La ricerca di un nuovo equilibrio capitalitistico, e quindi la crisi, convive con una fase di grande sviluppo della tecnologia e dei mezzi di comunicazione. Come a dire, siamo poveri ma abbiamo tutti l’i-Phone con il quale possiamo “partecipare”, dire la nostra, e avere finalmente i 15 minuti di celebrità che Andy Warhol aveva profetizzato negli anni ’60. Una democrazia dei contenuti in cui autore e spettatore coincidono significativamente: non a caso il selfie dimostra una coincidenza di autore, (primo) spettatore e contenuto. In questa sovraproduzione ritorna fondamentale argomentare le opere, fare le differenze, evitare che tutto venga omologato sullo stesso piano. Lo scoppio della bolla speculativa ci costringe finalmente a guardare le opere, forse a vederle per la prima volta, e tentare di capire perchè ci interessano.

Dove sta il valore dell’arte? Delle opere d’arte? Diversamente a cosa serve l’arte? Una riflessione sul valore dell’arte non può essere oggi scollegata da una lettura semplice (non semplicistica) e legata alla nostra vita quotidiana. Alla nostra dimensione micro e locale. Soprattutto oggi con la crisi delle democrazione occidentali: crisi della rappresentazione artistica – bombardamento di immagini – quanto della rappresentazione politica – i nostri rappresentanti non ci rappresentano e dal 2008 in Italia non eleggiamo un Presidente del Consiglio.

Con la crisi delle democrazie ci accorgiamo che l’unico “spazio politico” praticabile con efficacia sia proprio la nostra dimensione micro e quotidiana. La scelta e la decisione che ognuno di noi può prendere nella sua vita vale 10-20 volte le ricadute che una scelta del Presidente degli Stati Uniti o del Consiglio, può avere su ognuno di noi. Semplicemente ci rassicura e ci fa comodo (perchè de-responsabilizza) pensare che non sia così. Concetti che non sono nuovi ma che con la crisi economica che preme e milioni di persone che aspettano interventi risolutivi dall’alto (interventi macro), diventano di stretta attualità. Luca Rossi non solo rende l’oggetto e la materia dell’opera marginali (recentemente ha presentato una serie di opere che giocano con l’arte moderna, usando unicamente le cose del “fai da te”), ma agisce, ed invita ad agire lo spettatore, solo ed esclusivamente in questa dimensione micro e locale. In particolare tutti i progetti di Luca Rossi iniziano e finiscono “dove ci si trova in questo momento”. Se la flessibilità nel movimento di cose e persone ha contribuito allo stato di cirsi, il Sig. Rossi diventa ancora più fluido e flessibile, l’opera si trova sempre dove si trova lo spettatore. Si tratta di un nomadismo velocissimo ed immobile, in quanto opera e spettatore si trovano immediatamente nello stesso luogo, pur rimanendo immobili. E’ il caso di uno degli ultimi interventi di Luca Rossi, siamo alla GAMeC di Bergamo: nella scena percepiamo elementi reali ed elementi che reali non sembrano, come un grande ammasso di materia al centro della stanza. Non sappiamo se questa “materia”, ottenuta banalmente con un qualsiasi programma simile a photoshop, nasconda qualcosa o se non sia forse un sovraccarico formale, come se portassimo nella stanza del museo, contemporaneamente, tutte le opere passate da un dato punto. E questo sovraccarico formale, questa abbondanza di oggetti di cui possiamo godere, corrisponde impietosamente ad un vuoto di contenuti. Cosa rimane delle centinaia di opere che troviamo per le Biennali d’arte di tutto il mondo? E delle migliaia di post su Facebook o contenuti sul web? Contenuti e opere a cui noi tutti possiamo partecipare facilmente armati di iPhone, e che possiamo replicare e condividere ulteriormente e in modo esponenziale con i nostri amici e conoscenti.

Estratti da “Il Radicante” di Nicolas Bourriaud: 

“E’ quanto sta avvenendo in quest’inizio di XXI secolo, in cui predominano in tutti i campi del pensiero e della creazione il transitorio, la velocità e la fragilità, instaurando quello che si potrebbe chiamare un regime precario dell’estetica.”

“Invece che subirla o resistervi per inerzia, il capitalismo globale sembra aver fatto propri i flussi, la velocità, il nomadismo? Allora dobbiamo essere ancora più mobili. Non farci costringere, obbligare, e forzare a salutare la stagnazione come un ideale. L’immaginario mondiale è dominato dalla flessibilità? Inventiamo per essa nuovi significati, inoculiamo la lunga durata e l’estrema lentezza al cuore della velocità piuttosto che opporle posture rigide e nostalgiche. La forza di questo stile di pensiero emergente risiede in protocolli di messa in cammino: si tratta di elaborare un pensiero nomade che si organizzi in termini di circuiti e sperimentazioni, e non di installazione permanente, perennizzazione, costruito. Alla precarizzazione dell’esperienza opponiamo un pensiero risolutamente precario che si inserisca e si inoculi nelle stesse reti che ci soffocano.”





all around you 
materiali vari, polvere, macchie, uno schermo, terra, grafite.
2014
Museo GAMeC di Bergamo.








“…un arcipelago di insurrezioni locali contro le rappresentazioni ufficiali del mondo.”

E’ al momento dell’esodo in effetti che gli ebrei si mettono in viaggio lasciando dietro di sé la macchina di statue egiziane i suoi dèi pesanti è strettamente codificati le sue piramidi e la sua ossessione per l’ immortalitàL’esodoscrive Peter Sloterdijk, rappresenta il momento in cui “tutte le cose devono essere rivalutate dal punto di vista della loro trasportabilità e si deve essere pronti a correre il rischio di lasciare dietro di  tutto ciò che è troppo pesante da portare per gli uomini“. 

La posta in gioco consiste allora nel tra scodificare Dio, farlo passare dal medium della pietra quello della pergamena
In breve, nel passare dalla sedentarietà culturale a un universo nomade da una burocrazia politeista dell’invisibile è un Dio unico dal monumento al documento.”


Dal Monumento al Documento. Leggendo “Il Radicante” mi accorgo che quello a cui constringe Luca Rossi è un esodo. Un contro movimento, un nomadismo immobile ma velocissimo, in quanto l’opera coincide sempre e ovunque con la dimensione locale dello spettatore. Opera e spettatore sono velocissimi ma immobili. In questo esodo siamo costretti ad abbandonare ciò che è troppo pesante da portare. Ed ecco che gli interventi di Luca Rossi sembrano “buchi neri” che hanno risucchiato tutto il processo che va dall’accensione delle luci nello studio dell’artista, fino all’ultimo spettatore che esce dal museo. Si passa dal monumento al documentoOgni progetto finisce consapevolmente in una documentazione che spesso restituisce un’esperienza dell’opera più efficace e completa. In alcuni interventi Luca Rossi (come avviene anche nell’intervento alla GAMeC) riconduce all’interno dell’opera, nei materiali dell’opera, anche le macchie e la polvere presente sul nostro schermo. Rendendo ancora una volta evidente come, nolenti o volenti, siamo protagonisti di un nomadismo velocissimo e allo stesso tempo immobile.
Bourriaud scrive “come il mito postmoderno potrebbe così essere raccontato come quello di un popolo liberato da un’illusione che lo soggiogava, quello del modernismo progressista occidentale, e che si trova volta a volta galvanizzato e smantellato dal suo riflusso: s’impone il paragone col mito di Babele, costruzione universalista e prometeica. Dalla caduta della torre di Babele nacquero le molteplici lingue dell’umanità inaugurando un’ era di confusione che succedette al sogno di un mondo unificato è lanciato all’assalto del futuro (il modernismo che segna l’inizio della sua fine con la crisi petrolifera del 1973)”.
E adesso? Bourriaud parla di altermoderno. Non spiega bene cosa sia. Sicuramente la degenerazione del postmoderno e della post-produzione oggi coincidono con lo scoppio di una bolla speculativa che investe il mercato dell’arte contemporanea (2009-2014). Non si chiede il nuovo e l’innovazione ma una consapevolezza. 
A mio parere Luca Rossi individua quattro direttive. La prima è lo stimolo ad un confronto critico vitale. La seconda una rinnovata attenzione per un nuovo rapporto con il pubblico. La terza si divide in due strade: un nomadismo veloce ed immobile ed uno sviluppo di opere d’arte “consapevoli” che possano affrontare frontalmente i fantasmi del modernismo e del postmodernismo. Opere che escano dai soliti rituali e che diventino esse stesse dispositivi di innesco, da una parte per il confronto critico e dall’altra per un inedito rapporto con il pubblico. Ed ecco il progetto Freeze Masters, il “pret a porter”  di Luca Rossi. Ogni opera Freeze Masters presenta nei materiali “un dialogo”, diventando essa stessa pretesto per una riflessione con lo spettatore stesso. Tali opere sono realizzate con i materiale del “fai da te”, già presenti nelle case del pubblico, e hanno l’ambizione di ritornare in quelle stesse case, esattamente come fanno i progetti di Luca Rossi attraverso internet.Eve Rand