Hitler inginocchiato, l’arcobaleno percorribile, lavoratori pagati per stare dentro scatole di cartone, un cesso d’oro, un tesoro ritrovato in fondo al mare, una statua antica fatta di cera e che si scioglie, tutti i minuti di una giornata attraverso tutti i film della storia, un pezzo di pongo ma gigante….

La migliore arte contemporanea, e quindi quella emersa negli anni ’90, si basa sul principio dell’estetica del “aha” o momento “aha”. Molto semplice: quando a qualcosa che percepiamo famigliare succede qualcosa di inaspettato che ci fa pensare o dire “aha” come esclamazione di stupore.

Molto semplice: il mondo contemporaneo ha poco tempo e se si parla di arte ci deve essere subito un meccanismo di intrattenimento che deve essere veloce, comprensibile ed efficace. Ne parla il libro Hit Makers che dice anche come le grandi HIT della storia, in ogni settore, si basano su contenuti che potremo definire “sorprese famigliari”, dove un ruolo fondamentale viene giocato dalla ripetizione e della distribuzione di questi contenuti. Come a dire che non basta pensare ad un arcobaleno-passerella e percorribile dal di dentro, ma bisogna anche ripetere opere simili in tanti musei, fare tanti progetti, “ripetizione” e “distribuzione” quindi.

Il primo dato preoccupante è come l’arte contemporanea del 2017 sia irrimediabilmente ferma agli anni ’90 (e quindi ad artisti emersi 30 anni fa!). Con la caduta del muro di Berlino e l’apertura ai paesi in via di sviluppo si apre l’era della globalizzazione dove artisti da tutto il mondo, come schegge impazzite, vanno a saturare il linguaggio dell’arte contemporanea: vediamo emergere quelli che chiamo i nipotini di Andy Warhol: ossia giovani artisti che riprendono la lezione della pop art (glamour, intrattenimento, provocazione, grandi dimensioni, colori, interazione, ecc) e vi aggiungono un ingrediente a scelta: Cattelan la provocazione del pagliaccio, Hirst la Religione e Vita/Morte, Eliasson la Natura, Sierra la Politica, Lucas gender e ribellione, Fischer materico e sfrontato, Tillmans foto curiose in libertà, ecc. ecc.

Dopo la data simbolo del 2001 (l’attentato alle Torri Gemelle è una sorta di super-opera anni ’90 che racchiude tutto: vita-morte, religione, materico, performance, video, foto, politica, ecc ) assistiamo ad una seconda saturazione del linguaggio artistico: non solo tutto è stato fatto, ma lo hanno già fatto i nipotini di Andy Warhol. Non solo: dopo il 2001, in poco tempo, tutti siamo diventati “artisti-autori”, creatori di foto, testi e video 24 ore su 24; i più importanti Master Internazionali in Fine Art sono diventati inefficaci (come puoi far emergere un nuovo artista se abbiamo 1000 artisti similari che non fanno nulla di uovo?) e sono stati ribattezzati Mother Fucking Artist (l’ennesimo artista del cazzo).

Davanti a questo casino di artisti e sedicenti tali, ecco, già dagli inizi anni ’90, emergere una figura che deve ordinare il caos e interfacciarsi con la committenza: il curatore. Come se tra la Famiglia De Medici e Michelangelo si ponesse una figura che dicesse alla famiglia De Medici: “Guarda, Michelangelo NO, meglio Genoveffo, te lo assicuro io…”. Ed essendo l’arte contemporanea più un modo di pubblicizzare l’istituzione pubblica o privata di turno, la Famiglia De Medici di turno ci crede anche, si fida e prende Genoveffo. Se devo fare pubblicità il contenuto deve essere uno standard (la pubblicità ha un solo obiettivo), Genoveffo va benissimo. Se poi effettivamente, per assenza di una critica che sappia argomentare (ricordiamo i critici sono diventati tutti curatori) e per evidenti carenze formative di Genoveffo e Michelangelo, non riesco a vedere la differenza fra i due, Genoveffo va proprio bene per la mia campagna….ops, “progetto di arte contemporanea”.

Il secondo dato preoccupante, il primo è che siamo fermi a 30 anni fà, è che la migliore arte contemporanea in circolazione, che sia dei nipotini di Andy Warhol o dei loro epigoni, si basa su concetti e dinamiche elementari e semplicistiche. Nulla in contrario con l’immediatezza, la facile comprensibilità e la veloce-facile efficacia degli “aha moment”, ma forse ci stiamo perdendo qualcosa. Nulla in contrario ai “Luna Park per adulti”, come spesso diventano molte mostre di arte contemporanea, ma forse non si vive di solo Luna Park. Se durante un rapporto sessuale avessimo subito un orgasmo forse ci perderemo qualcosa. Ecco, il “momento aha” potrebbe essere paragonato ad una eiaculazione precoce, e il museo di arte contemporanea è sicuramente il letto ad acqua che favorisce tale eiaculazione, anzi la richiede, proprio per diventare un luna park per adulti e attirare turisti e curiosi felici di farsi centinaia di selfie davanti al cesso d’oro, dentro l’arcobaleno, davanti ad un bambino gigante ma rannicchiato, o davanti una presunta scultura rinvenuta dagli abissi.

Che fare?

  1. Tagliare fuori la dimensione pubblica e prevedibile del museo e andare a installare le opere nella dimensione privata dello spettatore.
  2. Non richiedere allo spettatore spostamenti o spese economiche ma invitarlo a rimanere immobile dove si trova, proprio per ottimizzare le SUE risorse ed andare così oltre al solito “momento aha”.
  3. che il “momento aha” sia solo una finestra da cui entrare in qualcosa di più interessante di una casa delle streghe fine a se stessa.
  4. Richiedere allo spettatore uno sforzo, diversamente le cose saranno meno chiare. Non è detto che la semplificazione e l’abbassamento del livello, portino sempre semplicità, immediatezza, senso e godimento. Presupporre questo significa entrare in un circolo vizioso in cui il pubblico cercherà solo e sempre le stesse cose facili, semplici e immediate. Oltre alla “eiaculazione precoce” ci potrebbero essere cose più interessanti.