flussi migratori di questi mesi. Come ti poni rispetto a questo tema?

LR: Prima di tutto viviamo l’epoca storica migliore dell’umanità in termini globali, se guardiamo ai tassi di democrazia e benessere. Anche se guardiamo ai paesi del terzo mondo. Rimane tantissimo da fare, ma in comparazione storica la nostra epoca è la migliore.

L’unica cosa che ognuno di noi può fare di concreto per i problemi dell’immigrazione, della fame e del male del mondo, è lavorare bene nella propria dimensione privata e locale. Quello è il vero spazio politico dove una nostra decisione vale 10-20 volte quella di un capo di stato.

 

 

 

 

 

 

Luca Rossi al Quirinale (di Kari Altmann)

 

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Fare oggi una mostra convenzionale è come arroccarsi in un fortino quando fuori c’hanno circondato gli indiani. Il museo, lo spazio espositivo convenzionale, sembra qualcosa che deve difendere le opere da una contemporaneità troppo incidente.

Il progetto di Luca Rossi è clandestino e prevede di intercettare le ricerche su internet inerenti la mostra ufficiale al Quirinale. Questo non per un provare un brivido ma per installare le opere nella dimensione privata dello spettatore. Ossia nell’unico spazio politico rimasto. Un nomadismo immobile che invita lo spettatore ad una sorta di ecologia: non è richiesto lo spreco di risorse per muoversi e recarsi al Quirinale.

“Dimenticare dove sono le porte” significa, spesso senza consapevolezza, vivere una fibrillazione tra oggetto, esperienza diretta, immaginazione ed esperienza mediata. Per questo non sarà mai sufficiente mettere in fila degli oggetti in un luogo. A meno che non ci sia una sistema istituzionale pronto a difenderli ad oltranza.

ENG VERSION:

The text has been translated from Italian into English with Google Translate. In so doing, the text deliberately maintains a level of approximation and imperfection that allows a more engaged, interactive, and open reading of the artwork and intentions.

Doing a conventional show today is like climbing into a fort when out there surrounded the Indians. The museum, the conventional exhibition space, seems to be something that has to defend the works from a too-contemporary incident.

Luca Rossi’s project is clandestine and is about to intercept the internet research regarding the official exhibition at the Quirinale. This is not to be a thrill but to install works in the spectator’s private dimension. That is, in the only remaining political space. A motionless nomadism inviting the spectator to a kind of ecology: no waste of resources is required to move and go to the Quirinale.

“To forget where the doors are” means, often without awareness, experiencing a fibrillation between object, direct experience, imagination, and mediated experience. That’s why it will never be enough to put things in a row in a row. Unless there is an institutional system ready to defend them to the utmost.

Kari Altmann