La mostra di Damien Hirst a Venezia rappresenta il canto del cigno dell’arte contemporanea. Non la fine, perché nell’arte anche la fine può diventare un nuovo inizio. Dopo la data simbolo del 2001 si apre la crisi dell’arte contemporanea. Tutto sembra stato fatto, non esiste più nulla di rilevante da dire, mentre le provocazioni di molti artisti internazionali diventano, dopo l’attacco alla Torri Gemelli, dei dispositivi spuntati per coinvolgere e stupire il pubblico.

 Questa crisi non ha disincentivato grandi cordate di banche e fondazioni internazionali che, appoggiate dalle due principali case d’aste internazionali, hanno continuato a trasformare le opere d’arte in moneta sonante (si parla infatti di artcoin). Con la crisi evidente dei contenuti e delle opere prodotte, spesso similari e poco incidenti, il lavoro di queste cordate è diventato sempre più difficile e Damien Hirst può essere l’esempio significativo di queste turbolenze.
L’artista, fin dai suoi esordi negli anni ’90, ha sempre dimostrato un’autentica passione per l’arte e per il suo potere magico e trascendente. Protagonista negli anni ’90 della crescita vertiginosa del mercato del contemporaneo, i suoi prezzi hanno subito un arresto a partire dal 2012 quando l’artista, forte di una fama consolidata, ha deciso di bypassare il sistema del mercato per mettere direttamente all’asta 200 sue nuove opere. Oggi ritorna a Venezia, dove l’amico collezionista Francois Pinault gli mette a disposizione Palazzo Grassi e Punta della Dogana.

Con questa mostra, formata da 189 opere, l’artista si immagina un’evento mitologico risalente al II sec. d.C., durante il quale 189 oggetti e sculture sono state disperse in fondo al mare. Hirst immagina un possibile film hollywoodiano, e presenta a Venezia i gadget di questo film. Davanti alla crisi dell’arte, decide di rimanere sul piedistallo e proporre “quello che ci aspettiamo da un’opera d’arte”: opere ricche, barocche, generose e create attraverso un’artigianalità minuziosa e qualitativamente elevata.

Come se ci accorgessimo che un sentiero del bosco sia sbagliato e invece di prendere un’altra via, decidiamo di proseguire sicuri che comunque da qualche parte potremo arrivare. L’effetto è esattamente quello di assistere ad una mostra con le scenografie e gli oggetti dell’ultimo film di Harry Potter. E infatti dalle opere di Damien Hirst a Venezia potremo veramente immaginare una saga cinematografica, qualcosa che sicuramente potrebbe incidere sul nostro immaginario, esattamente come è successo per Star Wars, Indiana Jones, 007 o Il Signore degli Anelli.

Come se per risolvere un problema Hirst decidesse di esorbitarlo, pagando però un caro prezzo ad una forma artistica, ben più forte, come quella del cinema. Come uscire da queste secche? Gli artisti dovrebbero mettere fortemente in discussione il loro ruolo ormai anacronistico, e ripensare l’opera d’arte come una fibrillazione tra esperienza diretta, esperienza mediata, oggetto e immaginazione.