“Esemplare in questo senso è il saggio (forse il più coinvolgente dell’intera raccolta) dedicato all’”atto di creazione”. Il punto di partenza di Agamben è una conferenza del 1987 di Gilles Deleuze, nella quale il gesto creativo è definito come un “atto di resistenza”. La formula lo convince proprio perché le sue implicazioni sono rimaste inespresse, e permettono a chi viene dopo di andare più a fondo.

Tao, la Via o il Sentiero (Sénanque Abbey project 2013)

Cos’è esattamente che “resiste”, nella creazione ? Un’inveterata abitudine fa apparire le cose più semplici di quello che sono. Se pensiamo a un’opera, pensiamo automaticamente a una potenza, a un’abilità, a un talento che l’artista trasforma in un atto, in una manifestazione concreta di un’energia interiore che altrimenti rimarrebbe muta e sepolta. Non è un pensiero sbagliato, ma incompleto. Il fatto è che questa forza che conduce dalla potenza all’atto è troppo immensa per posare sulle spalle del singolo individuo, fosse pure Michelangelo o Tolstoj. Simile alle manifestazioni della natura, ha un carattere fondamentalmente impersonale, che ogni singolo artista, con un movimento che ha del paradossale, boicotta a modo suo. Ossia non resiste mai abbastanza. Stessa cosa la potremo dire per gli opinionisti improvvisati su i social network che “dicono la loro” anche su temi difficilissimi che richiederebbero studi e conoscenza diretta delle questioni.

“Luca Rossi” di cui non si conosce la reale identità e che comunque chiunque potrebbe impersonificare, nel 2013 presso l’Abbazia di Sénanque in Francia inizia a fotografare ossessivamente una teca vuota. La teca serviva a sostenere gli orari di visita all’Abbazia. Gli orari vengono spostati dalla teca e inizia questa sorta di “candid camera”: da un lato il gesto creativo conosce il massimo grado di resistenza (la teca è vuota) e dall’altro lato la teca, al centro di quella che potremo definire una caotica e soffocante “Walt Disney religiosa”, conserva un interstizio di silenzio che ci permette di ricostruire il senso di quel luogo. Ma non è finita, rispetto a questa scelta dell’autore Luca Rossi, ci può essere un ulteriore livello di “resistenza”: qualcuno che può dichiararsi essere Luca Rossi potrebbe riempire la teca e contraddire l’idea primaria del progetto.

È proprio a questo punto che l’idea di “resistenza” appena abbozzata da Deleuze si rivela preziosa, a patto di venire sviluppata. Perché in un delicato e mutevole gioco di equilibri, il singolo è colui che oppone alla possibilità di fare quella di “non fare”, alla parola trovata tutto l’inespresso che la circonda. Dunque noi ci esprimiamo anche attraverso il nostro tenace resistere all’espressione, ed è questa riserva di libertà a determinare quello che chiamiamo stile. Se non avessimo questa risorsa, e ci limitassimo a considerarci i docili strumenti di una potenzialità che si realizza senza ostacoli, a rigore non potremmo nemmeno parlare di “arte”. Da questo punto di vista un’opera d’arte è sempre CRITICA perché presuppone l’aver escluso tutta una serie di scelte.

Uno dei nodi critici di Luca Rossi ruota proprio intorno al concetto di “disobbedire a noi stessi”, in una società occidentale in cui tutti rivendicano diritti e agiscono in modo indiscriminato verso l’esterno. Potremo dire “disobbedire alla tentazione di esprimersi”, in un mondo che risulta essere il migliore dei mondi mai esistiti nella storia dell’uomo.

“Il problema non è più trovare un modo perché la gente si esprima: lo fa fin troppo. Si tratta piuttosto di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio in cui troveranno finalmente qualcosa di vero da dire”

Gilles Deleuze

 

Anche nei progetti presentati recentemene da Luca Rossi sulla Luna (2016), a Firenze (2017) e a Venezia (2017) il gesto creativo come atto di resistenza risulta evidente. Prima di tutto perché le tre opere presentate rispettivamente da questi progetti, sono installate nella dimensione privata di ognuno di noi. Nel silenzio e nella solitudine del nostro provato, in casa, ufficio, in metropolitana o sotto le coperte. Anche quando decidiamo di spostarci per fare esperienza diretta dell’opera questa è sempre posta in una dimensione sospesa e separata dai flussi di visita convenzionali. Pensiamo per esempio all’idea di visitare un’opera sulla Luna.

A Firenze l’opera in pieno centro storico è posta su una soglia, né dentro né fuori un museo, mentre a Venezia, all’interno dei Giardini della Biennale, l’opera invita ad una pausa rispetto la routine della Biennale.

Per questi motivi mi sembra interessante invitare Gilles Deleuze a curare il progetto di Luca Rossi che verrà realizzato per Documenta 14 a Kassel. Deleuze nel 1987 lascia il concetto di “gesto creativo” come atto di resistenza inespresso. Quindi invitarlo mi pare una licenza poetica stimolante.