KA: Ho appena ricevuto la tua mail con il nuovo progetto presso “The Tanks” alla Tate Modern. Sei mai stato sul posto?

LR: No, non ho ancora visitato dal vero la Tate Modern, ma non è importante. Mi è sempre interessato installare nello spazio privato dello spettatore.

KA: Per questo progetto hai utilizzato il blog Whitehouse originario. Perché questa scelta?

LR: Per poter lavorare più liberamente sulla dimensioni delle immagini. Anche la mostra sviluppa alcune intuizioni della prima ora.

KA: Negli ultimi mesi avevi lavorato molto sul passaggio tra monumento, inteso come opera convenzionale, all’idea di documento, come qualcosa di più fluido e adattabile che può essere acquistato tramite paypal.

LR: In realtà anche in questo caso la visita della mostra coincide con la lettura di una pagina del blog, un documento. In alcuni casi preferisco sottolineare maggiormente questa scelta, proponendo l’acquisto del documento stesso, dipende molto dal tipo di progetto.

KA: Recentemente a Firenze, Venezia, Val Badia, Porretta Terme, esisteva una fruizione dell’opera più convenzionale, in questa mostra sembra tornato tutto più asettico.

LR: In realtà c’è sempre un’ambiguità e una natura polivalente dell’opera d’arte che vive tra oggetto esperienza mediata, immaginazione ed esperienza diretta. Questi ingredienti cambiano di intensità in base al progetto specifico.

KA: A Venezia possiamo scovare, nei Giardini della Biennale, un vera e propria scultura, un giovane ripreso nel momento di uno slancio ma con le braccia e le gambe tagliate. Quale relazione tra questa immagine e la prima opera che vediamo in “Art in Action” presso la Tate Modern?

LR: L’opera alla Tate è fatta con i polpastrelli delle dita, un gesto “all’estremo”. Forse potrebbe essere fatta anche con la punta del naso di quel ragazzo che chiunque può ulteriormente impedire con sassi da porci sopra. Ma forse la cosa in comune più significativa è passare dall’idea di “installazione permanente”, perenne, rigida, costruita, ad un atteggiamento che potremo dire “antifragile” e capace di non soffocare e non spezzarsi davanti ai nodi della contemporaneità.

KA: In questo caso hai scelto proprio uno spazio deputato alle performance, ai video, e ad un tipo di arte “in azione”. Le tue opere contrastano volutamente con questa idea di “azione”?

LR: La sfida è cambiare la definizione di “azione” che nei musei diventa spesso un “Luna Park per adulti”, spesso prevedibile, banale e in fondo noioso. La mia mostra non ti prende tanto tempo, non necessita che tu ti debba muovere, ed è gratis. In un solo istante puoi decidere se soffermarti o andare oltre, non pretende di attirarti nella “casa delle streghe” di Londra, per pretendere di farti “divertire”. Per esempio, se mi voglio divertire esco con i miei e amici o vado al cinema. Il bello di questo modo di lavorare è tagliare fuori tutto il rituale collettivo delle mostre d’arte, che spesso è un grande luna park-aperitivo. Una stampella per sorreggere mostre deboli.

KA: Qual è la tua definizione di “azione”?

LR: Un nomadismo immobile, un’idea di azione e velocità “sul posto”, che puoi sperimentare ovunque nel mondo. Un’ecologia dell’arte che si pone un dubbio rispetto la sovrapproduzione indiscriminata di contenuti. Una scelta molto vasta ma che spesso paralizza come se ci arrivassero 10.000 pacchi in casa contemporaneamente. O che, attraverso un algoritmo, tende a proporci solo cose che “ci piacciono” senza un’antitesi che ci possa arricchire realmente.

KA: Il tuo lavoro di questi anni mette in imbarazzo il curatore, il gallerista e il collezionista. Forse solo quest’ultimo si salva.

LR: Forse perché molta arte contemporanea mette tutto noi in imbarazzo, bisogna cambiare qualcosa.

 

Enjoy the project: http://lucarossilab.blogspot.it/2017/09/tate-modern-2017.html