Se non capisci una cosa cercala su YouTube

lettere in ceramica nera di Castelli (Abruzzo), 50x50x5 cm, Luca Rossi 2014.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con le punte delle dita della mano sinistra 

materiali vari, Luca Rossi 2017.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primo piano:

Italian area

giudizi critici e voti agli artisti emersi in Italia tra il 1990 e il 2017, Luca Rossi 2017.

Qui i giudizi agli artisti in periodico aggiornamento: http://lucarossilab.it/2017/04/29/arte-italiana-27-anni/

 

 

 

Secondo piano:

Come fossi lì (se non capisci una cosa cercala su YouTube)

fotografia di grandi dimensioni su supporto variabile, Luca Rossi 2017.

 

 

 

 

HUO intervista Luca Rossi

 

HUO: Ho visto in anteprima le immagini della tua mostra presso la Galleria Zero…perchè posso fare solo questo, giusto? La mostra esiste veramente o no?

LR: L’esistenza e la conoscenza di qualcosa, oggi più di ieri, hanno una natura complessa: una fibrillazione tra immaginazione, esperienza diretta, oggetti, ed esperienza mediata. Dal momento che non lo hai vissuto, potrei chiederti se l’11 settembre è esistito davvero o meno.

HUO: Come avviene nell’ultimo periodo la mostra rappresenta una summa del tuo percorso tra il 2009 e il 2017, con alcune novità. Trovo la grande fotografia delle dolomiti un po’ didascalica e i giudizi sugli artisti un po’ retorici.

LR: Nel caso dei giudizi c’è anche un gioco, lo spazio occupato dai fogli è realmente una sezione di area dell’Italia. Con quest’opera vorrei presentare un dispositivo che possa contenere ogni idea di opera (si parla di più di 250 artisti) ma essere anche una bussola per mettere alle corde ogni tipo di opera. Che piaccia o meno cerco di definire una tesi critica che ovviamente necessità di antitesi rilevanti, per arrivare a sintesi migliori e forse meno retoriche.

HUO: Le opere in mostra sembrano “quello che si deve fare” mentre tutti gli artisti italiani vengono criticati in modo severo.

LR: Le opere in mostra potrebbero, e dovrebbero, ricevere la stessa severità di giudizio.

HUO: Cosa mi dici della foto di grandi dimensioni?

LR: Si tratta di una debolezza, la foto è molto grande per favorire i selfie del pubblico, come se fossero in Val Badia 🙂

HUO: Come nella recente mostra di Damien Hirst a Venezia, anche tu, da tempi non sospetti, parli di “post-verità” e di una nuova consapevolezza rispetto la nostra contemporaneità. Lo fai però in modo meno barocco e pop. Perché pensi che il concetto di “post-verità” sia oggi importante?

LR: Ti rispondo con un estratto dal libro di Nicolas Bourriaud:

“Invece che subirla o resistervi per inerzia, il capitalismo globale sembra aver fatto propri i flussi, la velocità, il nomadismo? Allora dobbiamo essere ancora più mobili. Non farci costringere, obbligare, e forzare a salutare la stagnazione come un ideale. L’immaginario mondiale è dominato dalla flessibilità? Inventiamo per essa nuovi significati, inoculiamo la lunga durata e l’estrema lentezza al cuore della velocità piuttosto che opporle posture rigide e nostalgiche. La forza di questo stile di pensiero emergente risiede in protocolli di messa in cammino: si tratta di elaborare un pensiero nomade che si organizzi in termini di circuiti e sperimentazioni, e non di installazione permanente, perennizzazione, costruito. Alla precarizzazione dell’esperienza opponiamo un pensiero risolutamente precario che si inserisca e si inoculi nelle stesse reti che ci soffocano.” 
Nicolas Bourriaud
La “post-verità” non è altro che un atteggiamento, un modo e una visione delle cose, rispetto la nostra contemporaneità, che ci può davvero portare un beneficio concreto nella nostra vita quotidiana. Un atteggiamento che potremo dire “antifragile” (Nicolas Taleb). Una diversa idea di “velocità”, di “mobilità”, di “economia”, e di “crisi” in generale.
HUO: Mi dicevi che questo progetto presso la Galleria Zero di Milano, nasce da immagini di altre mostre, passate in galleria, che tu hai obliterato. Mi sembra molto significativo.
LR: Prova ad immaginare se avessimo in galleria, contemporaneamente, tutte le mostre passate in quella galleria. Un sovraccarico formale che sarebbe sostanzialmente un vuoto. Il mio lavoro è partito dall’idea di vuoto, per poi definire faticosamente delle opere, dopo un processo che è stato di forte autocritica.