Ieri ho incontrato gli studenti di Adrian Paci presso la NABA (Nuova Accademia di Belle Arti). Pensavano che io non mi sarei presentato, quando chiunque potrebbe essere “Luca Rossi”, quindi, volendo, qualcuno ci sarebbe stato in ogni caso. Gli studenti sono stati molto attenti e hanno fatto domande pungenti e pertinenti. 
 
Ad un certo punto uno studente mi ha chiesto perché stessi presentando il “mio portfolio” all’interno di una di quelle istituzioni che fanno parte del sistema da me tanto criticato. Da 8 anni ripeto che io non voglio distruggere il sistema, quanto stimolare con il sistema un confronto critico. Anche perché ad ogni sistema ne seguirà un altro. E non voglio neanche fare l’artista, secondo la definizione di artista comunemente diffusa: ossia diventare operaio delle pubbliche relazioni e un burocrate della creatività, costretto a scimmiottare il mercato e la moda per poter vendere qualche gingillo costoso a pochi ricchi collezionisti (e spesso si tratta di Ikea Evoluta). 
 
Il problema è che questi studenti vengono preparati per andare a vendere ghiaccioli al Polo Nord. Bisogna fare molti passi indietro e chiedersi quale valore abbia un’opera d’arte per la nostra vita. Questo oltre alla necessità di arredare in modo figo case di lusso (ikea Evoluta), oltre la necessità di usare l’arte per fare spot pubblicitari sofisticati (Rinascente, Elica, Pirelli, Prada, Trussardi, ecc), questo oltre alla necessità di speculare (pochi amici comperano le opere di Gian Maria, Giuseppe o Mario Rossi, in modo tale che poi possano vendere a ignari passanti opere simili o le medesime a prezzi maggiorati). 
 
Facciamo molti passi indietro e cerchiamo di vedere un’opera d’arte per la prima volta, possibilmente mettendola in relazione al contesto (fisico, economico, politico ecc) e alle intenzioni dell’artista (titolo, materiali, dichiarazioni, biografia, altre opere del medesimo artista). Ecco, adesso chiediamoci: che valore ha quest’opera d’arte per la mia vita? 
 
Nel rispondere a questa domanda servirebbero critici e divulgatori capaci. Come servono politici, giuristi o economisti esperti per spiegare cosa sia la Brexit, la moneta unica, la crisi economica o il problema della disoccupazione. La differenza è che l’arte contemporanea presiede a tutti questi ambiti che ho elencato, perché si tratta di una palestra e un laboratorio per allenare e sperimentare la vista. Bruno Munari diceva: “saper vedere per saper progettare”. E per progetto non intendeva solo una casa ma qualsiasi cosa, dalla mia opinione personale, alla ricerca di un nuovo lavoro fino alla mia vita privata. 
 
Posso anche conoscere tutto di economia ma se non so vedere e sentire i fenomeni economici non potrò dire e fare nulla di significativo. La cosa peggiore è credere di “vedere” ed essere invece “ciechi”. Un cieco consapevole uscirà per strada e si salverà, un cieco che crede di vedere verrà subito travolto. Ed è per questo che molte persone stanno male ma non capiscono perché. Come sbattare la testa in continuazione contro un muro che non vediamo. Artur Danto, un famoso critico statunitense, diceva che nelle opere d’arte qualcosa sfugge sempre all’occhio. Se ci pensate anche nella vita sfuggono all’occhio sempre le cose più importanti, quando conosciamo un nuovo partner o iniziamo un nuovo lavoro gli elementi più importanti sono nascosti e invisibili all’occhio. Ecco perché diventa fondamentale allenare e sperimentare la nostra capacità di “vedere”, intesa come “sentire”e “percepire” a 360 gradi. 
 
L’opera d’arte, a differenza di tutte le cose che hanno funzioni e utilità razionali, provoca una vertigine, perché non serve apparentemente a nulla. Ma ecco che, appesa al muro, ha già fatto qualcosa, ha rallentato la parete, e ha rallentato il nostro passo. Forse rappresenta un’ottimo dispositivo psicanalitico perché non nasce da un ‘utilità razionale ma nasce quando incontra lo spettatore. Solitamente chi si rifiuta di soffermarsi davanti un’opera d’arte ha fatto diversi errori di valutazione nella propria vita, chi invece prende sul serio l’opera, anche se non conosce nulla della materia, è una persona che nella vita potrebbe gestire e reagire a molti problemi. 
 
Ma perché allora gli studenti della NABA sono destinati a produrre ghiaccioli al Polo Nord? Perché nel 1917 Marcel Duchamp ha dimostrato che tutto può essere un’opera d’arte e che addirittura le opere d’arte più interessanti si trovano già pronte nella vita quotidiana. Questa svolta ha complicato le cose. Nel 2017 i margini di manovra per l’artista sono piccolissimi, mentre i grandi collezionisti sono pochi e i loro capannoni limitati. Non potranno comprare opere d’arte all’infinito. 
 
La strada più facile e pericolosa per vendere ghiaccioli al Polo Nord è usare il brand, ossia le pubbliche relazioni e i luoghi che sostengono un determinato artista. Ma si tratta anche di una strada molto noiosa. Molto più interessante è cambiare la natura dell’opera d’arte. Cambiare il nostro ghiacciolo, farlo diventare qualcos’altro. 
 
Avevo intitolato l’incontro con gli studenti della NABA “dal monumento al documento”. Come dire dal ghiacciolo dal documento. Semmai un documento che ti aiuta a fare ghiaccioli davvero speciali e senza dove andare al Polo Nord.