Alcuni giovani artisti emigrati lo definiscono una “pozzanghera”: molto più logico rivolgersi all’esterno e fare più studio visit possibili. Altri ritengono il termine ‘sistema’ vetusto e troppo legato all’institutional critique degli Anni Novanta. Qual è oggi la funzione del sistema dell’arte?

Quando ci si addentra nel capire lo stato della critica d’arte in Italia o se per esempio esista un pubblico vero, oltre ai soliti addetti ai lavori, anche questi iniziano ad ammutolirsi. In fondo le prove del funzionamento di un sistema sono spesso difficili da definire e sfuggenti.
Il sistema dell’arte è importante perché le sue dinamiche e i suoi andamenti influenzano il contenuto delle opere, la formazione degli artisti e l’economia che ruota attorno al sistema stesso. Un sistema poco meritocratico ed eccessivamente basato sulle pubbliche relazioni disincentiva la ricerca e favorisce la fuga di cervelli, non tanto all’estero quanto verso altri ambiti. Inoltre l’Italia proviene da anni in cui la scuola d’arte è stata consigliata agli studenti meno brillanti. Al di là del fatto che qualche volta quelli considerati meno brillanti non sono tali, si può ben capire di quale status abbia goduto la parola ‘arte’ negli ultimi cinquant’anni italiani.
Ma se è importante parlare di sistema, perché è importante parlare di arte, quindi di sistema dell’arte? Dopo un secolo come il Novecento e il suo strascico Anni Novanta, è ormai chiaro che l’arte presiede a ogni ambito umano. La frase “con la cultura non si mangia” è errata perché tutto è cultura; ancora meglio, tutto è arte. Se prendiamo qualsiasi fenomeno contemporaneo, possiamo evidenziare una pratica artistica che nel corso del XX secolo è stata anticipata da qualche artista. Come non vedere una forte componente artistica in progetti di successo come Apple, Google o Facebook? Non è forse Facebook lo strumento per avere i quindici minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol negli Anni Sessanta? E se pensiamo all’operazione di Beppe Grillo, non vediamo forse un’interpretazione del pensiero di Joseph Beuys, il quale sosteneva che l’artista dovesse attivarsi per poter modificare e plasmare la società? Ma anche se pensiamo al nostro privato, non serve forse una forte dose di creatività e ingegno per mantenere viva una relazione sentimentale? O anche solo una famiglia completa ai tempi della crisi? L’arte presiede il nostro micro-quotidiano quanto il nostro macro.

Due elementi fondamentali di un sistema dell’arte sono la critica e il pubblico. La critica non serve a distruggere l’artista di turno, quanto ad argomentare le differenze; in una situazione in cui assistiamo a una sovrapproduzione di progetti e opere, diventa fondamentale poter riconoscere le differenze. Il rischio è che tutto venga messo sullo stesso piano e si differenzi solo in ragione del curriculum o delle migliori (pubbliche) relazioni. Quindi: critica d’arte come capacità di argomentare le luci e le ombre di un’opera; una critica d’arte vitale, oltre a essere un prezioso stimolo, aiuterebbe a ricaricare la parola ‘arte’ del valore sociale che merita.
Allo stesso tempo, è molto importante che esista un pubblico vero e appassionato, formato non dai soli addetti ai lavori (collezionisti compresi). In questo momento l’arte contemporanea italiana è come un cinema dove in platea troviamo solo attori, registi, sceneggiatori, cameraman e altri operatori. Per verificare questo dato basta intervistare le persone che vanno alle mostre o anche solo scattare una foto durante qualsiasi opening.
Allo stesso tempo permane una grande incapacità di divulgazione dell’arte contemporanea: è come se questa dovesse essere, a differenza di qualsiasi altra disciplina, una materia “democratica” che deve arrivare subito allo spettatore in modo chiaro e diretto. Non è così, perché non è così per nessuna materia e disciplina umana. Approfondire quello che vediamo fa paura, perché argomentare un’opera o una mostra significa ridimensionarla, mettendo in discussione il dispositivo retorico che giustifica e legittima gli stessi addetti ai lavori. Ed ecco che il problema-pubblico si collega al problema-critica: molto meglio non pensare, non argomentare, e giustificare una vendita o una mostra mostrando il curriculum degli individui coinvolti.

Luca Rossi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #18