Dopo la Biennale di Istanbul che non vede artisti italiani (se non Bonvicini della stessa galleria berlinese dei curatori…), anche la Biennale di Lione non…NO scusate, ci sono tre giovani italiani: BURRI, FONTANA e SCHEGGI….
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Intanto veniamo da una Documenta 14 che non presenta italiani o artisti formati in area italiana (perché siamo GGGLOBALI….non si può parlare di artisti italiani…dai, ma quanto siamo provinciali???), e da una Biennale di Venezia 2017 con il solo Salvatore Arancio che propone ceramiche dal gusto informale anni ’50….anche se devo dire, entrambe le manifestazioni da dimenticare. Perché se l’arte italiana è ignorata a livello internazionale, dopo il 2001 il sistema internazionale vive una profonda crisi di linguaggio nei contenuti e nei contenitori. 
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Ma in italia nessun critico, prestato alla curatela, ne parla. Facciamo finta di niente con Cattelan che fa il giovane tronista su Instagram (sua la genialata ggggiovane di un singolo post su intsagram…ma che ggggiovane!) e Francesco Vezzoli che da 20 anni propone il suo personale remix degli anni 50-60….imbarazzante. Ma c’è ancora qualcuno che si esalta sperando di essere invitato al prossimo aperitivo alla Fondazione Prada o alla prossima scampagnata alle isole Eolie con Cattelan. 
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Si continuano a organizzare mostre di artisti italiani IN ITALIA e SOLO IN ITALIA e proporre e riproporre artisti sulla scena italiana da 16-20 anni quando questi hanno già fatto tutto in Italia e dovrebbero invece spiccare il volo all’estero (Favelli, Berti, Cuoghi, Pivi, Perrone, Vascellari, ecc ecc). Ma non spiccano.
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E’ come se le specificità italiane abbiano reso evidenti la carenze di un sistema internazionale molto prima che queste carenze fossero oggi evidenti per tutti. Esterofilia, provincialismo, accademie vetuste, precarietà, ci hanno aiutato a vedere prima certe cose dell’arte contemporanea…vederle ma poi ignorarle. Anche se poi rimaniamo esclusi dalla scena internazionale che conta e formiamo artisti dai linguaggi deboli e omologati. 
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Poi abbiamo galleristi totalmente assuefatti e destinati a inseguire il mercato internazionale, arrivando sempre in ritardo.
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La cosa drammatica è che quando si decide di fare qualcosa per l’arte italiana, si organizzano premi e si danno soldi: e in questo modo si promuovono e si fanno cristallizzare percorsi deboli che non hanno nessuna speranza di successo, e che affossano ancora di più la scena nostrana. Prima di promuovere e valorizzare bisogna formare artisti forti e incidenti, diversamente l’assistenzialismo fine a se stesso (molto italiano) diventa un boomerang micidiale.
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Ma vista l’arrendevolezza degli artisti, che sembrano vittime compiacenti, si tratta semplicemente di selezione naturale. C’è da chiedersi cosa succede dopo che la selezione naturale ha reso la scena artistica un deserto…cosa c’è dopo il deserto?
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La questione è importante perché investe non solo l’arte ma tutto un paese. Il coma implica l’incapacità di vedere e sentire quando l’arte contemporanea, se di qualità e ben presentata, può proprio diventare lo spazio dove sperimentare e allenare la nostra capacità di vedere e sentire, tanto nella nostra vita quotidiana quanto nella lettura di questa fase storica.